Socrate - Liceo Classico Statale di Bari

1975 - 2005

Riflessioni su Pier Paolo Pasolini trent’anni dopo

La forza del passato, la luce nel cuore, il vento della storia

 

Quella luce era speranza di giustizia: non sapevo quale: la Giustizia


Home    /   Archivio
Progetto /Intervento di Nichi Vendola / Intervento di Augusto Ponzio Introduzione 17-11-05 di Nicola Moretti

Link utili

www.pasolini.net

per la foto del manifesto
direland.typepad.com/..
./ 10/a_hitherto_unpu.html

Gli occhi di Pasolini, prof.ssa Emma Favia
www.pasolini.net/
saggistica
_emmafavia.htm

Leopoldo Gamberale, Plauto secondo Pasolini......
prof
.Nicola Moretti 

 

17  Novembre 2005, Cinema Esedra

  Introduzione alla relazione del prof. Francesco De Martino “Come un cane senza padrone: Pasolini e l’antico”

di

Nicola Moretti

 

Buonasera, e benvenuti alla seconda di queste nostre serate di riflessione su P.P.Pasolini a trent’anni dalla morte.

Il tema dell’incontro odierno è il rapporto che Pasolini ebbe con l’antico: argomento che  si presenta particolarmente interessante, ma anche abbastanza complesso, di non facilissima lettura.

Ce ne parlerà tra poco il prof. Francesco De Martino, docente di Letteratura Greca presso l’Università di Foggia che ha al suo attivo una notevole mole di pubblicazioni,  e intellettuale attento alla cultura contemporanea e alla presenza del classico in essa: le due riviste che ha fondato e che dirige, “Le Rane” e “Kleos”sono un importante e originale contributo alla riflessione sul senso dell’antico oggi. Il prof. De Martino ci illustrerà anche il significato del titolo della sua conversazione, ossia “Come un cane senza padrone”, aiutandoci così ad entrare e ad orientarci nella tematica di questa sera. Ma prima di dare la parola al prof. De Martino vorrei delineare rapidamente le tappe attraverso le quali si costruisce l’attenzione di Pasolini al mondo antico.

E’ negli anni ’60 che questa attenzione si intensifica e porta alla rielaborazione del concetto e della funzione del mito, al suo riuso, nel quale si avverte, con feconda contaminazione di culture, la presenza del pensiero di Marx, della psicanalisi freudiana, dell’impostazione antropologica di Bachofen sulla società patriarcale, e degli studi di Mircea Eliade sul sacro.

Eschilo, Sofocle, Euripide, con l’Orestea, Edipo Re, Medea, il dramma teatrale “Pilade” sono presenti nell’orizzonte culturale e nella riflessione politica di Pasolini nel decennio più intenso della sua attività e della sua produzione artistica, che ormai si estrinseca non solo e non tanto nella creazione letteraria quanto, soprattutto, nel cinema e nel teatro: l’aspra polemica contro la modernità deviata dell’”universo orrendo” del Neocapitalismo, e la critica della totale dissacrazione e distruzione di valori nel mondo contemporaneo, si strutturano mediante la nozione di “sacro”, di una religiosità millenaria, arcaica, contadina, precedente ogni religione storica o rivelata; il sacro è presente nella natura intesa come “ierofania”, e nei miti antichi, nei racconti il cui linguaggio Pasolini ha riletto sulla base dell’antropologia e della psicanalisi, non solo per capire la propria condizione psichica, la propria biografia, ma soprattutto per analizzare i conflitti che c’erano all’interno della cultura italiana, e non solo italiana.

Attraverso il mito Pasolini ha letto realtà pre-culturali che lo affascinavano, come quella del Terzo Mondo : la verità e l’autenticità sono lì, nella Grecia/Marocco dell’Edipo Re, nella Colchide arcaica, quasi onirica, di Medea, contrapposta a Corinto/Pisa di Giasone e Creonte; nell’Africa in cui ha girato l’ultimo film ispirato al mito greco, e cioè il film-documentario “Appunti per un’Orestiade africana”, il cui tema portante è il passaggio dalla società tribale alla civiltà della storia e del diritto nell’epoca post-coloniale.

Nel dramma “Pilade” è invece adombrata  la crisi di quella ragione laica e illuministica che ha dato vita a molte ideologie otto- e novecentesche, ma che ha di fatto desacralizzato totalmente il senso della vita, e soprattutto è il fondamento del Neocapitalismo: Oreste è il rappresentante della storia

 nuova, fatta di sviluppo e di ragione, mentre a Pilade è affidato il senso della difesa della

 

 

 

 

 

 tradizione, del passato, della rivolta in nome dei valori più sacri; le Furie trasformate in Eumenidi mantengono intatta la loro sostanziale irrazionalità, simboleggiando così un concetto molto caro a Pasolini, la  trasformazione dell’irrazionalismo disperato e anarchico borghese in una nuova forma di irrazionalismo, quello che fa i conti con la dimensione più profonda, più viscerale di se stessi.

