| |||||||||||
| |||||||||||
|
|
Corpo - Macchina di Lea Borrelli I robot sono tra noi, non è più fantascienza. Nelle attività industriali, nella ricerca, nell'attività spaziale i robot sono già presenti e sostituiscono l'uomo nei compiti ripetitivi, in quelli faticosi e pericolosi. Le fabbriche ronzano al ritmo di braccia robotiche che assemblano i pezzi. Le operazioni bancarie vengono fatte a sportelli automatici. Le metropolitane sono condotte da instancabili guidatori robot, i pozzi minerari vengono scavati da talpe automatiche e agli incidenti nucleari rimediano robot in grado di resistere alle radiazioni. Il termine “robot” viene coniato dallo scrittore Karel Capek nel 1917 per il suo dramma fantapolitico-sociale RUR (Rossum's Universal Robots); deriva dal vocabolo ceco "robota", che, diversamente che in altre lingue slave in cui significa solo "lavoro", in ceco vuol dire "lavoro forzato", coatto o servile. Costituisce un sistema automatico in grado di sostituire l'uomo nell'espletamento di mansioni complesse in interazione con l'ambiente. Il robot, che può essere considerato una derivazione degli antichi automi, si differenzia da questi perché non è rigidamente predeterminato, ma interagisce con l'ambiente in cui è immerso e può quindi innescare meccanismi di feedback. In questo senso, i primi robot nacquero con la civiltà industriale e costituirono i primi sistemi meccanici di regolazione e controllo delle macchine. Ben presto divennero strutture assai complesse, attorno alle quali fiorì il mito della macchina “intelligente” (Intelligenza Artificiale) sul quale si è innestata una vasta produzione fantascientifica. In ogni caso, dal semplice termostato al robot industriale, al pilota automatico, la struttura comune che si può isolare è la seguente: Informazione à Valutazione à Azione, continuamente iterata per controllare gli effetti. Nei primi robot, tuttavia, le modificazioni di programma possibili sono predeterminate ad un livello superiore a quello della macchina. I più recenti sviluppi tendono però a porre l'accento sul momento della valutazione, per elaborare schemi di apprendimento che consentano una variazione qualitativa delle risposte in base alle esperienze accumulate, come per esempio il robot in grado di riconoscere figure. L'idea di creare un robot, e prima ancora l'idea di creare un essere simile all'uomo, è probabilmente vecchia come l'uomo stesso. Tra i miti che esprimono l'eterno desiderio dell'uomo di creare un suo sostituto, l'uomo di argilla è uno dei più antichi; con il genio della lampada e l'apprendista stregone è l'anticipatore dei robot. L'uomo di argilla deriva dalla cultura ebraica orientale, lo troviamo negli scritti dei cabalisti medievali che dissertavano sulla parola capace di animare il Golem, e poi nel Cinquecento a Praga in una leggenda secondo la quale, con l'aiuto di una vecchia formula, il rabbino Jehuda Löw costruisce il Golem, un automa di argilla in grado di difendere il popolo ebraico dalle persecuzioni. Le versioni di questa leggenda sono le più diverse. Nel 1915 lo scrittore viennese Gustav Merynk la recupera e la trasfigura in un romanzo intitolato "Il Golem", che ottiene in quel periodo successo in tutto il mondo. Ma, nel libro di Merynk, successivamente il Golem diventa una apparizione inquietante, assai diversa da quella della leggenda. La creazione di un Golem, di una vita artificiale, era un sostituirsi a Dio, ed era quindi d'obbligo il momento della nemesi, in cui la creatura sfugge al controllo dell'uomo e si rivolta contro di lui. Frankenstein di Mary Shelley è un altro esempio assai noto di questo meccanismo. È un tabù talmente radicato nella cultura dell'uomo che a lungo, anche nel secondo dopoguerra, quando si sono sviluppati gli studi sull'Intelligenza Artificiale, esso ha rappresentato un ostacolo più o meno inconscio e ha impedito a molti ricercatori di dedicarvisi. Viceversa, nel Settecento illuministico lo spirito del secolo, nemico del magico, e lo sviluppo delle basi della tecnologia, avevano favorito la comparsa dei primi congegni meccanici ad orologeria (gli automi), che riproducono animali in grado di ripetere le loro funzioni naturali, e uomini capaci di scrivere, disegnare o suonare strumenti musicali. In realtà lo sviluppo dell'algebra nel Seicento aveva già fatto compiere un passo avanti nella rappresentazione del modo di procedere del pensiero; i primi modelli meccanici delle operazioni mentali vennero forniti dalle piccole calcolatrici di Pascal e di Leibniz. Ma l'enorme distanza fra queste macchine e gli organismi viventi, a livello di componenti materiali, rendeva ben difficile dedurre, da una analogia tra i