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 Responsabile: Angela Maria Basile

 Contatti Contributo per il "Seminario Sul Novecento", Liceo Classico Socrate, 1.04.1998

 

 


Forme della comunicazione

di  Lea Borrelli


Al convegno di apertura dello SMAU '95 intitolato "Verso la società dell'informazione" Claudio Demattè, Ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari all'Università Bocconi, definisce la multimedialità come la "possibilità di trasportare contemporaneamente, con un unico strumento, sia voce, sia dati, sia immagini ferme, sia immagini in movimento" facendo riferimento, in pratica, all'avvento delle "autostrade elettroniche".

La rivoluzione multimediale è legata al fatto che i sistemi di trattamento e di trasmissione dei dati, della voce e delle immagini sono stati rivoluzionati dalla possibilità di usare nello stesso momento le varie tecnologie che si erano rese disponibili negli anni passati - in particolare la possibilità di digitalizzare le informazioni - così da poter costruire dei veicoli di trasporto a due direzioni. Per quanto riguarda la voce, questo processo era già stato acquisito da molto tempo con il telefono. Invece, per le immagini in movimento, fino a poco tempo fa c'era solo un modo per trasferirle: via etere. Non c'era dunque la possibilità dell'andata e del ritorno, in particolare dell'andata e del ritorno da singolo spettatore a singolo spettatore. «L'invenzione fondamentale, che ha prodotto rimarchevoli conseguenze tanto nel campo della diffusione- distribuzione, quanto in quello della costruzione dei segni e dei simboli coinvolti nei diversi linguaggi, è stata senza dubbio quella della trasformazione della forma del segnale dal suo tradizionale modello analogico in quello numerico. Le variazioni simili di grandezze diverse (per esempio corrente elettrica e pressione esercitata dall'emissione orale sulla membrana del telefono) sono state sostituite dalle loro quantificazioni numeriche, consentendo così, da una parte, la veicolazione di molti più segnali in contemporanea sullo stesso canale e, dall'altra, la possibilità di trasportare, sempre sullo stesso canale, segnali fra loro disomogenei ma resi simili e reciprocamente compatibili, proprio nella loro riduzione a entità numeriche.» (G. Bettettini)

Il cyberspazio sta rivoluzionando la nostra società, e questo costituisce una sollecitazione a studiare ed a presentare qualsiasi argomento in forma ipertestuale e multimediale, dato che il cyberspazio è intrinsecamente ipertestuale e multimediale.

Di fatto, nella mente tutte le discipline sono già ipertestuali, perché il pensiero è di per sé non lineare. Diviene lineare quando viene soggiogato ai vincoli dell'esposizione orale o scritta. Ma le nuove tecnologie permettono modi di presentare gli stessi argomenti nelle forme più varie avvicinando i processi cognitivi alle tecniche espositive e non certo allontanandoli. La complessità, per così dire "multimediale" del pensiero si manifesta nei suoi vari aspetti; nomi, immagini, riproduzioni sonore, ricordi, oralità, scrittura, sono tutte espressioni differenti ma connesse del pensiero. Gli aspetti che vengono arbitrariamente distinti quando si parla di comunicazione sono in realtà strettamente congiunti quando si parla di pensiero, poiché non c'è pensiero che non sia contemporaneamente visione, ascolto, emozione. La distinzione avviene a livello di trasmissione del pensiero. Nascono così i differenti "media" della comunicazione: l'oralità, la scrittura, il mezzo visivo, sonoro, gestuale. Dunque la multimedialità risulta essere un modo per ricomporre i codici comunicativi.

Il filosofo Pierre Levy, professore di filosofia presso il dipartimento Hypermèdia dell'Università di Parigi VIII, osserva che «anche il rapporto con il sapere cambia in funzione dello sviluppo dei nuovi strumenti di conoscenza e di comunicazione. Quello che sta cambiando è il nostro rapporto con la conoscenza. La prima ragione è la velocità: le conoscenze si sviluppano rapidamente e altrettanto rapidamente divengono obsolete, rimpiazzate dalle nuove. Non si può più trasmettere il proprio sapere ai nuovi arrivati. Un altro elemento importante è costituito dalle nuove tecniche, specialmente digitali, informatiche, che forniscono i supporti delle tecnologie intellettuali, che trasformano ed estendono le nostre capacità cognitive: la nostra memoria con le banche-dati, gli ipertesti e gli iperdocumenti; la nostra immaginazione con tutti i sistemi di simulazione; la nostra percezione con gli strumenti per produrre immagini a partire dai dati. Adesso abbiamo a nostra disposizione un gran numero di tecnologie intellettuali che trasformano i nostri modi di pensare. […] Se guardiamo, al tempo stesso, alla velocità con cui le conoscenze si evolvono, all'estensione delle capacità cognitive individuali mediante le tecnologie, e alle nuove possibilità di apprendimento cooperativo e di collaborazione tra la gente al livello intellettuale, ci troviamo davanti ad un paesaggio completamente nuovo nel rapporto con il sapere e siamo obbligati a costatare che molte nostre concezioni pedagogiche circa l'apprendimento e l'insegnamento, molte delle nostre istituzioni scolastiche e dei nostri metodi per riconoscere o convalidare le competenze sono stati elaborati in un periodo in cui il rapporto con la conoscenza era molto diverso da quello che è adesso. Dunque, c'è molto lavoro da fare, perché i nostri concetti, le nostre istituzioni, i nostri modi di organizzazione si adattino a questa nuova fase».

