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 Contatti Da "Quaderni del Liceo Classico Socrate - Bari", n°1, 1991-92

 

 

 


LA MENTE ASSEDIATA: LE "LETTERE DAL CARCERE" DI GRAMSCI

di Pasquale Martino


Per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare"
(Il P.M. nella requisitoria del processo contro Antonio Gramsci;
Roma, 2 giugno 1928)

"Non devi credere che io abbia intenzione di suicidarmi o di abbandonarmi, come un cane morto, al filo della corrente. Mi dirigo da me da molto tempo e mi dirigevo da me già da bambino"
(Antonio Gramsci a Tatiana Schucht;
Turi, 3 ottobre 1932)

"I limiti della mia libertà sono stati ristretti alla vita interiore e la volontà è diventata solo volontà di resistere"
(A.Gramsci a Giulia Schucht;
Formia, 25 gennaio 1936)

 

L'interesse per la figura di Antonio Gramsci - già crescente e diffuso dal 1945 fino a tutti gli anni '70 - attraversa da tempo una fase critica. Cinque anni fa, a mezzo secolo dalla morte, si parlò di "esagerata eclissi" seguita a una "forse esagerata fortuna" (A.Asor Rosa su "la Repubblica", 11 aprile 1987).

La "fortuna" era evidentemente legata alla parabola - negli anni '80 discendente - del partito comunista italiano che riconosceva in Gramsci il padre fondatore. Le celebrazioni del centenario (1891 -1991) cadono quando il PCI non esiste più e appare definitivamente tramontata la "tutela" che sul pensiero gramsciano ha esercitato l'operazione politico-culturale di Togliatti; operazione, beninteso, né illegittima né biecamente strumentale, che trasse le sue motivazioni da una lunga e determinata fase storica.
Occorre dunque rileggere a fondo l'opera di questo grande intellettuale del nostro secolo. Le premesse filologiche per uno studio rinnovato sono state poste nel corso dell'ultimo ventennio dalle edizioni critiche dei "Quaderni del carcere" e degli scritti fino al 1920, pubblicate entrambe da Einaudi; ma una nuova stagione interpretativa non può fiorire se non è accompagnata dall'interesse del pubblico, se non interagisce con la curiosità e il desiderio di sapere delle giovani generazioni.
E l'opera principe e rivelatrice per accostarsi all'uomo e al pensatore Gramsci - il libro da amare e da leggere d'un fiato - resta il volume delle "Lettere dal carcere".
Testimonianza biografica, fonte per la storiografia, complemento allo studio dei "Quaderni": tutto questo sono le Lettere e anche molto di più. Sono un libro a sé, dalla fisionomia unica e individuata; un documento umano sconvolgente e insieme un vibrante testo letterario; la "storia di un'anima", o meglio di una mente che lotta contro i suoi distruttori. Non si esagererà mai nel raccomandare questo libro ai giovani, come uno dei più "forti" e dei più belli del nostro Novecento.
Antonio gramsci fu arrestato a Roma l'8 novembre del 1926 in seguito ai "provvedimenti eccezionali" del regime fascista e in violazione dell'immunità parlamentare. Dopo aver scontato alcuni mesi di confino a ustica, venne tradotto nelle carceri di S.Vittore a Milano in attesa di essere processato con altri dirigenti comunisti dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Il processo fu celebrato a Roma nel maggio-giugno del 1928: condannato a oltre vent'anni di prigione, gramsci venne assegnato alla casa penale di Turi. Qui rimase per più di cinque anni, fino all'ottobre del 1933 quando, gravemente ammalato, ottenne di essere trasferito prima nell'infermeria del carcere di Civitavecchia, poi in una clinica di Formia.
Dopo un periodo di libertà condizionale, trascorso peraltro nelle cliniche, Gramsci riacquistò la piena libertà pochi giorni prima della morte, avvenuta il 27 aprile 1937. durante la prigionia aveva riempito una trentina di quaderni di appunti, che, nonostante l'assetto frammentario, costituiscono una delle più acute riflessioni sulla società, la storia e la cultura moderne.