rispettivi comportamenti, un'analogia tra le rispettive strutture interne e tra le loro modalità di funzionamento. Le analogie sono diventate sempre più strette, a mano a mano che l'elettrologia, la termodinamica e la chimica dell'Ottocento e del Novecento hanno permesso l'identificazione dei processi che si svolgono nei dispositivi artificiali con determinati processi che danno luogo a risultati equivalenti negli organismi animali o umani. Studiosi di logica come Peano, Russel, Frege, agli inizi del Novecento, danno un contributo determinante con la costruzione dei linguaggi formali. La scoperta, poi, che la logica si può meccanizzare apre la prima fase pionieristica dell'Intelligenza Artificiale. Il problema principale che gli scienziati
si trovano ad affrontare è costituito dal fatto che, prima di ragionare e
agire in maniera autonoma, una macchina deve "sentire" che cosa
le succede intorno: questo è il compito più difficile. L'interrogativo che ci poniamo è se l'attuale scenario dell'Intelligenza Artificiale evolva verso una definitiva frattura tra naturale e artificiale. In "Critica della ragione informatica" a questo proposito Tomas Maldonado afferma: «Forse siamo ora in grado, con cognizione di causa, di relativizzare la vecchia dicotomia naturale-artificiale. Ci sono esigenze del naturale che portano all'artificiale, e viceversa. La macchina fotografica, per esempio, imita l'occhio dei mammiferi. Il radar è una sorta di sensorialità artificiale che si ispira direttamente alla sensorialità naturale dei pipistrelli. Le articolazioni degli effettori del robot (le sue "braccia" e le sue "mani") hanno per modello quelle del nostro corpo. Negli ultimi tempi, il rapporto naturale-artificiale si è fatto ancora più complesso. Non è solo l'artificiale che prende spunto dal naturale, ma è l'artificiale che si unisce, che passa a far parte del naturale. Basta pensare, per fare un esempio, agli apparecchi elettronici a batteria per regolare determinate funzioni dell'organismo. Uno di questi, forse il più noto, è il pacemaker. » Siamo ad un processo di fagocitazione della tecnica, un po' come nel sogno futurista di Marinetti: l'uomo si alimenta di tecnica, non soltanto di chimica, come chimica degli alimenti, ma di tecnica delle micro-macchine. L'uomo-macchina, il “cyborg”, è effettivamente possibile. Di cyborg, cioè di cybernetic organism, parlarono per la prima volta nel 1960 due medici di New York che all'epoca lavoravano per la NASA. In quegli anni la NASA voleva sondare la possibilità di modificare l'organismo umano, per vedere se si potesse rendere possibile la vita in ambienti diversi da quello terrestre. Questi studi poi non ebbero degli sbocchi operativi, anche se il termine cyborg ebbe fortuna e venne adottato dalla fantascienza che già da più di trent'anni parlava di esseri umani mescolati intimamente con le macchine. In genere erano figure del tipo cervello in una scatola di metallo, quindi sostanzialmente erano robot che di umano avevano solo il cervello. Ma la parola piacque anche ad alcuni studiosi, per esempio alla scrittrice Donna Haraway, che nel 1985 scrisse un fondamentale “Manifesto per Cyborg”, dove il termine venne usato in modo metaforico per indicare la nuova condizione di simbiosi con le macchine che è caratteristica dell'età industriale avanzata. In questo senso il cyborg non è che la nuova versione di una figura di cui sono sempre stati pieni i miti di tutti i popoli, e cioè l'ibrido. Ma se l'ibrido del mito è una figura mista fra uomo e animale, come erano il centauro o il fauno, il cyborg fa invece entrare in gioco un nuovo partner: la macchina. Questo da un lato, in qualche modo, conferma che la tecnologia è davvero diventata una seconda natura dell'uomo, e che l'ibrido corrisponde sempre a una condizione ideale di integrazione fra l'uomo e il suo ambiente. Dall'altro lato però c'è una differenza fondamentale tra gli ibridi del mito e il cyborg, perché mentre l'unità fra uomo e natura di cui ci parlano centauri e fauni è collocata in un passato lontano, in una mitica età delle origini, l'integrazione cui alludono i nuovi ibridi uomo-macchina è invece ancora tutta da costruire. Donna Haraway esprime questo concetto dicendo che il cyborg non è innocente, non ha nostalgia del passato, ma del futuro. Scrive lo storico David F. Channel: "Quando questi strumenti meccanici diventano parti funzionanti di un essere umano, diventa sempre più difficile descrivere l'oggetto assimilato come un essere umano o come una macchina... il cyborg non è una normale combinazione tra uomo e macchina, come potrebbe esserlo per esempio un uomo impegnato a usare un attrezzo; piuttosto, il