Capire la Costituzione

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Dirigente Scolastico Beatrice Mezzina - Docente referente: prof. Giuseppe Di Florio


CAPIRE LA COSTITUZIONE 1.   Le origini della Carta Costituzionale

Il percorso di una Nazione per giungere ad una Costituzione è quanto mai significativo per comprendere i valori ed i principi su cui essa si fonda.

La Costituzione Italiana nacque nel 1948, momento storico assai drammatico, in cui il paese, duramente provato da una guerra (anche civile) che aveva distrutto il tessuto sociale, usciva sconvolto da un ventennio di dittatura, che aveva ridotto, sino sostanzialmente a vanificarle, le libertà civili e politiche. A questo si aggiungeva una situazione economica disastrata, con larghissime fasce della popolazione (specie nel meridione) ben al di sotto della soglia di povertà.

Situazione drammatica, dunque, ma proprio per questo in grado di far emergere le energie migliori di una Nazione ancora giovane (l’Unità d’Italia era di soli ottanta anni prima), che per la prima volta si trovava a potersi dare regole davvero democratiche.

Molto significativo è il discorso di Pietro Calamandrei, uno dei costituenti, tenuto all’Assemblea e di cui si riporta un passo: “Fra un secolo si immaginerà che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva sulla nuova costituzione repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri, di cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato un popolo di morti, di quei morti che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da  Amendola a Gramsci, fino ai giovanetti partigiani. […]

Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la fede e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili ed oneste il loro sogno di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono a noi i nostri morti. Non dobbiamo tradirli[1] .

I componenti dell’Assemblea Costituente, chiamati a “scrivere” la Costituzione, sentivano, dunque, l’onere e la responsabilità di dover tradurre in norme i principi di libertà e di progresso civile, che avevano ispirato quanti avevano pagato addirittura con la vita la difesa dei valori in cui credevano. Individui, si badi bene, - tiene a specificare Calamandrei – che non erano eroi, ma persone comuni, le quali avevano “accettato” il sacrificio.

L’Assemblea Costituente, oggi lo possiamo affermare, ben riuscì a tradurre quei principi in norme, tanto che la nostra Costituzione, almeno per quanto riguarda la prima parte (che poi contiene l’affermazione dei valori), è ancora tra le più avanzate del mondo.

 

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Ma limitare la ricerca dei principi solo a quelle che furono le vicende interne dell’Italia rischia di costituire un limite all’effettiva comprensione di un altro aspetto della Costituzione, che è invece caratterizzante e trae origine dal pensiero risorgimentale di Mazzini: la liberà del popolo italiano non sarebbe potuta esistere senza una visione di libertà delle altre Nazioni. Si tratta della concezione di una Nazione inserita in un contesto più ampio, in una organizzazione sovranazionale, composta su un piano di eguale dignità da Nazioni parimenti democratiche.

Tale idea, quanto mai avanzata, avrebbe trovato espressione sia nell’adesione dell’Italia all’ONU sia, soprattutto, nella partecipazione alle organizzazioni europee, che oggi, alla fine di un percorso lungo e non ancora completamente compiuto, hanno dato vita all’Unione Europea (la Costituzione prevede, infatti, sin dall’origine una limitazione dei poteri dello Stato Nazionale in favore delle organizzazioni sovranazionali).

L’insegnamento da trarre dall’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale era proprio questo: il progresso civile e sociale di un paese non può compiersi veramente, se non si inserisce in un contesto internazionale.

Le parole di Don Giuseppe Dossetti esprimono in sintesi, ma con estrema efficacia, questo concetto:

Alcuni pensano che la Costituzione sia un fiore pungente, nato quasi per caso da un arido terreno di sbandamenti post-bellici e da risentimenti faziosi volti al passato. Altri pensano che essa nasca da una ideologia antifascista, di fatto coltivata da certe minoranze, che avevano vissuto soprattutto da esuli gli anni del fascismo. Altri ancora – come non pochi dei suoi attuali sostenitori – si richiamano alla resistenza, con cui l’Italia può avere ritrovato il suo onore ed in un certo modo si è omologata ad una certa cultura internazionale. E così si potrebbe continuare a lungo nella rassegna delle opinioni o sbagliate o insufficienti.

