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Fedra.
Regalità e finitezza della peplofhoros seduta
di Emma Favia
“Da un amaro amore sarò vinta”
dice la Fedra euripidea, vittima della passione
per Ippolito, “ il più fulgido d’Ellade, l’astro di
Atene”, come lo definisce il coro.
E’
la finitezza regale della peplofhoros seduta il carattere figurativo
di Fedra. E’ così
che la vediamo nei sarcofagi tardoantichi di
Pisa e di Agrigento.
Lo
svolgimento tragico della vicenda si
condensa nella
definizione posturale
dei protagonisti. Seduta o semidistesa lei, in stasi gravitante il
giovane Ippolito. In fiero isolamento entrambi, pur se circondati dalle
astanti del gineceo l’una, dai compagni l’altro. Un Efebo ed una
regina.
L’Ippolito
con la corona di Euripide costituisce
certamente il testo- base di
riferimento, mentre alla Fedra di Seneca rimanda l’ intensificazione
patetica che
varia gli atteggiamenti dei protagonisti nei
termini di una
rappresentazione più
scenografica e descrittiva.
La
carica espressiva di Fedra e Ippolito,
la situazione archetipica, si
svolge nella forma di una
insistita opposizione dei caratteri.
Le immagini plastiche dei sarcofagi
appaiono costituirsi sulla base di
una fantasia eidetica che
abbrevia i passaggi
narrativi del mito antico.
I
personaggi evolvevano nei caratteri .
Con le
figure originarie del soggetto femminile
- Fedra signora dalla casa - e del soggetto
maschile- Ippolito signore
dello spazio silvestre delle
cacce - si era costituito un paradigma
binario, fatto di forme e non
di schemi, di ipostasi figurali non di iconografie.
Polarità
irriducibili, lo spazio del gineceo chiuso - se non alla sconfinata
estensione del sentimento - e lo spazio aperto dei monti e dei boschi
fanno sentire incombenti le
forze divine.
Afrodite e Artemide, vasti orizzonti della natura, simboli
metafisici, si ergono artefici della fragilità
eroica dei
protagonisti.
Fedra compare nella scena euripidea
spossata da eros: Fedra è malata. Fiero
e sicuro Ippolito. Sano e forte Teseo
Le divinità femminili, quali forze
della natura, definiscono le coordinate della ineluttabile storia dove
eros tiranno della vita scatena dinamiche di morte.
Le figlie di Pasifae Arianna e Fedra hanno incontrato
entrambe Teseo. Pausania vede
insieme le due sorelle nella Nekyia dipinta
da Polignoto a Delfi
nella Lesche degli Cnidi.
Generalmente tutte e due sono rappresentate sedute o
semisdraiate. La figura di Arianna lasciata a Nasso, nel tipo dormiente,
è come in un totale
abbandono di morte, anche se l’imminenza di Dioniso vira quel sonno
verso l’attesa
di una vitale
teofania: sogno
puro, nella bellissima versione
del Museo Pio Clementino, di una fantasia
eidetica tutta ellenistica - pergamena in particolare, come Paolo
Moreno ha indicato.
La
Fedra euripidea è nella prima scena distesa sul letto e velata
,”piange e si strugge in silenzio” e “perirà nobilmente” come
ha già detto Afrodite.
La lotta della sua volontà individuale
la coinvolge come madre e regina.
Diademata e solennissima la
Fedra del sarcofago del Camposanto di Pisa è carica di
autodeterminazione senza alcuna espressione di languore. Come regina e signora
che domina il suo agire, e mai perde di vista il valore dell’eukleia .
L’unico vago riferimento alla sua condizione di
vittima di eros (a parte i
piccoli eroti, come bambini in circolazione in un gineceo) è nella
postura che ne esaspera
l’autocontrollo mentre
accenna ad una lieve rotazione dell’asse del busto. Parlano
le braccia, i polsi, le mani che si snodano con una lentezza che ne
dissimula la fragile condizione.