cyborg richiede una relazione particolare tra uomo e macchina, nel senso che la macchina ha bisogno di funzionare senza una coscienza, in modo da collaborare con i controlli omeostatici che il corpo già possiede". Il dottor William Dobelle, un'autorità in fatto di bionica, afferma che entro la fine del secolo, disporremo di sostituti artificiali per tutti gli organi più importanti, a parte il cervello e il sistema nervoso centrale. È di questi giorni la notizia che il professor Kevin Warwick dell'Università di Reading si è fatto impiantare nel braccio un mini-sistema elettronico, un chip lungo due centimetri e di tre millimetri di diametro, capace di ricevere impulsi elettronici ed attivare macchine per l'ambiente esterno. Il professore deve semplicemente avvicinarsi al suo appartamento e la porta si aprirà, la luce si accenderà, ecc. Apparecchi bionici per i cuori malati e spesso invecchiati, come i pacemaker, sono già di uso comune, e i ricercatori stanno lavorando su un cuore elettrico trapiantabile. L'antropologo Thomas Hine asserisce: «Gli anziani di oggi fanno già parte di un'avanguardia tecnologica. Si sono dimostrati ben disposti ad accettare apparecchi artificiali nei loro corpi in modo da sostituire le parti logore... I cyborg sono da tempo parte integrante della fantascienza, ma nessuno aveva mai predetto che la nonna si sarebbe trasformata in una di queste creature». Nella cybercultura il corpo è una membrana permeabile, la cui integrità e sacralità vengono violate e messe in discussione da ginocchia in lega di titanio, braccia mioelettriche, ossa, vene e arterie sintetiche, impianti cocleari e rimpiazzi per l'anca. Il braccio dell'Utah, il gomito di Boston e la mano di Otto Bock, che sono protesi attivate dalla corrente elettrica grazie ai segnali elettromiografici (Emg) emessi dal moncherino di chi ha subito un'amputazione e dai muscoli circostanti, sono diventati dei miti della medicina moderna. La riduzione neocartesiana del corpo a una macchina procede comunque in parallelo alla sua ridefinizione come merce. Ricercatori e aziende stanno commercializzando in misura sempre maggiore “prodotti” umani che includono organi, feti, tessuti, linee cellulari, elementi biochimici e geni. Si parla ormai di mercato nero di parti del corpo umano in tutto il mondo, alimentato da una crescente richiesta di organi per trapianti e per l'impiego nella ricerca medica e nell'industria cosmetica. Non sappiamo cosa fare di noi stessi proprio perché, oggi più che mai, siamo capaci di ricostruirci, e anche i mass media riflettono questa confusione trasmettendo immagini del corpo visto come una specie di tempio, che si trovano a collidere con le immagini della profanazione di quello stesso tempio nei film splatter e nei romanzi di Stephen King. Alla fine del Ventesimo secolo, ormai l'ossessione per il corpo tradisce una diffusa incertezza sul suo destino. Le ansie represse cercano quindi sollievo altrove, e vengono alla luce con forza ancora maggiore nei film e nella narrativa horror; le figure dei tritatori di cadaveri, dei divoratori di cervelli e dei ladri di corpi sembrano particolarmente apprezzate in questo periodo. La scrittrice Barbara Ehrenreich osserva che in questo particolare momento storico dobbiamo essere arrivati a odiare il corpo se prodotti come “American Psycho” e "Il silenzio degli innocenti” ci dicono qualcosa su noi stessi. Secondo il suo ragionamento il corpo ci ha tradito (pensiamo al diffondersi di virus come l'AIDS). David Cronenberg, il regista di "La mosca", dice: "Buona parte del pensiero filosofico più elevato ruota attorno all'impossibile dualismo di corpo e mente... La base dell'horror - e delle difficoltà della vita in generale - consiste nel fatto che non possiamo comprendere in che modo si muore. Come mai una mente sana dovrebbe morire, solo perché il corpo non è sano? Sembra che in questo ci sia qualcosa di sbagliato." Tuttavia, per quanto le sue origini possano essere remote, l'odio nei confronti del corpo raggiunge l'apice proprio nella cybercultura, dove queste influenze sembrano decise una volta per tutte a separare la mente dal corpo. Negli ambienti tecnologici la carne rappresenta soprattutto un ingombro. Mark Dery, critico culturale americano specializzato in nuove tecnologie, in “Velocità di fuga” scrive: «Il corpo si sta trasformando da una fortezza della solitudine in una zona di combattimento per schermaglie ideologiche a proposito di impiego di tessuti fetali, maternità su procura, ingegneria genetica, clonazione. Negli ultimi anni del Ventesimo secolo siamo testimoni del trionfo della visione meccanicistica del corpo radicata nel dualismo cartesiano, che