In questo scenario del futuro gli insegnanti saranno "manager" della conoscenza e animatori, dovranno rinunciare a quella che è l'icona, la tradizione, lo statuto all'interno del quale il docente si è sempre mosso: il fatto di essere persone che detengono e impartiscono un sapere, la fonte della conoscenza. Dovranno essere mediatori della conoscenza stessa, dovranno insegnare ai loro studenti come andarselo a cercare il sapere, perché quegli studenti dovranno continuare a farlo per tutto il resto della loro vita sociale e professionale, e non ci sarà sempre un professore che li metterà davanti ad un informazione bell'e pronta. Ma soprattutto dovranno insegnare loro a filtrare il fiume di informazioni provenienti dalla rete, a selezionarle, ordinarle per farne la sintesi. Dovranno preoccuparsi di sviluppare negli studenti spirito critico, capacità di selezionare e di elaborare i problemi.

Dunque bisogna prepararsi ad un aggiornamento continuo, di tipo cooperativo, fatto di apprendimento dagli altri, e allo stesso tempo di trasmissione delle proprie conoscenze.

L'altro problema di fronte al quale ci troveremo è che ognuno di noi può immettere in rete la propria informazione, ovvero la propria visione dei fatti, senza nessuna garanzia di oggettività, né di attendibilità. A questo proposito Franco Berardi, sociologo della comunicazione e critico culturale, osserva che «questo è un problema che non si pone soltanto in Internet. L'attendibilità dell'informazione è aleatoria e indefinibile in ogni situazione comunicativa. La rete crea però una situazione comunicativa nuova, perché il comunicatore è distaccato dall'oggetto della sua comunicazione. Egli può presentarsi con un'altra identità, mascherarsi. Ma è anche vero il contrario: e cioè che il contesto nel quale la comunicazione si svolge può divenire un contesto più ricco, più ambiguo e dunque capace di aprire prospettive più ricche di quelle che si determinano nella comunicazione comune, faccia a faccia».

Queste nuove tecnologie avranno anche il vantaggio di favorire gli studenti con accentuati problemi di comunicazione, quelli che hanno difficoltà ad avere l'impatto con la struttura studentesca. Pur non eliminando del tutto il rapporto interpersonale tra docente ed allievo, sicuramente potranno allargare la banda di comunicazione, estendendola a strumenti di telecomunicazione, a strumenti telematici. Con lo strumento telematico ci si connette in modo anonimo, quindi si interroga il sistema senza nessun tipo di problema. Naturalmente nei contatti personali le parole vengono accompagnate dai gesti, dall'espressione, dal tono di voce, mentre in Internet tutto è ridotto a mere parole. Come può una macchina trasmettere i sentimenti? Per il momento ci sono solo parole, ma in molti casi, osserva N. Negroponte, professore di tecnologia dei mezzi di comunicazione al MIT e fondatore e direttore del MediaLab, le sole parole e l'anonimato di Internet inducono i giovani a fare cose che non avrebbero mai fatto. In molti casi Internet, con l'anonimato, garantisce la libertà.

Il computer consente inoltre di superare le difficoltà di apprendimento determinate da ambienti didattici non adeguati, adattandoli alle capacità dei singoli individui e permettendo un approccio costruzionista che consente un'ampia gamma di stili cognitivi e comportamentali: la cosidetta tecnica “drill-and-practice” (impara facendo). Anche i bambini autistici, che hanno difficoltà nel comunicare, non sembrano intimoriti dalla rete, anzi imparano a comunicare prima con Internet e poi con la gente. È un'esercitazione alla comunicazione che migliora e non riduce la socievolezza di un individuo.