In realtà la costituzione italiana è nata ed è stata ispirata da un grande fatto globale, cioè i sei anni della seconda guerra mondiale. (..) Anche il più sprovveduto o il più ideologizzato dei costituenti non poteva non sentire alle sue spalle l’evento globale della guerra testè finita. Non poteva, anche che lo avesse cercato di proposito, in ogni modo, dimenticare le decine di milioni di morti, i mutamenti radicali della mappa del mondo, la trasformazione quasi totale dei costumi di vita, il tramonto delle grandi culture europee, l’affermarsi del marxismo in varie regioni del mondo, i fermenti reali di novità in campo religioso, la necessità impellente della ricostruzione economica e sociale all’interno e tra le nazioni, l’urgere di una nuova solidarietà e l’aspirazione al bando della guerra. Quindi l’acuirsi delle ideologie appena ritrovate e l’asprezza dei contrasti politici fra i partiti appena rinati, lo stesso nuovo fervore religioso determinato dalla coscienza resistenziale non potevano non inquadrarsi, in un certo modo, in vasti orizzonti, al di là di quello puramente paesano, e non potevano non inserirsi anche in una nuova realtà storica globale a scala mondiale.
Insomma, voglio dire che nel 1946 certi eventi di proporzioni immani erano ancora troppo presenti alla coscienza esperienziale per non vincere, almeno in sensibile misura, sulle concezioni di parte e sulle esplicitazioni, anche quelle cruente, delle ideologie contrapposte e per non spingere, in qualche modo, tutti a cercare, in fondo, al di là di ogni interesse e strategia particolare, un consenso comune, moderato ed equo. Perciò la Costituzione italiana del 1948, si può ben dire nata da questo crogiolo ardente ed universale, più che dalle stesse vicende italiane del fascismo e del postfascismo; più che del confronto/scontro di tre ideologie datate, essa porta l’impronta di uno spirito universale e, in un certo modo, trans-temporale
[2].

Vi è in questo passo, l’orgogliosa rivendicazione della nascita della Costituzione quale fatto di portata storica, che trascende il “contingente”, per assumere carattere di “universalità” nella storia del Popolo Italiano.

 

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Dalle parole di Dossetti emerge nitido anche lo “scontro” aspro tra le varie ideologie ed i vari movimenti politici (che di quelle ideologie erano portatori), i quali presero parte alla redazione della Carta Costituzionale.

Possiamo affermare che la nostra Costituzione sia frutto della mediazione tra tali ideologie e di un “compromesso”, nel senso più nobile del termine, privato dell’accezione negativa che spesso, nel linguaggio comune, ad esso si attribuisce. Ognuna delle diverse idee portate dalle forze politiche che parteciparono alla redazione della Costituzione può rintracciarsi nei principi informatori del testo costituzionale.

           Due principi, però, costituivano la base comune della Costituente:

-          la condanna unanime e inequivocabile del fascismo, inteso non solo come il movimento politico che aveva governato l’Italia nel ventennio, ma anche ( in senso ben più ampio) come ogni regime che, in qualsiasi modo, pretendesse di limitare le libertà dell’individuo, sia come singolo sia come membro di corpi sociali (associazioni, partiti ecc.);

-          il rifiuto categorico della guerra.

 

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Nella nostra analisi, dunque, deve sempre tenersi conto di quanto sopra detto: la Costituzione nasce come percorso di un intero Popolo e come prospettiva di democrazia e di libertà. Una prospettiva che deve essere continuamente attuata e deve tradursi in impegno consapevole di tutti per la democrazia.

La Costituzione, dunque, va intesa in senso “dinamico”, come una serie di precetti da attuare in tutte le molteplici manifestazioni della vita politica e sociale.

Possiamo, così, esaminare i quattro principi che fondano la Costituzione:  l’idea liberale, l’idea democratica, l’idea socialista e il cristianesimo sociale.

           Osserviamoli distintamente, per renderci conto di come ognuno di questi si sia tradotto nella norma della Carta fondamentale della Repubblica Italiana[3].