divide la realtà in menti immateriali da una parte, e un mondo inerte e materiale (in cui Cartesio includeva anche il corpo umano), completamente spiegabile in termini meccanicistici, dall'altra. Le espressioni retoriche dei teorici dell'Intelligenza Artificiale come Marvin Minsky, che ritengono che il cervello sia una "macchina di carne", si sono diffuse fino a raggiungere le pagine di giornale dedicate alla scienza attraverso la durevole metafora del cervello come computer. La cybercultura new age, i seminari motivazionali delle grandi aziende e il recente rilancio del movimento per il potenziale umano degli anni settanta spesso includono nella loro dottrina tecniche terapeutiche che concepiscono la mente come un "biocomputer", riprogrammabile servendosi dei comandi giusti.» Dery afferma che l'orrore nei confronti del corpo coincide anche con la sindrome culturale da stress post-traumatico indotta dal fatto che una parte sempre maggiore del nostro lavoro cognitivo e muscolare viene accollata alla tecnologia. Questo ripropone il discorso di Marshall McLuhan, il padre del "villaggio globale", secondo cui il trauma culturale causato dall' "autoamputazione" tecnologica delle funzioni umane è uno dei tratti più caratteristici dell'era informatica. «Il corpo esiste veramente, oltre al senso più terreno del termine?» si chiede James G. Ballard, noto scrittore di fantascienza. «Il suo ruolo è stato progressivamente sminuito, tanto che sembra ormai poco più di un'ombra spettrale osservata sulla lastra radiografica della nostra riprovazione morale.» Fughe dal corpo non sono rare nella cybercultura, dove un numero crescente di persone passa le proprie giornate in "modalità di osservazione statica", scorrendo schermate di dati. Un bit dopo l'altro, ci stiamo alienando dai nostri corpi, che diventano sempre meno rilevanti. Fa notare Dery come il divorzio tra la nostra mente e il nostro corpo diventi drammaticamente chiaro dopo una lunga immersione in un mondo simulato (cosa che si ottiene guardando la tv, giocando al computer, navigando su Internet facendo hackeraggio informatico o immergendosi in una realtà virtuale da sala giochi). In questi casi, il ritorno in superficie è segnato da qualche secondo di decompressione - il momentaneo ritorno della mente errante al corpo rimasto privo di controlli. Il bodybuilding rappresenta un ultimo tentativo di tenere assieme il corpo in un'epoca in cui l'ingegneria genetica e il progetto genoma umano ci ricordano, in modo sconcertante, che un essere umano è "poco più di una nuvola di informazioni", per riprendere una frase di Thomas Hine. Ovviamente, nella cybercultura l'idea di essere grossi e robusti risulta una colossale ironia: i muscoli sono superflui in un mondo in cui perfino i compiti meno faticosi - cambiare canale alla televisione, accendere e spegnere le luci - sono affidati ad apparecchietti intelligenti e con un aspetto sempre più biologico. La tecnologia moderna si è evoluta tanto in fretta e in modi cosi diversi che sta sovraccaricando le capacità umane. Sempre meno l'organismo cosciente, l'uomo, è in grado di elaborare in maniera consapevole, in maniera riflessiva ciò che proviene dall'ambiente nel quale si trova. In fondo è il problema che pone anche Johnny Mnemonic, il protagonista del libro-cult di William Gibson (portato sullo schermo da Keanu Reeves) che faceva il messaggero di documenti segreti grazie a un “chip” impiantato nel cervello, ma che aveva dovuto cancellare i suoi ricordi di infanzia per far spazio alle informazioni. Il momento storico che stiamo vivendo è caratterizzato da stordimento, un senso di vertigine che nasce forse dal timore di venire smaterializzati in un vortice di frammenti di dati, come i passeggeri di un teletrasportatore di Star Trek. Non è certo casuale che il punto culminante di "Il tagliaerbe" sia quello in cui Cyberjobe dichiara: "Io … completerò l'ultimo stadio della mia evoluzione. Mi proietterò nel computer principale; diventerò pura energia”. "Ogni resistenza è futile?", come ripetono i borg di Star Trek Next Generation; saremo “assimilati” in unico organismo? Oppure torneremo, come l'androide Data della flotta stellare, alla ricerca delle emozioni? BibliografiaI quaderni delle Scienze – Mente e macchina – n. 66 Marc Dery – Velocità di fuga. Cyberculture a fine millennio - feltrinelli Donna Haraway – Manifesto cyborg – Feltrinelli, Milano Tomas Maldonado – Critica della ragione informatica – Feltrinelli 1997 I quaderni delle Scienze – Mente e macchina – n. 66 | ||||||||||
|
|
| ||||||||||
|
Liceo Classico Socrate -Bari, Via S. Tommaso d'Aquino 4 -70125 e-mail: socrateliceo@virgilio.it | |||||||||||