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Filomena

di    Angela Maria Basile 

da 'Il mio mondo prima del terremoto: Storie di donne', 2008


il mondo di Filomena


Aveva messo tutto nella cesta: il bottiglione del vino, le forchette, il coltello grande per tagliare il pane e il caciocavallo, la mezza panella che aveva impastato proprio due giorni prima, e la spasa grande piena di maccheroni e carne, ben conditi di sugo e formaggio grattato, che gli uomini non avessero a lamentarsi; e le donne, poi, che quando vanno a giornata sono peggio degli uomini, e mangiano e bevono e bestemmiano e scoreggiano senza creanza; e, però, quanto a faticare faticano e sotto la zappa la terra si rivolta tutta e prende aria e viene su nera nera e grassa che è una bellezza.

Ogni tanto qualcuna canta a gola aperta, come se quella cantilena urlata potesse alleggerire la fatica; quella cantilena che parla di fidanzate dalle guance bianche e rosse come mele, che si alzano nel cuore della notte ad ascoltare la serenata, e di treni che cacciano il fumo e si portano via i giovanotti lasciando sole le innamorate; e dentro la voce c’è la rassegnazione rabbiosa, la risata beffarda e, insieme, la nostalgia della incoscienza di gioventù.

Lei no, non andava in campagna; era stata sempre più delicata delle altre e don Pasquale, il medico paesano, quello che conosceva i segreti di tutti, aveva dichiarato alla madre che il fisico delicato e il cuore debole andavano rispettati, altrimenti la bambina non sarebbe vissuta a lungo; più che per lei stessa per rispetto a don Pasquale, del quale non era decente trascurare i consigli, la famiglia l’aveva tacitamente esentata dai lavori della terra, con un affetto brusco misto ad un disprezzo latente, mai apertamente dichiarato, ma evidente in certe mezze frasi e in certe occhiate di commiserazione.

Del resto la famiglia era benestante e le terre erano tutte affidate ai parzionali: si andava in campagna così, più per il piacere di mettersi alla prova e dimostrare l’attaccamento al lavoro e alla terra, alle cose giuste dei nonni e dei bisnonni, che quella terra l’avevano accumulata; come un blasone nobiliare da tenere lustro anche al tempo della repubblica, quando certi titoli non contano più se non per chi li ha una volta posseduti; e poi bisognava controllare il raccolto e, perché no, risparmiare sugli uomini a giornata, che diventavano sempre più esigenti e, oltre alla mangiata, volevano essere pagati in soldoni.

Lei rimaneva sempre a casa, perciò aveva imparato a ricamare meglio delle sue sorelle, per le quali cuciva il corredo seduta d’inverno al sole della finestra, con accanto il braciere per non ghiacciarsi le mani, e all’ombra sulle scale di casa d’estate; alla mietitura, però, e alla vendemmia o alla semina, cioè nelle occasioni in cui la famiglia si mobilitava tutta, anche lei aveva il compito di cucinare e portare da mangiare alla masseria; non che fosse un compito leggero, ma qualcuno doveva pur farlo e agli altri di casa toccavano lavori ancora più pesanti.

Coprì la cesta con la tovaglia e se la issò in testa con un colpo di reni, poi chiuse la porta e si chinò, piegando solo la gamba sinistra dietro la gamba destra, senza abbassare la testa, come una principessa che fa l’inchino, per nascondere la chiave all’interno della porta, attraverso il buco della gatta; piano piano, con tutto quel peso sulla testa, si rialzò e si avviò verso la campagna dando le spalle alle ultime case del paese.