Non è il caso di inventarsi un Gramsci fuori della storia e della politica - la sua politica. L'autore dei Quaderni è uno di quegli intellettuali - non rarissimi, in ogni epoca che intendono la cultura come forza attiva per la trasformazione della società, e il cui pensiero assume dalla "verità effettuale" i dati problematici con i quali vuole misurarsi. Egli è stato un uomo di parte, un intellettuale militante in un'età di "guerra civile europea", in cui molte delle migliori forze culturali erano schierate sul fronte della lotta politica. Come Platone e Cicerone, Dante e Machiavelli, egli è stato strappato alla lotta attiva e obbligato a concentrare le sue energie nella elaborazione culturale. Al pari di quelli, Gramsci ha costruito una meditazione che, mentre attinge le altezze del punto di vista "universale" (für ewig), rivela intatta la politicità delle sue radici e dichiara la speranza di vedere le idee messe in atto. Ma, diversamente da quelli, non ha potuto ritirarsi in un ozio più o meno sopportabile, né abbandonarsi liberamente alla creazione intellettuale: recluso, sofferente, spiato, ha subito penose limitazioni anche nella possibilità di legere e scrivere. I libri ch'egli poteva ricevere erano in numero assai esiguo e sottoposti a severo controllo; solo dopo due anni e più gli fu concesso di prendere appunti, e i "quaderni" che egli veniva redigendo furono sempre tenuti d'occhio dalle autorità carcerarie, tanto da costringerlo a usare pseudonimi e perifrasi che danno tuttora da fare alla critica gramsciana. "per vent'anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare": tale era il programma dei suoi persecutori.
Anche l'attività epistolare di Gramsci detenuto obbedisce a ferree regole e limitazioni. Egli può corrispondere soltanto con i parenti stretti; non deve toccare argomenti politici o comunque vietati; le lettere, in partenza e in arrivo, passano al vaglio della censura: i brani reputati illeciti o sospetti vengono cancellati con tratti di penna, e l'intera lettera può essere trattenuta a insaputa delle due parti.
La quantità di lettere che Gramsci può spedire è predeterminata: a Turi sono due al mese (cosicché Gramsci spesso allega in busta mezzo foglio indirizzato a un altro familiare, pregando il primo destinatario di farglielo pervenire). Si scrive in un locale comune, in giorni e a orari fissi: ragion per cui Gramsci deve preparare il testo mentalmente, sforzandosi di memorizzare ogni cosa necessaria in frasi brevi e non censurabili; "devo scrivere di botto, nel poco tempo in cui mi vengono lasciati il calamaio e la penna" (lettera del 19 marzo 1927); "devo restituire la penna perciò devo smettere" (18 luglio 1927). Ma può accadere pure che proprio in quel momento egli non abbia voglia di scrivere e finisca per dimenticare le cose più importanti (lettera dell'11 gennaio 1932).
Nonostante tutto, quello della corrispondenza rimane il momento più desiderato, il più caro a Gramsci prigioniero; egli non "salta" mai nessuna delle lettere che gli è concesso spedire: dirà ad un certo punto con un piglio autoironico, che è uno dei suoi caratteri più affascinanti, di aver composto in qualche anno di carcere "almeno il doppio" delle lettere composto in tutta la vita precedente; e sì che aveva sempre avuto "una invincibile avversione all'epistolografia" (lettera del 20 maggio 1929)! Uomo aspro, coltiva gelosamente il pudore dei sentimenti ("Come per la selce, ci vuole un colpo dato con l'acciaio per far scaturire scintille da me" scrive alla madre il 26 marzo 1828); ora, da recluso, gli sembra da un lato "di essere ridotto ad una epistolografia convenzionale", a scrivere "in perfetto stile carcerario"(lettere del 2 maggio 1927 a Giulia e a Tatiana Schucht), ingigantendo ossessivamente gli aspetti minuti e concreti dell'esitenza quotidiana in cella; d'altro canto il bisogno di confidarsi, di manifestare afferro, di comunicarea qualcuno io suo lavorio intellettuale, si scontra con "la ripugnanza" che egli prova "per la pubblicita delle lettere" ( 4 maggio 1931). "Le mie lettere- scrive alla moglie Giulia il 7 dicembre 1931- sono pubbliche non risevate a noi due e la coscienza di ciò mi obbliga ferramente a limitare l'esplosione dei miei sentimenti". Perciò tenta di impostare lo scambio di lettere come un vero dialogo, in cui non gli tocchi soltanto di parlare di sé come in un monologo che rasenti l'autocommiserazione , ma anche e soprattutto di ascoltare gli altri e da loro apprendere ciò che succede "nel mondo grande e terribile". "Voglio fare dei dialoghi- scrive alla cognata Tatiana (15 dicembre 1930)-. Altrimenti mi sembrerebbe di scrivere un romanzo in forma epistolare, che so io, di fare cattiva letteratura.
