Socrate - Liceo Classico Statale di Bari

1956 - 2006

Bertolt Brecht 50 anni dopo


 


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...In me si combattono
L'entusiasmo per il melo in fiore
E il terrore per i discorsi dell'Imbianchino.
Ma solo il secondo
Mi spinge alla scrivania.
( B.Brecht)

Il rogo dei libri (trad. di F.Fortini)

 

Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi

i libri di contenuto malefico e per ogni dove

furono i buoi costretti a trascinare

ai roghi carri di libri, un poeta scoprì

- uno di quelli al bando, uno dei meglio - l'elenco

studiando degli inceneriti, sgomento, che i suoi

libri erano stati dimenticati. Corse

al suo scrittoio, alato d'ira

e scrisse ai potenti una lettera.

Bruciatemi!, scrisse di volo, bruciatemi!

Questo torto non fatemelo! Non lasciatemi fuori! Che forse

la verità non l'ho sempre, nei libri miei, dichiarata? E ora voi

mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando:

bruciatemi!

Bari, 1 Dicembre 2006, ore 16,30     Kursaal Santalucia, Sala Giuseppina


Introduzione alla relazione del prof. Franco Buono su

BRECHT E IL MONDO CLASSICO

di

Nicola Moretti

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Buonasera. Innanzitutto vorrei ringraziare la Preside e i colleghi di Italiano del Liceo Socrate per avermi assegnato il compito di introdurre il tema e di presentare il relatore del secondo degli incontri brechtiani organizzati dal Liceo, dandomi così l’opportunità di svolgere qualche considerazione su un autore che per me, e credo di non sbagliare se dico per la mia generazione, è stato molto importante. Il tema di questa sera è, come sapete, “Brecht e il mondo classico”.

Ce ne parlerà tra poco il prof. Franco Buono, ordinario di Lingua e Letteratura Tedesca presso la nostra Università.

 Il  tema è molto interessante e ricco di articolazioni, se si considerano la costante riflessione critica di Brecht sui classici (nel Breviario di estetica teatrale, nella sua poesia, nel Diario di lavoro) e la presenza nella sua opera  di immagini e figure che risalgono al patrimonio mitologico e culturale della classicità greca: si devono al prof. Buono studi e saggi di fondamentale importanza su questo argomento, come “Ulisse, Candaule, Edipo e B.” pubblicato nella rivista “Studi Germanici” del 1969, e “Poesia, mito e gioventù. B.B. 1917-1922”, del 1984.

 Una presenza più evidente della storia antica e della cultura classica (più evidente e più facilmente decifrabile alla luce del marxismo e delle categorie del materialismo storico)  si ritrova in una parte importante della produzione di Brecht, ad esempio nel dramma didattico “Gli Orazi e i Curiazi” (’33-’34), e nel radiodramma del ’39 “L’interrogatorio di Lucullo”, poi diventato “La condanna di Lucullo” nel ’51 (Lucullo, come sapete, è il condottiero romano vissuto nel I sec. a.C., famoso per le vittorie su Mitridate e per la spedizione in Armenia, oltre che per le sue ricchezze e per il suo lusso: nell’opera brechtiana,  dopo la sua morte egli nell’aldilà viene sottoposto ad un severo processo in un tribunale i cui giudici sono un contadino, uno schiavo, un fornaio, una pescivendola e una cortigiana. Lucullo ha il merito di aver introdotto in Italia l’albero del ciliegio, ma i morti provocati dalla sua politica imperialistica sono troppo numerosi per un ciliegio, e quindi viene condannato ad essere gettato nel nulla).

Ma è con l’”Antigone e “Gli affari del signor Giulio Cesare” che Brecht mette a fuoco un rapporto più maturo con la storia e la cultura classica.

L’Antigone del ’47, rifacimento della tragedia di Sofocle già rielaborata dalla traduzione di Hoelderlin del 1804, con il preludio attualizzante premesso da Brecht, e con le notevoli variazioni alternate a traduzioni alla lettera di lunghi tratti del testo sofocleo, ne rinnova profondamente il senso, trasformando Creonte in un dittatore senza scrupoli (e senza la drammatica pensosità del modello greco) che ha aggredito Argo per impadronirsi delle sue miniere di bronzo, Polinice in un pacifista disertore, e Antigone in una eroina della resistenza che combatte contro la politica brutale di Creonte e muore per aver contrastato la volontà del tiranno.

E’ indubbiamente la Germania di Hitler lo scenario sul cui modello Brecht vuole plasmare il clima in cui muove i suoi personaggi e la sua polemica contro la guerra e contro il  nefando “nuovo diritto” creato dalla guerra, che calpesta e fa  strame di affetti, di vincoli familiari, dei diritti naturali e dei  diritti sociali. Continua così la riflessione sulla guerra che precedentemente  (nel ’38-’39) aveva dato vita allo straordinario personaggio di Madre Coraggio: ma nell’Antigone si avverte il bisogno da parte di Brecht di risalire al modello, all’archetipo della “compassione”, di una “gentilezza” che la smania  di potere e la follia della guerra che ne deriva opprimono.