 

L'idea liberale

Affermazione imprescindibile del liberalismo è che l'individuo ha un valore assoluto, indipendentemente dalla società e dallo Stato di cui fa parte. Lo Stato è il prodotto di un libero accordo tra gli individui (contrattualismo).

Il liberalismo nasce dalla crisi della concezione autoritaria e gerarchica della società, propria del pensiero medioevale. Si afferma, in un primo tempo, nel corso delle guerre di religione. Il frutto più alto del liberalismo religioso è il “principio di tolleranza”, secondo cui nessuno deve essere perseguitato a causa della propria professione di fede. Il liberalismo si sviluppa, poi, nelle idee dei primi teorici dell'economia e in genere nei pensatori illuministi come liberalismo economico, cioè come affermazione del diritto dell'individuo ad essere affrancato dai vincoli alla circolazione dei beni (vincoli derivanti dal protezionismo statale),  e a svolgere la propria iniziativa nel campo dell'economia, secondo le proprie capacità e non seguendo altra regola che quella del proprio interesse individuale, sino al limite in cui questo non contrasti con l'interesse altrui. Alla concezione liberale della vita economica è connessa l'idea di concorrenza e quindi di lotta disciplinata dal diritto, come metodo di convivenza e pungolo del progresso sociale. L'idea liberale trova infine la sua massima espressione nel liberalismo politico, la cui patria è l'Inghilterra ed il cui concetto fondamentale è quello di stato liberale. Inteso nella sua purezza, il modello dello stato liberale ha come proprio fine quello di provvedere al bene comune, garantendo ai singoli individui, attraverso l’astratta formalità della legge, eguali opportunità di realizzazione e di affermazione socio – economica, secondo le loro capacità ed i loro talenti. Rispetto alla struttura giuridica, i limiti al potere dello Stato vengono posti sulla base di due principi fondamentali: a) il riconoscimento dell’esistenza di diritti naturali dell'individuo, anteriori al sorgere dello Stato, e che lo Stato non può violare, anzi deve garantire nel loro libero esercizio (dottrina del diritto naturale); b) la separazione e l’equilibrio dei poteri, in modo tale che questi non vengano esercitati dalla stessa persona o dallo stesso organo (come accadeva nelle monarchie assolute).

Nella nostra Costituzione è indubbia la presenza di principi liberali: l’affermazione dei diritti inviolabili dell’individuo (diritti civili) è dichiarata in maniera quasi solenne e costituisce limite all’ingerenza dello Stato.

A garanzia di tale limite, si ritrovano nella Costituzione italiana i due principi fondamentali tipici dello Stato liberale: da una parte l'affermazione dello Stato di diritto, dall'altra il principio della divisione dei poteri (politico, amministrativo, giudiziario).

Viene così garantita la libertà economica, intesa non soltanto come libertà di ogni individuo di essere proprietario dei beni, in particolare dei beni economici, di acquistarli, di venderli, di goderne e di disporne, di commercializzarli, senza alcun vincolo, ma anche come libertà di avviare iniziative imprenditoriali, cioè di investire, di produrre, di assumere e vendere forza lavoro; in poche parole, vengono garantite tutte quelle condizioni essenziali e necessarie all'esistenza e allo sviluppo di un capitalismo moderno.

Appartiene, inoltre, all’orizzonte ideologico liberale anche l’affermazione della laicità dello Stato, con la conseguente libertà religiosa, anche se la Costituzione non disconosce l’importanza della Chiesa Cattolica nella realtà storico-sociale italiana.

            

L'idea democratica

Mentre il liberalismo ha per principio ispiratore la libertà individuale, il principio fondante dell'idea democratica è l'eguaglianza. Liberalismo e democrazia non sempre si possono facilmente distinguere, perché rappresentano due momenti della stessa lotta contro lo stato assoluto, il quale, come stato senza limiti, offende la libertà e, come stato fondato sul rango, sui privilegi di ceto, sulla distinzione dei cittadini in diversi stati con diversi diritti e doveri, offende l'eguaglianza. Anche se distinti, liberalismo e democrazia, confluendo l'uno nell'altro, hanno dato origine ad organismi statali che sono insieme liberali e democratici.