Torniamo alla
scena euripidea. Uscita dalla reggia
Fedra è
sostenuta dalla nutrice e
distesa sul letto portato dalle ancelle mentre le
vengono sorretti il capo
e le braccia, di cui sente
disciolte le giunture, come lei stessa dice. Chiede anche
alla nutrice di slegarle i capelli: e qui si pensa
ancora alla sorella Arianna “bei riccioli” del XVIII
dell’Iliade.
Ad alcuni
elementi che caratterizzano il vivace e sconvolgente gioco scenico e
recitativo del primo episodio dell’Ippolito si riallacciano
evidentemente le soluzioni compositive
del sarcofago di Agrigento -dove il soggetto non è il suicidio- e
nel coperchio di specchio da
Pompei del Museo Nazionale di Napoli.
Nel
sarcofago l’elegante ritmo
-classicista e tardoantico-
con le sottili variazioni di allineamento posturale
delle donne, si modula sull’arsi del gesto di chi
solleva con indicibile tenerezza il velo alla regina spossata,
creando uno sbuffo sul capo: l’atmosfera delicata di un mondo
femminile capace di sollecitudine è forse qui il vero soggetto Nello
specchio di Napoli l’arsi
è nella disarticolazione
della testa di Fedra rispetto al collo, enfatizzato dalla chioma
disciolta, nell’abbandono delle braccia, nello
snodo dei polsi che
non reggono più le mani. Il racconto
è qui centrato sulla
figura della nutrice. E’ lei che sostiene il capo, mentre consola e
suggerisce l’infausto rimedio. L’anziana donna incombe con il
peso di un’antica esperienza e della
naturale sollecitudine del ruolo. L’affetto per la sua signora le
conferisce una notevole dignità sentimentale.
In primo piano, ad accelerare l’andamento narrativo, sotto il
letto sontuoso, descritto come importante arredo di scena,
gli oggetti di un lavoro trascurato. E poi una giovanetta e un
piccolo eros, come due fratellini
a evocare l’intimità degli affetti domestici. Da un
lato, un piccolo idolo; di Afrodite,
con ogni probabilità. Il
dramma di Fedra è tutto chiuso in
quel gineceo dove è
aperto e libero
solo lo spazio dei
sentimenti e dell’immaginazione.
Ma
come sappiamo, nell’Ippolito euripideo lo
psicodramma puro, individuale, si allarga ad una dimensione cosmica
poiché sono le divinità le
vere forze in campo. Gli eroi della
tragedia, Fedra e Ippolito, sono carichi di ambiguità
anche per questo. La bellezza delle selve, l’eccitazione della caccia,
sono tutt’uno col fascino del giovane Ippolito, e si caricano di
echi sentimentali che
arrivano fino al mondo delle
Amazzoni.
La leggibilità figurativa del mito imponeva
perciò di evocarne i pochi tratti
noti attraverso
la concentrazione delle espressioni di
pathos. La figuratività
si fondava perciò, come
dicevamo, sul tema della polarità irriducibile,
l’ antinomia Afrodite-Artemide, potniai
originarie, e quindi sugli schemi figurativi
più noti, canonici e immediatamente riconoscibili.
Ora il tema figurativo
che individuava la donna presa d’amore era sicuramente la tipica
divinità semidistesa.
Afrodite.
I modelli
erano partenonici. Nel frontone est le figure femminili sedute, Estia
e Dione, sulle cui
ginocchia Afrodite si
distende con indicibile
languore. E le
divinità sedute del
fregio continuo del Partenone, all’esterno della cella, approfondivano
quella struttura
compositiva con delicate varianti ritmiche,
come quella di Artemide,
dal tipico gesto che solleva un lembo del mantello
sulla spalla, espressione di
grazia estrema e di isolata eleganza.
E ancora aggiungerei
quella che per Becatti doveva essere l’Afrodite Urania, seduta con le gambe
semidistese, continuamente riproposta nelle versioni iconiche delle dame
romane in età imperiale e tardo-antica. Ancora
un modello fidiaco.
Un
modello per Fedra,
eminentemente plastico, non pittorico. La codificazione classica- nata ad
Atene -della divinità seduta, si incardinava facilmente sul tema della
infelice regina, così come
gli aspetti narrativi potevano rimandare a cartoni
per scenografie e quindi a
modelli pittorici funzionali
alle rappresentazioni teatrali.