Aveva fatto tardi: la sirena dell’una aveva urlato l’ora del mangiare e lei stava ancora a girare i fusilli nella caldaia; li aveva poi scolati e li aveva conditi con il sugo delle braciole; e intanto si era fatto sempre più tardi. I parzionali avrebbero avuto da dire sull’educazione di fare aspettare la gente che fatica e la madre e i fratelli avrebbero dissimulato la preoccupazione storcendo il muso e facendo qualche commento malevolo, per non dare adito ai pettegolezzi della gente, ché non è dignitoso mostrare le proprie debolezze; e lei era la debolezza della loro famiglia. Appunto da qualche giorno non si sentiva granché bene e quella mattina aveva fatto fatica ad accendere il fuoco della fornacella; il fornello a gas l’avevano comprato già da tempo, ma quello andava bene per un pranzo alla buona di tutti i giorni, per i pochi commensali della famiglia; per le occasioni, invece, ci voleva il fuoco di legna e la caldaia grande di rame lucido: era più capiente, più economica e la cucina veniva più saporita.

Solo che quel giorno il camino non tirava e le frascelle continuavano a spegnersi e a buttare fumo; sembrava che qualcuno avesse fatto la fattura; forse quella majiara di Catena, che se ne stava sempre sulla porta di quella sua casa scura, come una strega nell’antro, e le donne raccontavano che se non la salutavano o non le regalavano qualcosa di tanto in tanto, magari un pugno di farina, un piattino di fagioli appena cotti, lei poi si vendicava dando le febbri ai bambini e facendo andare via il latte alle puerpere.

Ora le veniva in mente che qualche ora prima Catena si era affacciata in casa sua, con quei suoi vestiti fuligginosi, maleodoranti di piscio e umidità, a chiedere un po’ di sale, ma lei le aveva risposto che non ne aveva abbastanza e poi era troppo occupata ad impastare la farina per la pasta; la vecchia se n’era andata scontenta, almeno così le era sembrato, e il camino aveva smesso di tirare; dopo le era costato fatica anche fare le cose più semplici ed aveva dovuto più volte fermarsi e portare la mano infarinata al petto, proprio all’altezza del cuore, che le balzava in gola con un dolore sordo. Don Pasquale aveva detto che doveva stare attenta a questi segnali: quando succedeva doveva riposare; in effetti si sarebbe volentieri sdraiata sul letto nella camera buia e fresca, ma ora non poteva: alla masseria aspettavano il pranzo!

Bum, bum, bum! il cuore batteva come se volesse uscire e fuggire. Tuttavia non era questo a darle preoccupazione, no; era la controra a spaventarla; fin da bambina aveva imparato che "alla controra non si va per fora" perché quella è l’ora in cui vanno in giro le anime dei morti; si sa, approfittano del fatto che i cristiani stanno chiusi in casa a prendere requie; il paese è deserto a quell’ora: neppure le ragazze da marito si vedono sulla porta di casa a ricamare il corredo e a fare chiacchiere, ridacchiando dietro il filo del punto a giorno se passa qualche zerbinotto, magari qualche studentello tornato in vacanza dalla città che le sbircia voglioso. Anche i mietitori a quell’ora si riposano dopo avere mangiato, stesi all’ombra rada dei gelsi, sulla terra calda e sudata, con le orecchie intronate dal crocchiare afoso delle cicale e i fili d’erba secca e le mosche che si infilano dappertutto, nei vestiti e negli occhi.

Lei camminava, dondolando i fianchi, dritta dritta, con la gonna che pendeva tutta da un lato per via del braccio, che teneva sollevato al di sopra della testa a sostenere appena la cesta, che non si sbilanciasse e rovesciasse il bendiddio che conteneva; la manica della maglia, cadendo fino al gomito la infastidiva; il fazzolettone, che aveva arrotolato e sistemato alla sommità del capo a fare da cuscinetto tra la treccia di capelli annodata a tuppo e la cesta, si era sciolto e il vimine le si infilava nei capelli, le graffiava la testa provocandole un dolore che la distraeva da quell’altro dolore, più violento ma ormai familiare, quasi amico, che sentiva nei pressi dello stomaco.

Avrebbe voluto fermarsi a rifare il cercine, ma non osava; avrebbe perso altro tempo e inoltre sarebbe stato più faticoso posare la cesta a terra e poi sollevarla di nuovo, senza un sostegno cui appoggiarla.