Benché siano composte nella prosa accattivante di uno scrittore raffinato non vi è in queste pagine alcun compiacimento letterario; quando leggiamo una lettera di Gramsci, non dobbiamo mai dimenticare che per lui è molto più importante la risposta che si aspetta di ricevere e che attenderà con ansia. Gramsci tempesta la moglie di domande sulla crescita e l'educazione dei figli Delio e Giuliano; né si accontenta dei ragguagli ricevuti, che gli paiono sempre pochi: sollecita l'invio di fotografie e , quando gli arrivano, le analizza fino ai minimi dettagli. Alla madre al fratello alle sorelle, chiede continuamente sull'ambiente natio in Sardegna, su questo o quel conoscente, suli progressi dell'educazione di sua Edmea; e quest'ultimo riguardo non risparmia critiche e consigli. Gramsci si duole e non si dà pace perché è stato privato della gioia di educare i propri figli, lui che era bravissimo a riuscire amico dei bambini (24 ottobre 1932): dopo l'arresto non rivedrà più la moglie e Delio, che si trovano in Russia fin dall'estate del "27; non conoscerà mai Giuliano, il secondogenito. Negli ultimi anni di vita indirizzerà ai figli ormai grandicelli lettere tenerissime, prodighe di favole, pensieri e incitamenti.
Dominante è il problema educativo nel pensiero di Gramsci. È il problema della formazione dell'uomo: rispetto alla quale egli sottolinea, contro ogni visione lassista e spontaneista, la necessità di una guida solida, che sappia dirigere con mano ferma e insieme con ricchezza di umanità ("anche i metodi più affascinanti -scrive a Tatiana il 7 dicembre 1931- diventano inerti se manca il personale capace di vivificarli in ogni momento della vita scolastica ed extrascolastica, e tu sai che proprio i migliori tipi di scuola sono falliti per deficienze degli insegnanti). Ed è il problema dell'autoformazione, ovvero dell'atteggiamento e del metodo che l'individuo deve adottate come costume di vita per esercitare la piena direzione su sé stesso e progredire in un ambiente tendenzialmente ostile. "mi pare che tutta la nostra vita sia una lotta per adattarci all'ambiente ma anche e specialmente per dominarlo e non lasciarsene schiacciare" (25 agosto 1930). "Bisogna sempre essere superiori all'ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credesi superiori" (12 settembre 1927).
Gramsci coniuga una concezione radicalmente critica (e anti-idealistica) della realtà con uno spiccato volontarismo sul versante dell'azione: è la celebre formula "pessimismo della ragione, ottimismo della volontà" che ricorre anche nelle "Lettere" (19 dicembre 1929). Egli allude più volte alla propria infanzia non facile, segnata dalla scoperta della deformità fisica (la gibbosità causata probabilmente da una caduta nei primi mesi di vita), dalle gravi difficoltà economiche e familiari, dalla necessità del piccolo Antonio di diventare precocemente autonomo, "Mi dirigo da me da molto tempo e mi dirigevo da me già da bambino" (3 ottobre 1932). L'esistenza di questo giovane uomo, "in questo tempo di ferro e di fuoco, nel quale viviamo"(26 febbraio1927), gli ha fatto conoscere tutte le scabrosità e i rischi mortali dello scontro politico: è il tempo della presa del potere da parte del fascismo, delle spedizioni punitive, del delitto Matteotti. "Da dieci anni mi trovo in un ambiente di lotta e (….) mi sono sufficientemente temprato; avrei potuto essere ucciso una dozzina di volte ……" (6 giugno 1927).