Ippolito
autonomo nel suo isolamento plastico,
stante, è identificabile per la canonica iconografia dell’eroe
la cui verità è nella sua stessa presenza. L’ambiguità tipica
della tragedia -l’anfibologia-
la contraddizione del mondo messa
sulla scena, si contraeva visivamente
nella opposizione elementare della donna seduta
o semisdraiata (se velata, inclinava
al tema della ierogamia) all’uomo stante
in eroico isolamento. Come suo padre Teseo, Ippolito è
Efebo per eccellenza. Il frangente tragico sembra quasi
sintonizzarsi con l’oscura
origine della caccia solitaria e della caccia con la rete (Detienne, il
Mito).
E’ facile allora il
passaggio al tema dell’antinomia e della doppiezza,
proprio nella neutralità dello
schema. In questo caso in particolare “l’opacità e
l’incomunicabilità che il
messaggio tragico trasmette,”(ancora
Detienne) è in
sostanza il motivo per cui la
raccontabilità figurativa della
tragedia è impossibile.
Altro era il problema illustrativo che doveva far riferimento alle
occasioni di messa in scena del dramma teatrale, da cui in
ambiente italico, romano imperiale e tardoantico si diffondeva anche in termini di repertorio figurativo.
Schemi e cartoni
dovevano anche essere molto diffusi
nelle officine artigiane dei marmorari.
Qui facilmente si potevano acquistare lastre già predisposte
secondo tali soggetti per
una clientela che doveva esibire una rispettabilità sociale e culturale.
All’età della tragedia, il secolo di Euripide di Pericle ma anche di
Socrate e di Tucidide, si
approfondivano ancora le possibilità
di sintesi espressiva
della ricerca plastica: era peraltro
questa l’età in
cui la tensione dell’ethos avviava
un processo di apertura delle immagini
alla proiezione dei sentimenti individuali, dove si intuiva la convergenza con il daimon. Era
in atto il processo di umanizzazione delle divinità
nelle opere dei grandi maestri a cominciare forse già da Polignoto
e sicuramente da Fidia.
l rapporto del
grande Teatro Tragico con
l’arte delle immagini andava a configurare certo nuovi orizzonti
espressivi, non di natura meramente
illustrativa, ma di più profondo e diverso sistema. Direi
di risonanza, di addensamento
espressivo sull’immagine delle figure femminili e maschili nelle
rispettive ricerche di canone, di peploforoi le une, di nudi o ammantati
gli altri, a seconda dei soggetti.
Ciò spiega perché le testimonianze scarse peraltro di questo tema
nelle fonti non riferiscano di nessun prototipo importante e riconducibile a creatori
d’immagine.
Il
riferimento alla Nekyia della
Lesche Cnidia di Delfi, che
Pausania offre,
fa pensare ad una galleria di
personaggi fra i quali è Fedra. Non sembra di poter dedurre che di
qui poteva nascere una iconografia del personaggio che comunque
appariva prima della
tragedia euripidea. I nuclei espressivi restano perciò
essenzialmente il
pathos di Fedra e l’indifferenza sdegnosa di Ippolito. Le
figure di astanti, le
donne, la nutrice,
i piccoli eroti
confermavano il carattere di
industria artistica. Le officine
riempivano di figure la lastra
a seconda della ricchezza e possibilità di spesa del committente.