Ma il rapporto di Pasolini con la cultura classica ha radici più lontane, negli anni della sua formazione al Liceo Galvani di Bologna, nelle sue traduzioni giovanili di Saffo in dialetto friulano (raccolte nel bel libro di Massimo Fusillo “La Grecia secondo Pasolini”, edito qualche anno fa); ha radici nell’entusiasmo che gli procura la lettura dei lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo nel 1940.

L’epistolario di Pasolini è un documento importante per seguire l’evolversi della sensibilità dello scrittore  su questo tema: sin dagli anni 40-42 il diciottenne Pasolini scrive da Casarsa ai suoi amici bolognesi raccontando la sua vita, le sue letture, i suoi studi, i suoi tentativi di riscrittura. Veniamo a sapere così dell’emozione suscitatagli dalla grecità dell’Iperione di Hölderlin e della Pentesilea di Kleist; leggiamo sue liriche dai titoli significativi: “Seconda elegia”, “La chioma di Berenice”, “Riso poetico di Apollo”, “Canto amoroso di una Amazzone”, e l’inizio di un trattatello ispirato al  Fedro di Platone; sappiamo di una sua traduzione /rifacimento da Alceo, e di una versione dell’Edipo sofocleo. Cose un po’ scolastiche, senza dubbio, e su tutto i numi tutelari e i modelli di Saffo, Virgilio, Tibullo.

Ma un passo decisivo per la maturazione di un più profondo rapporto con la classicità si ha con la sua tesi di laurea su Giovanni Pascoli, nel 1945.

La tesi  si apre con l’analisi e il commento di un Poema Conviviale “L’etéra”, e del “Fanum Apollinis”, uno dei Poemata Christiana.

Nel primo il mondo greco è associato al mito dell’amore e della morte, alla sorpresa e all’umiltà del poeta di fronte a questo mistero; nel secondo appare il tema dell’”Ignotus vere Deus”, del dio cristiano che dà salvezza, sollievo e conforto, non ancora diventato istituzione. Attraverso quest’ultimo archetipo allusivo  Pasolini dava corpo sostanzioso alla sua religiosità arcaica e arcana: “dal limbo di una tesi di laurea – scrive Ezio Raimondi – la letteratura procedeva verso i segni oscuri di un destino già iscritto nel desiderio tenero e infelice della carne”.

Questo pascolismo di fondo, con la presenza di una campagna virgilianamente sentita, dura per tutti gli anni ’50, anche quando le borgate romane e i “ragazzi di vita” si saranno sostituiti ai campi e ai contadini friulani.

Agli inizi degli anni ’60  Pasolini si accinge a tradurre l’Eneide: di questa traduzione il Fondo Pasolini conserva i primi 11 versi. Il lavoro venne interrotto e lasciato cadere definitivamente perché altri impegni attendevano lo scrittore. Egli stesso nella nota che accompagna la sua traduzione dell’Orestea di Eschilo, proprio nel ’60, ci dice che questa fu fatta su richiesta di Vittorio Gassman “alla notizia che io stavo traducendo Virgilio”.

Forse vale la pena interrogarci sul perché fu interrotta la traduzione dell’Eneide: era già forse incominciato il rifiuto della letteratura nelle forme tradizionali, e si era avviata l’attenzione per altre forme di messaggio, che saranno il cinema e il teatro? Ma può esservi anche un’altra ragione:

l’Eneide rappresenta il passaggio dal mito alla storia, anzi è il mito che si fa storia, o la storia che, dolorosamente accettata nella sua inevitabile logica, cerca la propria autolegittimazione nel mito.

C’è un indizio, una spia linguistica significativa nella traduzione di Pasolini, l’espressione “fato profugus” del v. 2 tradotta con “profugo da Troia la storia spinse per primo sulle sponde del Lazio”.

Se la traduzione di “fatum” con “storia” ha suscitato la perplessità di qualche filologo purista, è indubbio che essa indica un rovello nella riflessione di Pasolini: in essa c’è già una frattura insanabile tra storia (che per lui è la modernità, il consumismo, l’omologazione,la volgarità del

 

 

 

 

 

 Potere,) e il mito, che diventa sempre più dimensione del sacro e dell’autenticità di espressione, legata ad una fase aurorale della storia dell’umanità.

La civiltà latina gli appare più “sviluppata” e dunque più “storica” di quella greca, più lontana quindi dal mito e  dagli archetipi ad esso legati. Questa potrebbe essere la chiave per leggere la seconda traduzione teatrale di Pasolini.