Ed è la riflessione sui veri moventi (cioè quelli economici e di potere) delle azioni dei grandi della storia, che sottende il romanzo incompiuto “Gli affari del signor Giulio Cesare”, pubblicato parzialmente nel ’47 e uscito postumo integralmente nel ’57.

In questa storia romanzata , che potremmo definire, parafrasando lo stesso Brecht, “la resistibile ascesa di un viveur”, gli effetti di “straniamento” perseguiti (il lessico attualizzante, l’uso di termini e categorie moderne come ad es. “club”, “city”, “trust”, “monopòli”, “Borsa”, “azioni”, “cambiale”; o certi “errori”, come quello di collocare Columella e il suo De agricoltura nel I sec. a.C.,) non celano, anzi evidenziano, la grande importanza di quest’opera, messa in luce anche da Luciano Canfora nella premessa del suo “Giulio Cesare. Il dittatore democratico”, nella quale, citando un appunto dei “Diari di lavoro” di Brecht sulla precoce ideazione del romanzo (nel ’38), sottolinea la novità della polemica brechtiana contro certa prosopografia e contro certo  determinismo idealistico che animano molte concezioni storiografiche, specie quelle relative al mondo antico: il Cesare di Brecht, duce e imperatore divinizzato, “è un frivolo gaudente – scrive Ladislao Mittner – un ambizioso senza ideali e per giunta senza idee che sbagliò spesso, ma seppe puntare sulla carta buona erigendosi ad arbitro tra la dittatura militare di Pompeo e il popolo in fermento dopo la sconfitta di Catilina: la sua vera forza consisteva nel fatto che aveva molti debiti e doveva essere quindi sorretto dai creditori della city”, come viene chiamato il complesso dei personaggi e degli interessi legati al mondo della finanza: è la situazione della Germania negli anni ’20, ma ,fatte le dovute distinzioni,riconosciamo  in essa qualcosa di molto contemporaneo, le condizioni della “resistibile ascesa” di altri viveurs e gaudenti più vicini a noi nel tempo.

  Ci sono anche altre presenze del mondo classico in Brecht, ad es. nella poesia giovanile “Prometeo”, prefigurazione ancora eroica, di ascendenza goethiana, dell’antieroico “eroe bastonato” che incassa tutti i colpi dei nemici senza lasciarsi né uccidere né piegare e sopravvive perché ha fede nell’avvenire, in un avvenire in cui non ci sono né bastonatori né bastonati;o nella poesia “Leggendo Orazio” del ’53:

Anche il diluvio
non durò eterno.
Un giorno scorsero
via le acque nere.
Ma quanto pochi
oltre durarono!

ispirata probabilmente dall’ode seconda del I libro ( Iam satis terris nivis atque dirae…), il cui tema è la resurrezione della civiltà dopo “il diluvio”, gli anni duri della guerra civile, riattualizzato da Brecht con potente capacità sintetica e con virile sofferenza. Il rapporto di Brecht con Orazio non è sempre stato così simpatetico: nel 1916, quando era studente diciottenne del Realgymnasium, in un tema in classe sul verso oraziano (tratto dall’ode II del libro III) “Dulce et decorum est pro patria mori”, Brecht espresse un giudizio negativo sulla morte eroica, affermando tra l’altro che

il detto che dolce e onorevole è morire per la patria può essere considerato solo come propaganda con determinati fini… solo degli stupidi possono essere così vanitosi da desiderare la morte, tanto più che pronunciano simili affermazioni quando si ritengono ben lontani dall’ultima ora. Ma quando la comare Morte si avvicina, ecco che se la squagliano con lo scudo in spalla (curiosa variante del “relicta non  bene  parmula” del poeta latino), come fece nella battaglia di Filippi l’inventore di questa massima, il grasso giullare dell’imperatore: il giudizio impietoso, dovuto anche alla giovinezza scapigliata e irridente di Brecht, anticipava però nella sostanza la futura polemica contro la retorica bellicistica dei regimi, nel mondo antico come nel mondo contemporaneo.

E ancora,  nelle “Storie da calendario” abbiamo un “Socrate ferito” nella battaglia di Delio, eroe suo malgrado o antieroe umoristicamente dissacrato e dissacrante, ben diverso dal ritratto che ci hanno consegnato Plutarco nella Vita di Alcibiade e Platone nel Simposio, visto con la stessa ottica antiidealistica con cui nella poesia “Il sandalo di Empedocle” è raccontata la morte del  filosofo, che voleva assicurarsi una fine misteriosa e far credere  che avesse una natura divina e non umana, ma il sandalo trovato vicino al cratere testimonia la sua morte naturale; i discepoli, già pronti ad avallare il mistero e a elaborare qualche profonda metafisica, si devono accontentare di stringere tra le mani il sandalo del maestro, fatto di palpabile cuoio, terrestre, molto fisico e molto poco metafisico;  e si è parlato di echi del mito classico di Niobe a proposito della protagonista del dramma “Madre Coraggio e i suoi figli”.