Partendo dall'idea dell'uguaglianza, la teoria democratica afferma che il potere deve appartenere non ad uno solo (monarchia) o a pochi (oligarchia), ma a tutti i cittadini. Nonostante i molteplici significati assunti nel linguaggio politico contemporaneo dal termine "democrazia", vi è un concetto fondamentale a tutti comune, quello di “sovranità popolare”. Secondo la teoria democratica, la sovranità, cioè il potere di dettar leggi e di farle eseguire, risiede nel popolo: il popolo può trasmettere questo potere, o meglio l'esercizio di questo potere, temporaneamente ad altri, per esempio ai suoi rappresentanti, come accade nel sistema parlamentare, ma non può rinunciarvi e alienarlo per sempre. Se – come già innanzi si è detto – il liberalismo tende a proteggere essenzialmente i diritti civili, per esempio le libertà di pensiero e di stampa, di riunione e di associazione, la dottrina democratica ha come proprio fine principale la difesa dei diritti politici: i diritti di partecipare direttamente o indirettamente al governo della cosa pubblica. Uno Stato è tanto più democratico quanto più numerose sono le categorie dei cittadini a cui estende i diritti politici, sino al limite del suffragio universale, cioè dell'attribuzione dei diritti politici a tutti i cittadini con la sola limitazione dell'età, quindi prescindendo da ogni differenza riguardante la ricchezza, la cultura o il sesso.

In base a quanto esposto, appare chiaro il divario tra uno Stato liberale puro e uno Stato democratico puro: uno Stato in cui vengano riconosciuti i principali diritti civili, ma il suffragio sia ristretto, come accadeva in Italia prima del fascismo, potrà dirsi liberale, ma non democratico.

Altri due elementi caratterizzano lo Stato democratico: a) il sistema elettivo, che si differenzia dalla ereditarietà e dalla cooptazione e permette l'esercizio del potere dal basso; b) il principio maggioritario (secondo cui le deliberazioni degli organi collegiali debbono essere prese a maggioranza), dal quale deriva il sistema cosiddetto del governo di maggioranza, che si distingue tanto dal modello autocratico del governo di minoranza o di uno solo, quanto dal governo, del resto irrealizzabile, di tutti. Questi diversi principi hanno contribuito alla formazione di una particolare forma di governo, che è andata attuandosi in Europa, con alterne vicende, via via che crollavano le antiche monarchie assolute: il regime parlamentare.

Anche i principi che traggono ispirazione dal concetto di stato democratico si ritrovano nella Costituzione repubblicana. L'idea base della Costituzione italiana è infatti rappresentata dal valore che viene attribuito alla democrazia. L'art. 1 dichiara che "L'Italia è una Repubblica democratica..." in cui "La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". La Costituzione repubblicana, facendo proprio il principio fondamentale della dottrina democratica, indica nel popolo la fonte primaria di legittimazione della sovranità, ribaltando l'antica concezione dello Stato. Quest'ultimo non rappresenta più un'entità che domina dall'alto gli uomini, ma una forma di organizzazione che i cittadini creano con il loro consenso e nel loro interesse.

Tra gli istituti costituzionali di carattere democratico, va segnalato, primo fra tutti, il suffragio universale. Seguono immediatamente tutti quegli istituti di partecipazione, che la Costituzione contempla per consentire ai cittadini la partecipazione democratica al governo del paese a tutti i livelli (comunale, provinciale, regionale, nazionale).

Ma i veri protagonisti chiamati a partecipare a questo gioco democratico sono i partiti politici, che, facendo da tramite tra società civile e Stato, sono chiamati a condurre il Paese. I singoli individui, lasciati a loro stessi, avrebbero scarse capacità di conoscere e realizzare esigenze di carattere generale; ben maggiore diviene il loro peso, quando essi si organizzano e fanno confluire il proprio consenso nei partiti. Questi ultimi, incanalando i vari interessi emergenti secondo i loro diversi programmi politici, rappresentano il principale strumento per fare valere le idee degli stessi singoli individui.