Cercava di stornare i pensieri verso cose piacevoli; fra poco sarebbe stata alla masseria in mezzo alla gente; c’era certamente anche il figlio di Fiorenza, che era tornato dal soldato e le ronzava un po’ intorno; proprio la sera prima qualcuno, in un momento in cui pareva che lei non sentisse, aveva alluso al fatto che mai i suoi genitori l’avrebbero maritata, per via della sua malattia; lei, però, aveva sentito e, del resto, in cuor suo sapeva che era così, ed era anche giusto; ma il giovanotto, ignaro, o forse solo per passare il tempo, veniva la sera a sedersi sul sedile di pietra vicino alla porta di casa sua, a sentire i racconti delle donne, che parlavano delle maijare che entrano dal buco della gatta e, se non c’è la scopa dietro la porta a costringerle a contare fino all’alba i fili, guastano i bambini nelle culle e si mettono a dormire al loro posto; era successo anche a Donato, il figlio di suo cugino, che era stato storpiato da quella majiara di ze’ Teresina ed era rimasto zoppo e per questo non aveva trovato nessuna ragazza che lo volesse sposare; per sfogare la sua frustrazione nel pettegolezzo malevolo, o forse, chissà, solo per sentire vicino un odore di donna e toccare casualmente una mano o una coscia, veniva anche lui la sera a sedere in mezzo alle donne, a sentire i racconti dei morti che escono a certe ore del giorno e, se incontrano qualcuno, vogliono essere trattati con educazione, salutati e riveriti, altrimenti sono guai. A comare Gerardina era successo di vederli da lontano, ma lei era stata attenta e svelta: aveva versato del vino a terra invitandoli a bere e quelli l’avevano lasciata andare in pace; anche se per molti giorni, dopo, aveva avuto la febbre alta e la testa che le doleva, e il medico condotto, che era un medichino giovane, di città, aveva diagnosticato un colpo di solleone con allucinazioni.

E lei era in giro proprio alla controra e nella strada non c’era anima viva; l’ultima persona che aveva visto era stata la bambina di comare Maria Nicola, che abitava nell’ultima casa del paese; si era affacciata un momento sulla porta in sottoveste di merletto, cercando di sfuggire alla madre e alle zie che le imponevano la dormita pomeridiana; ma, prontamente raggiunta da una gridata rabbiosa, l’aveva guardata con quei suoi grandi occhi celesti sgranati e curiosi, come se cercasse la sua complicità – occhi di gatta, occhi di majiara, diceva la madre -, ed era rientrata chiudendo la porta pesante con un tonfo: dentro si era sentito un tramestio di voci recriminanti, un pianto infantile, lagnoso, senza convinzione; poi il silenzio.

Affrettò il passo; era già al Calvario con le sue cinque croci nere e, sul pavimento, i fiori rinsecchiti che i bambini, con una devozione petulante, si ostinavano a lanciare oltre il cancelletto cercando di farli arrivare dritto sulla sporgenza della lapide su cui era inciso il nome dei benefattori, a suffragio dei quali era stata edificata la cappella. Zi’ Andrea il giardiniere, sotto la cui giurisdizione rientravano sia il Calvario che il Camposanto con compiti di pulizia, sepoltura, riesumazione e altro, quando li vedeva li rincorreva con la scopa, invocando santi e madonne; non poteva prevedere che, appena pochi anni dopo, gli oggetti con cui gareggiare al tiro a segno, invece dei fiori sarebbero state le lattine di coca cola e altri residui della nuova libertà dei costumi.

Si guardò intorno: non c’era in vista neanche zi’ Andrea, magari era andato a faticare a giornata anche lui; fra poco sarebbe arrivata al Cimitero; vedeva già la fila dei cipressi e, in fondo, il cancello; doveva costeggiare il muro di cinta e poi piegare a sinistra, passare oltre la masseria di Menicantonio, il loro confinante, e iniziare il tratto di strada in discesa che conduceva alle assi di legno sbilenco, che, solo simbolicamente, segnavano l’ingresso alla loro terra. Dall’alto si sarebbe vista già la masseria e forse qualcuno le sarebbe venuto incontro per aiutarla con la cesta, o magari per prendere l’acqua al pozzo, lì, al confine tra i due fondi.

