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Italiano - Test
n. 2 L’ochetta
Martina. Era
giunto il grande momento: per ventinove giorni avevo covato le mie venti
preziose uova di oca selvatica; o meglio, io stesso le avevo covate solo
negli ultimi due giorni, affidandole per quelli precedenti a una grossa
oca domestica bianca e a un’altrettanto grossa e bianca tacchina, che
avevano assolto il compito molto più affettuosamente e adeguatamente di
me. Solo negli ultimi due giorni io avevo tolto alla tacchina le dieci
uova biancastre, ponendole nella mia incubatrice (mentre l’oca domestica
doveva covare fino alla fine le sue dieci uova). Io volevo spiare ben bene
il momento in cui sarebbero sgusciati fuori i piccoli, e ora quel momento
fatidico era arrivato (...). La
mia prima ochetta selvatica era dunque venuta al mondo, e io attendevo
che, sotto il termoforo che sostituiva il tiepido ventre materno,
divenisse abbastanza robusta per ergere il capo e muovere alcuni passetti. La
testa inclinata, essa mi guardava, con i suoi grossi occhi scuri (...) A
lungo, molto a lungo mi fissò l’ochetta, e quando io feci un movimento
e pronunciai una parolina, quel minuscolo essere improvvisamente allentò
la tensione e mi salutò: col collo ben teso e la nuca appiattita,
pronunciò rapidamente il verso con cui le oche selvatiche esprimono il
loro stato d’animo, e che nei piccoli suona come un tenero, fervido
pigolio (...). Io non sapevo ancora quali gravosi doveri mi ero
assunto per il fatto di aver subito l’ispezione del suo occhietto scuro
e di aver provocato con una parola imprevidente la prima cerimonia del
saluto (...) Infilai
la mano sotto il ventre tiepido e morbido della vecchia (oca) e vi
sistemai ben bene la piccina, convinto di aver assolto il mio compito. E
invece mi restava ancora molto da imparare. Trascorsero pochi minuti
durante i quali meditavo soddisfatto davanti al nido dell’oca, quando
risuonò da sotto la biancona un flebile pigolio interrogativo:”vivivivivi?”.
In tono pratico e tranquillizzante la vecchia oca rispose con lo stesso
verso, solo espresso nella sua tonalità:”gangangang“. Ma,
invece di tranquillizzarsi come avrebbe fatto ogni ochetta ragionevole, la
mia rapidamente sbucò fuori da sotto le tiepide piume, guardò con un
solo occhio verso il viso della madre adottiva e poi si allontanò
singhiozzando: ”fip… fip... fip…”. Così pressappoco risuona il
lamento delle ochette abbandonate: tutti i piccoli uccelli fuggiti dal
nido possiedono, in una forma o nell’altra, un lamento del genere. La
povera piccina se ne stava lì tutta tesa continuando a lamentarsi ad alta
voce, a metà strada tra me e l’oca. Allora io feci un lieve movimento e
subito il pianto si placò: la piccola mi venne incontro col collo
proteso, salutandomi col più fervido ”vivivivivi“. Era proprio
commovente, ma io non avevo intenzione di fungere da madre oca. Presi
dunque la piccola e la ficcai nuovamente sotto il ventre della vecchia e
me ne andai. Non avevo fatto dieci passi che udii dietro di me: ”fip…
fip… fip... fip…“; la poveretta mi correva dietro disperatamente.