 

L'idea socialista

Come l'ideale dell’uguaglianza politica e giuridica ha integrato quello liberale della libertà individuale, così l'ideale dell'uguaglianza sociale ed economica, propugnato dal socialismo, si è sovrapposto e talvolta contrapposto, nel corso dell'ultimo secolo, a quello democratico. Anche il socialismo muove da un’aspirazione egualitaria, ma considera l'eguaglianza politica e giuridica, promossa dalla dottrina democratica, un'eguaglianza puramente formale. Che il potere politico sia diviso fra tutti i cittadini e che tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge è, per la dottrina socialista, una conquista necessaria, ma non sufficiente. Sarebbe sufficiente, se l'unico potere di cui si potesse abusare per opprimere gli altri fosse quello politico. Ma il potere politico è molto spesso uno strumento di dominio nelle mani di coloro che detengono il potere economico. Per tale motivo, lo Stato deve attuare misure atte a combattere non solo la diseguaglianza politica, ma anche quella economica.

Il socialismo teorizza, nella sua formulazione massimalista, l’abolizione della proprietà privata e la collettivizzazione dei mezzi di produzione.

La concezione socialista del potere economico e della proprietà implica una particolare visione delle funzioni dello Stato: mentre lo Stato liberale si astiene dall'intervenire nei rapporti economici ed è, come si dice, neutrale, lo Stato socialista considera uno dei propri principali compiti quello di indirizzare le attività economiche verso certi fini di interesse generale, ora limitandosi a proteggere i più deboli economicamente con varie forme di assistenza (Stato assistenziale, nella espressione inglese Welfare State, cioè Stato-benessere), ora dirigendo, attraverso una pianificazione parziale o totale, l'economia del paese (Stato collettivista). Il socialismo, insomma, considera lo Stato quale protagonista dello sviluppo economico della nazione e promotore dell'interesse comune.

Nella nostra Costituzione, non mancano principi che ben possiamo definire di matrice socialista.

E’ previsto l’intervento dello Stato nell’economia, anche al fine di correggere le distorsioni e le disuguaglianze proprie del libero mercato. Ma sono da sottolineare soprattutto la centralità che il lavoro assume nella Costituzione ed il compito, che questa assegna alla Repubblica, di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini, impedendo il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.[4]

Vanno anche ricordati sia la tutela del lavoro e delle libertà sindacali (diritto di sciopero) sia il libero accesso all’istruzione pubblica, con la solenne dichiarazione che lo Stato deve consentire ai meritevoli sprovvisti di mezzi economici di accedere ai gradi più alti dell’istruzione.[5]

L’iniziativa economica, per quanto libera, non può svolgersi in modo da porsi in contrasto con l’utilità sociale.[6]

Sempre nell’alveo dei principi di ispirazione socialista si inserisce la valorizzazione della cooperazione e la possibilità per i lavoratori di accedere a forme di cogestione aziendale.[7]

In generale, quello che emerge dalla Costituzione non è uno Stato pianificatore di ispirazione pienamente socialista, ma uno Stato in cui, comunque, vi è la subordinazione degli interessi economici individuali agli interessi collettivi. Tale modello deriva dalla fusione dell’idea socialista col cristianesimo sociale.

 

Il cristianesimo sociale.

Quando ormai la contesa tra gli ideali liberali e socialisti era divampata, si venne formando una nuova dottrina politica e sociale, che prese posizione, con un programma di conciliazione tra i due contendenti, esercitando influsso, in alcuni Stati, sulla vita politica e sociale: la dottrina sociale della Chiesa cattolica, nota col nome di cristianesimo sociale.

Del liberalismo essa rifiuta il presupposto individualistico e la libertà di concorrenza, che condurrebbero ad una lotta di tutti contro tutti, ove il più povero sarebbe destinato a soccombere. Pure accettando, del socialismo, l'esigenza di proteggere le classi più umili contro quelle dei più potenti, essa rifiuta energicamente la tesi socialista dell'abolizione della proprietà privata. Considerando la proprietà come un diritto naturale, cioè come un diritto senza il quale l'uomo non può sviluppare pienamente la propria personalità, la dottrina del cristianesimo sociale aspira, anziché alla sua soppressione, alla sua più ampia diffusione, in modo che possa diventare proprietario dei mezzi di produzione, attraverso forme che vanno dalla frantumazione della grande proprietà agricola alla partecipazione azionaria degli operai alle grandi imprese, il maggior numero di individui.