Ed infine, soprattutto, non bisogna dimenticare che Internet non è solo un immenso database, un ipertesto mondiale, ma anche uno strumento di comunicazione fra le persone, un luogo in cui è possibile tenere una corrispondenza tra individui; mediante la posta elettronica si può comunicare all'interno di un gruppo, costituire comunità di lavoro tra gente che si occupa dello stesso soggetto. Diviene quindi anche uno strumento di apprendimento, di accesso alla conoscenza estremamente importante, se concordiamo con P. Levy nell'affermare che non c'è apprendimento senza una corrispondente socializzazione, senza che si stabilisca, contemporaneamente, una relazione sociale. Dunque, Internet è anche uno dei luoghi in cui oggi si tessono i rapporti sociali intorno ad uno scambio di conoscenze, intorno all'interesse condiviso per un certo campo della conoscenza: le “comunità virtuali”.

In fondo, dice P. Levy, «ciò che stiamo vivendo oggi con lo sviluppo dell'informatica e del cyberspazio è un prolungamento del processo di virtualizzazione proprio dell'uomo. Vediamo rappresentati, nel cyberspazio, tutti gli aspetti dell'umanità e soprattutto la dimensione del linguaggio, perché c'è una grande quantità di nuovi linguaggi che si inventano in base ai nuovi rapporti: l'ipertesto, le realtà virtuali, la multimedialità interattiva, le simulazioni sono tutte forme di linguaggio nuove. Tutto un nuovo universo tecnico si sviluppa con il digitale e, parallelamente, si inventano nuove forme di relazioni economiche o di altro genere tra le persone».

Innovazione tecnologica e trasformazione del mondo umano sono ormai inscindibili.

La multimedialità sta cambiando il lavoro, la società, la vita quotidiana attraverso nuove procedure che reinventano alcuni dei valori base dello scambio sociale: non solo quelli educativi, ma anche quelli della produttività, che sta andando oltre la manifattura di merci per trovare nelle telecomunicazioni una delle risorse principali. Tutta la storia dell'economia è una storia della virtualizzazione del rapporto con le cose, della smaterializzazione del denaro, che fa parte di ciò che Paul Virilio (Scuola speciale di Architettura di Parigi) chiama "estetica della sparizione". Secondo Virilio, all'origine del referente monetario è il sale, sono le perle; subito dopo vengono la moneta d'oro, d'argento, che sono ancora cose materiali. Seguono la cambiale, l'assegno, e oggi la carta di credito, che funziona mediante un impulso elettromagnetico. Questo è il processo di smaterializzazione della moneta. La moneta è passata dalla ricchezza di un materiale raro - l'oro, l'argento - a un impulso elettromagnetico, a un'informazione. Ormai il denaro non è che informazione. L'economia si muove verso una forma altamente virtuale, verso una cyber-economia, che si manifesta attraverso la tendenza alla gestione planetaria dei movimenti di capitale. Il commercio non è più solo faticoso spostamento manuale di atomi, per dirla con Nicholas Negroponte, ma si sta trasformando nello spostamento istantaneo e poco costoso di dati elettronici che viaggiano alla velocità della luce: i “bit”. Ogni giorno sulle reti internazionali di cambio bancario avvengono scambi finanziari per migliaia di miliardi di dollari. Di questa cifra, in media solo l'1% viene investito in operazioni che possiamo chiamare reali, cioè corrispondenti a operazioni commerciali reali, come la compravendita di prodotti. Il rimanente 99% corrisponde unicamente a manovre speculative, basate spesso su modelli matematici, su modelli essi stessi virtuali. Cioè sono rappresentazioni astratte di una modellizzazione astratta del valore che i capitali rappresentano. Nella sua analisi del fenomeno Philippe Queau , direttore della Divisione dell'Informazione e Informazione Elettronica dell'UNESCO, afferma che oggi assistiamo sempre più all'accrescimento della coesione tra virtualizzazione dell'economia, virtualizzazione della sfera speculativa e virtualizzazione dei mezzi di rappresentazione. Queste tre zone di virtualizzazione si stanno unificando sempre più intimamente e creeranno quello che si potrebbe chiamare un "cyber-bang", una nuova era in cui il virtuale diventerà sempre più la realtà ultima, lasciando al suo passaggio interi settori della realtà ai bordi delle autostrade della comunicazione. Il rischio più grande che si sta delineando è quello di una frattura profonda, di un “gap”, tra quelli che hanno e coloro che non hanno, tra i possidenti, gli info-ricchi e gli esclusi dal virtuale. Chi non saprà usare un computer, potrebbe rimanere tagliato fuori dalla nuova realtà, dall'evoluzione e anche dalla società stessa. Bisogna dire, per non creare inutili allarmismi, che i nuovi programmi rendono molto facile l'uso del modem e l'accesso alla rete, e la tendenza va sempre più verso la semplificazione; ci sarà però sempre qualcuno che rimarrà escluso. È questa la grande sfida dei prossimi anni: saranno i cosiddetti info­-poveri che non potranno accedere a queste informazioni, a questa miniera di dati e bisognerà trovare delle forme di partecipazione anche su questo fronte.