Non riusciva ancora a star ferma in piedi, aveva il passo ancora molto
insicuro e vacillante, però sotto la pressione del bisogno, possedeva già
l’andatura rapida e impetuosa della corsa (...). Avrebbe commosso un
sasso la povera piccina, con quel modo di corrermi dietro piangendo con la
sua vocina rotta dai singhiozzi, incespicando e rotolando, eppure
con velocità sorprendente e con una decisione dal significato
inequivocabile: io ero sua madre, non la bianca oca domestica! Sospirando
mi presi la mia piccola croce e la riportai in casa (...). Viene
la sera. Non dormiva molto a lungo e in quella prima giornata non vi feci
gran caso. Ma durante la notte me ne dovetti ben accorgere! Avevo
preparato per la mia ochetta una magnifica culla riscaldata elettricamente
che aveva già sostituito il caldo ventre materno per molti piccoli da me
allevati. Quando,
a sera abbastanza inoltrata, misi la mia piccola Martina sotto la coperta
termostatica, essa emise subito soddisfatta quel pigolio rapido che presso
le giovani oche esprime la voglia di dormire e che suona pressappoco con
un ”virrrrrr”. Posi la cestina con la culla riscaldata in un angolo
della camera e mi infilai anch’io sotto le coperte. Proprio
nell’attimo in cui stavo per addormentarmi udii Martina emettere, già
tutta assonnata, ancora un sommesso ”virrrrrrr”. Io non mi mossi, ma
poco dopo risuonò più forte come un tono interrogativo, quel richiamo
”vivivivivi?” che Selma Lagerlof (…) traduce con geniale penetrante
intuizione nella frase: ”io sono qui, tu dove sei?” Io continuai a non
rispondere, rannicchiandomi sempre più tra le coltri, e sperando
intensamente che la piccola si sarebbe riaddormentata. Macchè? Ecco di
nuovo il suo ”vivivivivi?“, ma ora con una minacciosa componente
tratta dal lamento dell’abbandono, un ”io sono qui, tu dove sei?”
pronunciato con un viso atteggiato al pianto, con gli angoli della bocca
abbassati e il labbro inferiore voltato infuori; cioè, presso le oche,
con il collo tutto ritto e le piume del capo arruffato. E un istante dopo
ecco uno scoppio di striduli e insistenti fip…fip...fip...”. Dovetti
uscire dal letto e affacciarmi sul cestino; Martina mi accolse beata
salutandomi con un ”vivivivivi”. Non voleva più smettere, tanto era
il sollievo di non sentirsi più sola nella notte. La posi dolcemente
sotto la coperta termostatica; ”virrrrr, virrrrrr“. Si addormentò
subito, deliberatamente, ed io feci lo stesso. Ma non era passata neppure
un’ora, quando di nuovo risuonò il ”vivivivivi?” interrogativo e si
ripeté esattamente la sequenza di cui sopra. E poi di nuovo alle dodici
meno un quarto e all’una. Alle tre meno un quarto mi levai e decisi di
cambiare radicalmente la disposizione degli elementi dell’esperimento.
Presi la culla e me la posi a portata di mano presso la testata del letto.
Quando, secondo le previsioni, alle tre e mezzo si fece sentire il solito
interrogativo ”io sono qui, tu dove sei”, io risposi nel mio stentato
linguaggio di oca ”gangangangang” e diedi qualche colpetto alla culla
termostatica. ”Virrrrrrrr”, rispose Martina ”io sto già dormendo,
buonanotte“. Presto imparai a dire ”gangangangang” senza neppure
svegliarmi, e credo che ancor oggi risponderei così se, nel profondo del
sonno, udissi qualcuno sussurrarmi sommessamente: ”vivivivivi?”. Però
all’alba, quando si fece chiaro, non mi servì più a nulla dire
”gangangang” e dare colpetti alla coperta: Martina, con la luce del
giorno si accorse che il cuscino non era me e cominciò a piangere perché
voleva venire proprio da me. Che cosa si fa quando il nostro grazioso,
adorato fantolino si mette a strillare alle quattro e mezza di mattina?
Be’ non c’è altro che tirarlo su e prenderselo nel letto (…) Nel
complesso Martina era una ”bambina” molto buona. Non dipendeva da una
sua ostinazione il fatto che non riuscisse a star sola neppure un minuto:
bisogna pensare che per un giovane uccello della sua specie, che vive
normalmente allo stato selvaggio, il perdere la madre e i fratelli
significa una morte sicura. Analisi
del testo Dopo aver letto attentamente il brano proposto, rispondi alle seguenti domande:
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