Se non si può negare all'individuo di avere diritti individuali sui beni economici, gli si può precludere, non solo con il richiamo al precetto evangelico della carità, ma anche ricorrendo alla regolamentazione statale, un uso di questi beni che sia nocivo alla società e contrario al bene comune. Con la dottrina del cristianesimo sociale, la proprietà individuale viene riconosciuta, anzi estesa nella sua titolarità, seppur temperata nel suo esercizio.

Di fronte al problema dello Stato, il cristianesimo sociale rifugge dagli estremi della concezione liberale e di quella socialista: sin dall'inizio esso ritenne opportuno, contro il liberalismo, l’intervento statale nella vita economica soprattutto per proteggere le classi più povere, sostenne un certo dirigismo statale e fu promotore di legislazione sociale.

Primo richiamo della Costituzione italiana ai valori peculiari del cristianesimo sociale, a parte quelli condivisi dalle concezioni democratica, liberale e socialista, di cui già si è trattato, è contenuto nell'art. 2. In questo articolo, dopo avere ribadito che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, si sottolinea che tali diritti si riferiscono tanto al singolo, quanto alle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità: i diritti inviolabili del cittadino non riguardano solamente i rapporti tra individuo e Stato, ma anche quelle forme di aggregazione sociale che si collocano tra il singolo e il potere politico centrale.

Nella seconda parte dello stesso art. 2 si afferma un principio innovativo e di fondamentale importanza della Costituzione: "La Repubblica... richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Il principio di solidarietà viene così concepito non come scelta libera e volontaria, ma come vero e proprio dovere giuridico.

Si ritrova un richiamo al principio della solidarietà sociale anche al secondo comma dell'art. 4, che recita: "Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società". Ognuno, quindi,  deve collaborare allo sviluppo e al benessere della società in cui vive, per poterne godere anche i vantaggi.

Una formazione sociale estremamente importante per la concezione del cristianesimo sociale è rappresentata dalla famiglia, a cui la Costituzione dedica ben tre articoli del tit. II della prima parte: Rapporti etico - sociali.

L'art. 29 riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, precisando che questo, conformemente al principio di uguaglianza tra i sessi enunciato all'art. 3, deve fondarsi sulla parità morale e giuridica dei coniugi.

L'art. 30, tra l'altro, impone ai genitori il dovere-diritto di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati al di fuori del matrimonio.

L'art. 31, al primo comma, allo scopo di agevolare e favorire la formazione della famiglia e l'adempimento dei suoi compiti, con particolare riguardo alle famiglie numerose, attribuisce alla Repubblica il compito di intervenire con misure economiche ed altre provvidenze; al secondo comma afferma, infine, che la Repubblica dovrà proteggere la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Da ultimo, in un'ottica solidaristica condivisa col socialismo, va riconosciuta particolare importanza al dovere tributario. L'art. 53, contenuto nel tit. IV della prima parte della Costituzione dedicato ai rapporti politici, fissa le basi della collaborazione sociale, del patto tra i cittadini e lo Stato, che, attraverso la spesa pubblica finanziata da tutti, potrà garantire la propria presenza nella società civile e nell'economia, fornendo servizi indispensabili per l'esistenza dignitosa di tutti i cittadini.

 

 

Conclusioni.

 

Con questi fondamenti, nasce  la Carta Costituzionale Italiana. Come ebbe a dire Oscar Luigi Scalfaro, [nella] “Carta risorge la Persona Umana, in questo vi è il punto focale, la distinzione tra la dittatura e la democrazia[8].

Infatti, nei primi undici articoli della nostra Carta, si dice che la persona umana, il cittadino, è titolare dei diritti e partecipa alla vita dello Stato. In questi  articoli vi è il dialogo tra il cittadino e lo Stato: lo Stato difende  i valori, i diritti, la dignità della persona umana; esso proclama l'uguaglianza di tutti davanti alla legge, sino a al riconoscimento di tutte le religioni, in quanto tutte hanno pari dignità.