Nel 1963 infatti, su commissione, traduce il “Miles gloriosus” di Plauto col titolo “Il vantone”. La traduzione è improntata ad una rappresentazione “più da avanspettacolo che da trivio”, per dirla con le sue parole;  le soluzioni linguistiche e formali (il dialetto romanesco di Belli e il doppio settenario, cioè il verso alessandrino della commedia di Molière) riattualizzano modernamente il significato storico del teatro di Plauto, in equilibrio tra gusto plebeo, intento realistico e autonomia rispetto al modello di riferimento :  “ con una traduzione come il mio Vantone – scrive Pasolini – il pubblico esce dallo spettacolo munito di un’idea  - farsesca, comica, sì, ma esatta - di quello che fu una società funebremente deformata dallo schiavismo…. Infine, ho reso con tutta l’immediatezza che mi era consentita l’antimilitarismo di Plauto nella sua concezione principale, il Generale (così ho tradotto il Miles); tanto è vero che quando egli chiede che cosa un servo gli àuguri, questi gli risponde “vincere, sempre vincere”,che è un motto che non può essere privo di diretta allusività per gli italiani .”

E qualche anno dopo, nel 1968, sappiamo da una lettera al poeta e amico Andrea Zanzotto di una proposta di riduzione teatrale della satira di Seneca, l’Apocolocyntosis, proposta che non ebbe seguito, ma che tentò Pasolini.

E’ possibile allora una linea interpretativa che individui nella satira e nella storia le direzioni verso le quali si orienta il rapporto di Pasolini con la latinità classica? Alla cultura greca verrebbe invece affidata la ricerca di una interrogazione più radicale e problematica sulla propria anima e sulla realtà.

 

Anche negli anni ’70 continua l’attenzione di Pasolini all’antico. Abbiamo:

-una recensione (apparsa su “Nuovi Argomenti” dell’Aprile-Giugno 1971) alla traduzione dell’Odissea di Giovanna Bemporad, edita a Torino l’anno precedente, con la prefazione di Umberto Albini. Le osservazioni critiche di Pasolini sulla struttura dei primi 117 versi dell’Odissea e sulla traduzione della Bemporad, sua carissima amica, sono straordinariamente acute, e stupiscono per precisione filologica e intelligenza interpretativa;

- in “La nascita di un nuovo buffone”, poesia della raccolta “Trasumanar e organizzar” del 1971 Pasolini scrive:

Attraverso l’umorismo rientro nell’ordine.

Tace il Tersite imberbe e sedicente

(oltre che oggettivamente) grazioso.

L’Ulyxes è rimasto a casa:

vi fa (appunto) dell’ironia e vi difende

da folle moderato le istituzioni . Quanto a Ettore,

lui, fa saltuarie apparizioni.

Ma anche lui, guai se non ci fosse un po’ di distacco.

 

I personaggi omerici, come si vede, sono rovesciati da Pasolini rispetto al modello, e sono diventati così attori di un umoristico e amaro psicodramma sulla sua nuova funzione intellettuale;

 

 

 

 

 

 

- nel 1974, nella poesia in friulano “Saluto e augurio”, che chiude la raccolta “La nuova gioventù”, Pasolini, immaginando di parlare ad un giovane fascista, (rappresentante di quella Destra sublime,

 come la chiama lui, cioè “una destra che coinvolga, inglobi una serie di problemi, amori, rimpianti che in fondo valgono per tutti… una destra utopistica, completamente idealizzata”), alla difesa del Latino e del Greco fatta da questo giovane conservatore oppone il suo amore per la cultura classica, superando definitivamente la tradizione di separatezza e di autosufficienza dell’intellettuale che storicamente  si riconosce in quella cultura, e tornando a riproporre quindi la lezione, gramsciana ed evangelica allo stesso tempo, di una cultura che sappia rinunciare al suo valore estetico per farsi azione per i poveri e i diseredati del mondo:  del resto, qualche anno prima si era mostrato entusiasta della scuola di Barbiana e della pedagogia di don Lorenzo Milani;

- e, infine, “Petrolio”, pubblicato postumo nel ’92, opera dalla struttura eccessiva e smodata, come è stata definita, incompiuta e tuttavia risolta pienamente nel significato.

Nella sua incompiutezza continuano a risuonare una quantità di stimoli e modelli, in pratica l’intera tradizione della satura classica. “Petrolio” dunque come moderno Satyricon, con i viaggi e le avventure del protagonista disposte “a brulichio, non a schidionata”, secondo lo schema del modello petroniano, e con la medesima attitudine della satura classica ad accostare e giustapporre nella scrittura generi letterari diversi. In “Petrolio” Pasolini prevedeva addirittura l’inserimento di documenti sonori e visivi, e perfino del testo greco delle Argonautiche di Apollonio Rodio, che dovevano commentare la “moderna impresa” raccontata nelle 500 pagine del libro: la conquista del moderno “vello d’oro”, il petrolio, e le devastazioni dei moderni Argonauti, che cambiano irreversibilmente i connotati del mondo e dei suoi abitanti.

Ma è ormai tempo di porre fine a questa mia introduzione, scusandomi con tutti voi della sua lunghezza, e pregando il prof. De Martino di pazientare ancora un po’, per ascoltare qualche passo di opere di Pasolini letto dai nostri studenti. Grazie.

 

 

Liceo Classico Socrate -Bari, Via S. Tommaso d'Aquino 4 -70124  e-mail: socrateliceo@virgilio.it