Ma la prova che egli affronta nel carcere è la più ardua di tutte. Gramsci sa che il carcere può piegare la mente, toglierle la facoltà di pensare in modo autonomo; teme la congiura che può indurre i suoi familiari a farsi complici involontari dei persecutori, a compiere senza il suo consenso qualche atto per lui compromettente, a far pressioni perché egli sottoscriva una domanda di grazia (ciò che significherebbe per lui la capitolazione politica e morale). Quando Tatiana o il fratello Carlo prendono iniziative senza consultarlo, o addirittura contro il suo parere, egli è sferzante con loro: "anche per te sono un numero di matricola"-scrive a Tatiana (19 settembre 1932); e accusa la cognata- per la quale ha grande affetto, e che a sua volta lo adora- di avere nei suoi confronti un atteggiamento "infermieristico".
Con i compagni è pure durissimo: considera irresponsabile e provocatoria la "strana lettera" recante la firma del dirigente comunista Ruggiero Greco, inviata a lui in carcere alla vigilia del processo (si veda ciò che scrive il 30 aprile 1928 e il 5 dicembre 1932); la lettera era quasi certamente un falso della polizia politica, tendente ad aggravare la posizione di Gramsci.
"Il carcere è una bruttissima cosa; ma per me sarebbe anche peggiore il disonore per debolezza morale e per vigliaccheria" (12 marzo 1928 alla madre). Gramsci ha l'assillante, umanissima preoccupazione di difendere la propria dignità e integrità morale da qualsiasi attacco, soprattutto dal più subdolo, perciò si sorveglia, e impietosamente esamina ogni propria reazione alla infinita serie delle costrizioni fisiche e psicologiche imposte dal regime carcerario. Nei rpimi mesi scopre di essere non soltanto refrattario alle crisi di nervi, ma anche sorprendentemente robusto; e orgoglioso di eguagliare in resistenza fisica Amedeo Bordiga, compagno-avversario nella lotta interna del partito comunista, con il quale si è ricongiunto a Ustica. Qui il collettivo dei confinati politici distribuisce a rotazione tutti i compiti, anche manuali: viene per Gramsci il turno di servire a tavola e molti si offrono di sostituirlo, ma lui è 'incrollabile'(Lettere del 7-8-15 gennaio 1927).
La cella però è molto peggio del confino. Da Milano scrive (11 aprile 1927): "Mi controllo assiduamente, perché non voglio cadere nelle monomanie che caratterizzano la psicologia dei detenuti; a ciò mi aiuta specialmente un certo spiritello ironico e pieno di umore che mi accompagna sempre". Ha la battuta gustosa e felice: quando descrive le situazioni e i tipi umani incontrati nei lunghi viaggi di trasferimento da una prigione all'altra; quando rievoca episodi e personaggi dell'ambiente sardo o torinese; quando sorride di sé, dei suoi guai e dei suoi tic.
A oltre due anni dall'arresto, mentre è ancora a Milano, Gramsci traccia un primo bilancio. "Sono molto cambiato, in tutto questo tempo ho creduto in certi giorni di essere diventato apatico e inerte (…). Si trattava di crisi di resistenza al nuovo modo di vivere (…). Il mio organismo fisico e psichico si opponeva tenacemente (….). oggi, tutto un ciclo di mutamenti si è già svolto perché sono giunto alla clama decisione di non oppormi a ciò che è necessario e ineluttabile con i mezzi e nei modi di primi (..) ma di dominare e controllare, con un certo spirito ironico il processo in corso" (27 febbraio 1928). Egli ha dunque sofferto senza mezze misure la forza coercitiva del carcere. Ma ancor più pesante è la sua condizione a Turi, dopo la sua condanna e con la prospettiva di una carcerazione ventennale. "Ho sempre la paura di essere soverchiato dalla routine carceraria" - scrive alla moglie (19 novembre 1928). "Penso che anche gli altri hanno pensato (..) di non lasciarsi soverchiare e invece, senza accorgersene neppure, tanto il processo è lento e molecolare, si trovano oggi cambiati e non lo sanno".