Considerato il contesto storico nel quale maturarono i suoi principi fondamentali, la Costituzione fu ( ed è) atto di un popolo capace di creare un governo[9]; essa non  nacque, quindi, per caso da un arido terreno di sbandamenti post-bellici e da risentimenti faziosi volti al passato, nè da idee  coltivate da certe minoranze, che avevano vissuto soprattutto da esuli gli anni del fascismo, né solo da valori  ispirati alla Resistenza. In realtà la Costituzione Italiana nacque e fu ispirata da un grande fatto globale: i sei anni della seconda guerra mondiale. La Costituzione italiana nacque dalle vicende italiane del fascismo e del post-fascismo, dal confronto/scontro di tre ideologie datate; essa reca l’impronta di uno spirito universale e, in un certo modo, trans-temporale.[10]  La Costituzione Italiana ha aspetti in comune con tutte le costituzioni che si rifanno a principi legati alla tutela delle libertà ed alle garanzie a queste collegate: 1) afferma che la sovranità appartiene al popolo; 2) riconosce che la libertà degli uomini è un diritto inviolabile; 3) sancisce la separazione dei poteri legislativo, esecutivo, giudiziario.  .

La nostra Costituzione è un costante punto di riferimento nei momenti difficili che il Paese si trova ad affrontare ed assume funzioni di orientamento politico, poiché in essa si radicano il senso di appartenenza e la condivisione dei valori di libertà, di democrazia e di solidarietà. Tali concetti si ritrovano nel discorso che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha tenuto per l’inaugurazione del 60° anniversario della Costituzione Italiana.

Come il Presidente ha affermato,  proprio in momenti difficili come quello che il Paese oggi sta vivendo si può cogliere tutto il valore della Costituzione, come cornice di garanzia e terreno comune dell’azione politica[11]. La nostra Costituzione, dunque, è un riferimento per tutto il popolo italiano. E, se si ha la necessità di comprendere le origini che hanno generato la nostra carta costituzionale, è opportuno ricordare le parole di Piero Calamandrei, il quale era solito indicare ai giovani dove avrebbero dovuto cercare un giorno le origini lontane della loro Costituzione:

 Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dov’è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.[12]




[1] Piero Calamandrei, da un discorso all’Assemblea Costituente nel 1947 – Commentario sistematico alla Costituzione italiana, Giunti Barbera, Firenze 1950.

[2] Don Giuseppe Dossetti, I valori della Costituzione, in Costituzione italiana istruzioni per l’uso,  San Lorenzo, Reggio Emilia, 1995,  pp. 12 – 15.

[3]Cfr. Norberto Bobbio, Origine e caratteri della Costituzione, in Dal fascismo alla democrazia. I regimi, le ideologie, le figure e le culture politiche, a cura di Bovero, Baldini & Castaldi, Milano, 1997, pp.159 – 183.

 

[4] Cfr. art. 3 della Costituzione

[5] Cfr. art. 39, 40, 34 della Costituzione

[6] Cfr. art. 41 e 44 della Costituzione

[7] Cfr. art. 45 e 46 della Costituzione

[8] Oscar Luigi Scalfaro, Prolusione al ciclo di lezioni tenute in occasione del 60° anniversario della liberazione – Le origini della Costituzione, Milano 4 febbraio 2005; www.italia-liberazione.it

[9] Parole ispirate a  Thomas Paine - (Thetford29 gennaio 1737 – New York8 giugno 1809); è stato un rivoluzionario, politico, intellettuale, idealista e studioso statunitense, considerato uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d'America. Le sue parole  risalgono alla fine del secolo XVIII ed introducono con efficacia nella moderna concezione delle costituzioni politiche. Quaderno di Filosofia Politica, a cura di Brunella Canalini, Emanuela Ceva,Nico De Federicis, Corrado Del Bo’, Francesca Di Donato, Angelo Marocco, Maria Chiara Piegatolo- SWIF (sito web italiano per la filosofia) – Edizioni Digitali di Filosofia Registrazione ISSN 1126 – 1780.

 

[10] Cfr. Don Giuseppe Dossetti, I valori della Costituzione, in Costituzione italiana istruzioni per l’uso, op. cit., p. 12.

[11] Cfr. Giorgio Napoletano, Discorso per il 60° anniversario della Costituzione;          www.fondazioneitaliani.it 

[12] Piero Calamandrei, Discorso agli studenti milanesi (1955); www.politicaonline.net.

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