Il ruolo della scuola è molto importante per aiutare le persone che restano escluse dall'uso delle nuove tecnologie. Lo sviluppo del cyberspazio non rappresenta per nulla la fine della lettura e della scrittura, ma, al contrario, mostra che scrittura e lettura sono sempre più importanti. Sembra che Internet porti via le biblioteche e invece le restituisce, che porti via le lettere e invece le veicola. Dunque la civiltà scritta, contro la profezia di Mc Luhan (il padre del “villaggio globale”), continua e anzi si rilancia. Quando si naviga su Internet o quando si usa la posta elettronica si legge e si scrive, molto più di quanto non si guardino le immagini.

Già la scuola elementare nel suo ruolo di insegnamento della lettura e della scrittura è assolutamente fondamentale perché, in fondo, ogni esclusione concernente il rapporto con il sapere comincia quando non si potenziano gli strumenti di base della comunicazione scritta; non si tratta soltanto di saper leggere e scrivere, ma anche di saper consultare un dizionario, sapersi servire di un indice, sapersi orientare in un centro di documentazione. Queste stesse operazioni cognitive possono essere perfettamente usate anche per orientarsi nel cyberspazio attraverso i nuovi “agenti intelligenti” e “motori di ricerca” che servono da filtro per i miliardi di informazioni che vi si trovano, perché l'istruzione non è solo informazione, ma qualcosa di costruito, di organico, animato da un certo spirito. Ciò che succede nella rete è che si ha un enorme massa di informazioni, ma un vero e proprio diluvio. Dice Pierre Levy: «Dopo il primo diluvio, di acqua, stiamo vivendo il secondo diluvio, dell'informazione. Dunque il problema è di sapere che cosa si deve salvare, che cosa si deve mettere nell'arca, come dovremo navigare». È bene essere coscienti. Non potremo usare validamente tutti questi sistemi se non avremo degli strumenti per orientarci e filtrare l'informazione. Ma ce ne sono sempre di più e questo è molto importante.

Dobbiamo però abbandonare l'idea che le nuove tecnologie siano qualcosa che può venire in aiuto alle strategie, alle culture, ai metodi e alle istituzioni della formazione e dell'apprendimento. Viceversa dobbiamo cominciare a pensare che quelle strategie, quei metodi, quelle funzioni, quei paradigmi, quei saperi, quelle istituzioni, vanno prima messi profondamente in crisi e solo allora queste tecnologie potranno manifestare la loro utilità sociale, il loro nuovo significato e il loro valore trasgressivo. Altrimenti esse rischiano di essere, forse, persino un elemento di accelerazione della distruzione della tradizione scolastica. Esse dovrebbero rappresentare una trasversalità senza rischiare di restaurare la verticalità del sapere.

Dobbiamo imparare a costruire un rapporto con la conoscenza completamente nuovo, che in un certo senso dà molta più libertà all'individuo, ma ovviamente è molto più difficile. Le singole persone o i piccoli gruppi non possono più controllare l'insieme delle conoscenze e farne un tutto organico. La rete si evolve e cresce unendo assieme tante dimensioni locali verso l'idea di “intelligenza collettiva” teorizzata da P. Levy. Se si resta con la nostalgia di una cultura ben costruita, organica, con la nostalgia di una totalità culturale, non se ne esce. La conoscenza, la cultura, è qualcosa che si sta definitivamente detotalizzando. Ci dicono: potrete avere accesso a tutte le informazioni, alla totalità delle informazioni, ma è proprio il contrario, adesso sappiamo che non avremo mai accesso alla totalità.

Bibliografia

G. Bettettini – “Tecnologia e comunicazione” in G. Bettettini e F. Colombo “Le nuove tecnologie della comunicazione” – Bompiani 1993

Pierre Levy – “L'intelligenza collettiva” – Feltrinelli 1996

“Il virtuale” – Raffaello Cortina Editore 1997

Nicholas Negroponte – “Essere digitali” – Sperling & Kupfer 1995

Interviste a:

  • Franco Berardi – Bologna – 18/10/1995

  • Pierre Levy – Milano – 20/11/97

  • Philippe Queau – Roma - 15/12/95

  • Paul Virilio – Parigi – 5/9/95

 

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