In lontananza si sentiva un abbaiare di cani. Altro problema, quello: i cani dei contadini non sono mai amichevoli, incattiviti dalla catena e da qualche calcio ben assestato quando si avvicinano troppo ai piedi dei padroni, ma quelli di Menicantonio erano particolarmente incanagliti; forse proprio per via di quel pozzo, scavato da qualche generazione precedente con una lungimirante intelligenza che aveva superato la diffidenza contadina, e dava sollievo a quella terra argillosa, assetata e resa stitica da piogge scarse. Quel pozzo era diventato per le generazioni successive motivo di contese e recriminazioni interminabili: vuoi perché l’acqua era poca e dunque qualcuno necessariamente doveva averne usata più del dovuto, vuoi perché il confine, a seguito di qualche temporale irrispettoso del catasto, o grazie a incursori notturni, sospettabilissimi e mai colti sul fatto, si spostava, attribuendo la proprietà del pozzo ora all’uno ora all’altro dei due massari, le due famiglie, la sua e quella di Menicantonio, erano continuamente in lite e i cani, aizzati dagli uomini, facevano la loro parte a difendere gli interessi dei padroni.

Al momento, tuttavia, la faida familiare non riusciva ad assorbire il terrore che cominciava a insinuarsi nelle pieghe del suo cervello e a dirottare i suoi pensieri verso pericoli, umani o cagneschi, ma comunque controllabili; la strada da percorrere non era lunga, se misurata secondo i criteri della ragione, scientificamente, in chilometri o almeno, alla maniera dei contadini, in misure approssimative, ma comunque oggettive, stabilite sulla base di confini di proprietà, di antiche pietre miliari o di vecchi aneddoti; ma il suo sguardo, quello degli occhi e quello della mente spaventata, non riusciva a spingersi oltre quel cancello che ora le si ergeva davanti e al di là del quale si intravedevano le lapidi bianche e le croci di legno dilavate da vento e pioggia e smangiucchiate dal sole; non osando guardare poteva immaginare, lì in fondo, proprio dirimpetto al cancello, la breve scala di pietra che si perdeva nel vano scuro dell’ossario: dentro, le cassette impilate nelle scansie con le ossa antiche e i nomi dipinti con inchiostro nero.

Tante volte era andata con gli altri bambini a spiare la gente che portava i crisantemi e i lumini di cera avvolta nella carta rossa, il giorno dei morti; ma allora era stato facile tenere a bada la paura, diluendola nelle risate nervose e nelle corse brevi per sfuggire ai rimproveri dei grandi e a qualche schiaffone; e poi quel certo modo di piangere dei funerali paesani, esibito, teatrale, lei non avrebbe saputo spiegarlo né a se stessa, né agli altri, ma aveva come la funzione catartica del rito, più volte messo in scena e dunque ripetuto e ripetibile. Era così che lei e gli altri, piccoli e grandi, esorcizzavano la paura della morte; ma da quando non era più una bambina con le calzette corte e la gonnellina a fiori, la paura anziché passare era cresciuta, forse per la consapevolezza della morte, tante volte conosciuta nella rigidezza dei corpi fasciati di scuro sulle coperte bianche di percalle e la cantilena dei lamenti.