Le
Nozze Aldobrandine dei Musei Vaticani possono far pensare a Fedra per la presenza del giovane seduto ai piedi del letto
con il capo cinto da un serto di foglie, che potrebbe rimandare tanto ad
Ippolito quanto e forse meglio a Teseo. Ma più logico è pensare, data la
postura e l’aspetto giovanile, come è stato detto, ad Imeneo. Così le
tavolette ai piedi del bacile in realtà
possono alludere al contratto di matrimonio e non alla tavoletta che avrebbe tradito Ippolito. Il
viso nascosto dal velo della donna seduta sul letto
è funzionale alla scena del disvelamento rituale della sposa e la
figura seminuda che le si
avvicina alla sposa potrebbe
essere Peithò o anche la stessa Afrodite,
ma certo non può alludere né alla nutrice né alle donne del
gineceo. (Baldassarre-Pontrandolfo-Rouveret-Salvadori,
Pittura Romana)
Non credo dunque che quest’opera famosa si possa annoverare fra le
rappresentazioni di Fedra né che in
generale si possa parlare di una specifica
iconografia di Fedra. Perché non credo che fosse interessante
per la pittura greca, per un
pittore greco. Dopo l’Ippolito secondo di Euripide, nelle fonti coeve
alla tragedia,
non c’è traccia, mi pare, di alcuna rappresentazione
figurativa importante. Anche questo rafforza la convinzione che
fosse la messa in
scena dello spettacolo teatrale a
creare l’occasione per una resa che
doveva essere pertinente più alla sfera dell’illustrazione che a quella
della rappresentazione. Fedra
è malata, non ferita Non
è un soggetto che corrisponda alla sensibilità
greca classica. Anche se nella
seconda metà del V secolo, dopo la peste di Atene,
cominciano a comparire soggetti
che interpretano aspetti di dolore, di debolezza, come ad esempio il tema dei Niobidi, o dell’Amazzone ferita. Ma il
mondo del gineceo era in sé identificato con il mondo della stabilità
domestica e dei suoi arredi e delle sue attività, che non impegnavano visioni eroiche. E
sono diverse le testimonianze
vascolari. La grazia delle etere anche era oggetto sensibile
ma investiva una
episodica descrittiva e
privata, talora licenziosa, che non andava
ad incidere nel pensiero figurale e propriamente poietico. Era il nudo eroico nelle sue variazioni infinite che
contava, e lo stesso tema femminile delle peploforoi,
non si distanziava molto dalla interpretazione tettonica
e perciò, in questo, ancora fondamentalmente eroica. Le peploforoi
ammantate, e pensiamo per prima alla Afrodite Sosandra di Kalamis,
o ai diversi tipi fidiaci di Athena, si
ponevano innanzitutto come
la variante tipologica del
grande tema figurativo della figura stante, che era poi nata per configurare la
divinità e l’eroe.
Dal sarcofago di Pisa il grande Nicola
“de Apulia” ha preso le mosse per
la sua Vergine della Natività del pergamo del Battistero.
Qui infatti, al tempo in cui l’universo gotico celebrava Maria
come Nôtre Dame, il modello
di una figura femminile regale che rendesse nello
stesso tempo la debolezza della
condizione fisica rendeva idonea quella figura di Fedra. Potenza
della astrazione formale classica o compiutezza dell’immagine femminile
archetipica, certo è che il
classicista Nicola vedeva Fedra come Maria: entrambe
deboli e forti
per amore. E così dalla
Fedra di Pisa derivava la inusitata fermezza dell’immagine della Vergine
in questo famoso pergamo, forse
primo incunabolo di una
figuratività ormai italiana.
Un chiasmo psicologico vero e proprio o piuttosto un’inversione di
rapporti concettuali. Troneggia Fedra senza forze, psichicamente
annebbiata; Maria indebolita,
ma psichicamente solida, appare torreggiante.
La stessa
situazione compositiva nella
S. Anna della Natività della Vergine
di Pietro Lorenzetti (1335-1342) del Museo dell’Opera di Siena .
Su questa strada si potrebbe continuare
all’infinito: è la strada delle tangenze tipologiche
e della storicità dell’arte italiana,erede anche per questo
dell’arte antica.
In realtà il sublime classico del V secolo a.C. aveva segnato la
direzione delle grandi espressioni dell’uomo e dei suoi pensieri.
“Pollè…..” dice di sé Afrodite.
Questa grandiosità
potente che identificava e stremava la
femminilità di Fedra, una regina, si trasformava nella
mitezza, e veramente grandiosa, di un’altra Regina, Maria, Nôtre
Dame, Nostra Donna.
Aprile 2007
Emma
Favia
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