Del relatore, il  prof. Franco Buono, voglio dire che è  voce quanto mai autorevole negli studi brechtiani, e uno dei protagonisti più importanti dell’attenzione e dell’interesse riservati al drammaturgo tedesco da Bari e dalla cultura barese: sulle pagine della  rivista “Studi Germanici” e nelle edizioni della barese De Donato pubblica, a partire dalla fine degli anni ’60, importantissimi studi e saggi, di cui mi piace ricordare qualche titolo, limitandomi ai più noti: accanto ai due già citati abbiamo:“Note su marxismo e storia in B.B.”,  “Una inquiry di B.: Der Dreigroschenroman”, “B.B.. La prosa dell’esilio”,  la voce “B.B. nel Dizionario critico della letteratura tedesca (UTET), l’edizione tedesca delle poesie cittadine (Francoforte), i Racconti( ed. Il Melangolo), “Maschere e pugnali. Brecht e l’esperienza cinese”.

Ed ora, in conclusione di questo mio intervento, consentitemi una brevissima nota personale, un ricordo di me studente liceale che sul declinare degli anni ’60 ebbe la ventura di assistere alla messa in scena, a cura del CUT-Bari, e con la regia di Bepi Acquaviva e Michele Mirabella, di “L’eccezione e la regola”, uno dei drammi didattici brechtiani: fu una novità importante per noi giovani di quegli anni, l’aprirsi della mente a un teatro e a un dibattito nuovi, ai “primi vagiti di un ’68 ancora lungo da  venire”, come dice una nota canzone; l’aprirsi della mente e del cuore a interessi culturali e a una passione politica che scontavano inevitabilmente qualche eccesso di schematismo, ed in seguito avrebbero avuto chiarificazione, sistemazione,elementi di problematizzazione, ma che forse non sarebbero esistiti o sarebbero stati diversi senza quel precedente, senza il fascino che esercitarono il “teatro epico”  e poi la poesia di Brecht, senza il lavoro del CUT e dei giovani intellettuali che ne fecero parte, senza le pagine degli studiosi come  Franco Buono sul marxismo di Brecht, sul suo antifascismo, sul suo antimilitarismo, sulla sua poesia, sulla sua concezione estetica.

Cosa resta oggi, in un mondo così diverso da quello di cinquant’anni fa, della lezione di Brecht? Cosa possono apprendere le nuove generazioni dalle sue pagine, dalla sua opera?

La fine dei regimi totalitari, la caduta del muro di Berlino, i processi economici su scala planetaria, la cosiddetta globalizzazione, modificano certamente i modi e il senso della lettura e della fruizione di un autore “politico” come Brecht, che in una celebre poesia “A coloro che verranno” richiese dai posteri, cioè da noi, comprensione e indulgenza per chi, come lui, vissuto in tempi bui, avendo voluto apprestare il terreno alla “gentilezza”, non poté essere gentile.

La lotta contro il nazismo, la polemica contro il capitalismo e la borghesia capitalistica, la necessità del riscatto di ingenti masse dall’ignoranza, dalla inconsapevolezza e dalla schiavitù, il bisogno di una forte identità politica e ideologica a fianco del proletariato, oggi suonano un po’ datati, forse un po’ anacronistici: ma le guerre, che non sono mai terminate, e i meccanismi che vi presiedono, il problema morale e politico della responsabilità dello scienziato, il bisogno di solidarietà e di pace sono tutte tematiche ampiamente affrontate e sviluppate da Brecht, che conviene dunque trattare, anche suo malgrado, come un “classico”, capace cioè di stimolare riflessioni e di suggerire risposte alle nuove domande che gli si pongono.

A me sembra ancora validissimo l’invito, che proviene da moltissime pagine di Brecht, ad evitare un pensiero dogmatico e a praticare un pensiero critico (espresso, ad es., nella straordinaria “Lode del dubbio”); a liberarsi dall’indifferenza, a coniugare “impegno” e “gioco”, come avviene nel suo teatro, ad alternare azione e contemplazione ( l’andirivieni tra il tavolo di lavoro e la finestra da cui si osserva il giardino, in una delle sue ultime poesie, intitolata “Tempi duri”), ad alternare la durezza dello scontro con la dolcezza della “Freundlichkeit”, parola bellissima, che significa gentilezza, amicizia, benevolenza, compassione e volontà di aiuto nei confronti degli altri, spesso metaforizzata, nella poesia di Brecht,  nelle bellissime immagini di alberi fioriti, dei susini, degli albicocchi, dei ciliegi.

Ma è ora di concludere questa mia introduzione, chiedendovi scusa per la sua forse eccessiva lunghezza, e pregando il prof. Buono di pazientare ancora un po’, per consentire agli studenti di leggere qualche pagina brechtiana. Vi ringrazio.   

Liceo Classico Socrate -Bari, Via S. Tommaso d'Aquino 4 -70124  e-mail: socrateliceo@virgilio.it