Cercò ancora di distogliere il pensiero e orientarlo su altro: sulla festa che si avvicinava, sulle cugine che avevano scritto dall’America, sul giovane che le faceva la corte, ma queste cose le apparivano futili, inconsistenti, insufficienti a contrastare la violenza di quel sole che l’abbagliava e le oscurava la vista peggio che se fosse notte; i pensieri che fino a quel momento avevano turbinato nel suo cervello si erano come fermati, bloccati a mezz’aria nella sua testa ed ora pesavano, pesavano, insieme alla cesta e a tutta la roba che vi era dentro; l’aria, polverosa, bollente, era sospesa in un silenzio ronzante di mosche, di api, di cicale gracchianti, di fruscii di serpi. Voleva tornare indietro, nella frescura della casa, al sicuro tra le lenzuola disegnate per il ricamo, profumate di sapone e di naftalina, ma non poteva; voleva correre avanti, ma il peso della cesta la costringeva al ritmo regolare del passo cadenzato; e divenuto rigido per le ginocchia che non volevano più piegarsi e la costringevano ad urtare le zolle di terra del viottolo con i piedi induriti ed insensibili. Sentiva nel naso un odore forte, di sangue e ammoniaca, come quando una volta era caduta battendo la fronte e la madre le aveva applicato non sapeva quale medicamento con una pezzuolina inumidita nell’acqua fresca; ora, però, non c’era nessuna pezzuolina fresca a darle sollievo; il dolore si irradiava dal collo, teso nello sforzo di reggere il peso senza guardare attorno, per non vedere cose indesiderate, e saliva, saliva dalla nuca fino alla sommità della testa, penetrando negli angoli del cervello fino alla fronte.

Era a metà del muro bianco scalcinato, sul retro del camposanto; nella luce abbagliante che le feriva gli occhi le sembrò che si muovessero delle ombre, che le venissero incontro; le cicale ora non gracchiavano più, pregavano, in un mormorio lugubre, come nelle giaculatorie di certe funzioni nella chiesa della Congrega, alla settimana santa; a lei non era mai piaciuta quella chiesa, come non le piaceva la processione del venerdì santo, con la statua della madonna piangente, le donne sposate e le ragazze da marito vestite di nero e il rumore assordante delle tarozzole agitate dai ragazzi. Le sembrò di sentire proprio quel rumore mentre, ora ne era certa, le anime del Purgatorio le venivano incontro; nel terrore che l’aveva presa dimenticò di salutarle gentilmente, di invitarle a favorire, ad assaggiare quel buon cibo che aveva nella cesta, a bere quel vino che le avrebbe rinfrescate; "rinfresca le anime del Purgatorio" aveva detto una volta Catena chiedendole un po’ di acqua fresca che era andata a prendere al fontanile perché l’acqua che usciva dai rubinetti di casa sapeva di cloro e non era così dolce e così fresca.

Un soffio di vento leggero leggero, venuto chissà da dove, le gelò la schiena sudata; la tovaglia che copriva la cesta si sollevò, volò brevemente e planò stendendosi ai suoi piedi; lei inciampò appena e la cesta le scivolò dalla testa; ma, così, dolcemente, come se, le sembrò, qualcuno l’avesse spinta e volesse ora svuotarla del suo contenuto senza però rovesciare la spasa, il bottiglione del vino; le posate tintinnarono e caddero; ecco, pensò, ora si disporranno sulla tovaglia per il banchetto dei morti, come raccontano le vecchie.

Ma non fece in tempo a vedere il prodigio; sentì una mano che le stringeva forte il cuore, un dolore nel petto, un dolore forte, insopportabile, che le annebbiò la vista, le riempì le orecchie di un clangore di voci, poi le tolse i sensi.

La trovarono le donne venute dalla masseria a cercarla; non per la fame, no; erano venute con l’angoscia nel cuore perché avevano sentito i cani ululare e avevano pensato che non ne sarebbe venuto nulla di bene. Lei era a terra, la treccia sciolta e il cercine ancora impigliato nei capelli, ma composta, una mano sul cuore e l’altra a proteggere gli occhi da chissà quali orride visioni, le visioni della morte; accanto a lei la cesta rovesciata, la spasa e il bottiglione rotti e la pasta e il vino sparsi in un’ ultima, involontaria, inutile offerta alla terra.

 

Angela Maria Basile

2008

 

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