Saranno gli anni di Turi a spezzare irrimediabilmente il fisico di Gramsci, con lo stillicidio delle privazioni, il logorìo quotidiano e l'assoluta mancanza di cure adeguate. Ora anche il decadimento del corpo contribuisce a stringere la sua mente in un terribile assedio. Egli avverte il cerchio chiudersi intorno a sé: "il malessere che sento da tre mesi a questa parte è certo l'inizio di un periodo in cui la vita carceraria si farà sentire più duramente"(9 novembre 1931); "le mie forze di resistenza stanno per crollare completamente, non so con quali conseguenze"(29 agosto 1932). Le crisi fisiche - sbocchi di sangue, collassi- si intensificano. A Turi l'isolamento di Gramsci si fa totale: anche quando gli è concesso conversare con altri detenuti politici, da questi lo divide un dissenso profondo; egli critica infatti la politica settaria dell'Internazionale comunista, che soltanto nel 1935, con il VII congresso, adotterà la linea dell'unità antifascista auspicata da Gramsci. Il dissidio, di cui- come è ovvio- non si ha traccia nella corrispondenza è documentata dalle testimonianze dei compagni di prigionia.
Ampiamente affidato alle lettere, invece è il dramma dei rapporti con la moglie Giulia. Fin dall'inizio, su questa corrispondenza gravano una reticenza e un riserbo che Gramsci si sforzerà più volte di superare. con risultati alterni. Anche le lettere indirizzate a Tatiana- sorella di Giulia- ci aiutano a capire. Non si tratta soltanto dell'avversione di Gramsci al sentimentalismo; egli confessa di sentirsi disorientato dai lunghi silenzi di Giulia: scrivendole da Turi il 14 giugno 1930 calcola di avere ricevuto in un anno una sola lettera da lei. Non sa che Giulia soffre di una grave malattia nervosa: glielo nascondono con intento pietoso (Così anche la morte della madre non gli verrà comunicata, e per molti mesi ancora egli continuerà a scriverle lettere affettuose). Perciò si tormenta senza sosta cercando una spiegazione; giunge perfino a sospettare che Giulia sia parte inconsapevole di quella congiura contro di lui che risale all'episodio della 'strana lettera' (27 febbraio 1933). Infine, si interroga se sia giusto che un uomo condannato a una lunga pena carceraria tenga obbligata a sé una donna giovane, che potrebbe rifarsi una vita; scrivendo a Tatiana (14 novembre 1932) affaccia l'ipotesi della separazione: "ci ho pensato da molto tempo, forse dal primo giorno che sono stato arrestato".
Stremato dalle molte violenze del regime carcerario ("questo inferno in cui muoio lentamente": così si esprime il 6 luglio 1933) Gramsci si ostina a voler isolare la mente dallo sfacelo del corpo: studia come può, annota sui "Quaderni"; con "leopardiana fierezza" dichiara: "se fisicamente sono ridotto a un cencio, forse moralmente sono più forte di quanto non potessi pensare, perché mi sono abituato a non far calcolo che su me stesso e a prevedere con abbastanza freddezza di potermi trovare isolato e distaccato da tutti" (28 ottobre 1933).
Metafora di questa suprema rimozione del corpo sfinito da parte della mente è l'impossibilità materiale di specchiarsi: a Turi non ci sono specchi, e per oltre cinque anni Gramsci non può vedere il suo volto che cambia, non può leggere su di esso il proprio declino.
Un anno prima di morire, il quarantacinquenne Gramsci, che si trova ora a Roma, in libertà vigilata, scrive a Giulia queste parole di sereno e distaccato bilancio:

"Io sono un tuo amico, essenzialmente, e dopo dieci anni ho veramente bisogno di parlare con te da amico ad amico, con grande franchezza e spregiudicatezza. Da dieci ani sono tagliato dal mondo (che impressione terribile ho provato in treno, dopo sei anni che non vedevo che gli stessi tetti, le stesse muraglie, le stesse facce torve, nel vedere che durante questo tempo il vasto mondo aveva continuato ad esistere con i suoi prati, i suoi boschi, la gente comune, le frotte di ragazzi, certi alberi, certi orti,- ma specialmente che impressione ho avuto nl vedermi allo specchio dopo tanto tempo: sono ritornato subito vicino ai carabinieri)….Non pensare che voglia commuoverti: voglio dire che dopo tanto tempo, dopo tanti avvenimenti, che in gran parte mi sono sfuggiti, forse nel loro significato più reale ,dopo tanti anni di vita meschina, compressa, fasciata di buio e di miserie grette, poter parlare con te da amico ad amico mi sarebbe molto utile" (25 gennaio 1936)

Sembra che ora Gramsci allenti l'implacabile vigilanza su se stesso che la sua vita interiore- quella vita che è "solo volontà di resistere"- possa riconciliarsi con il mondo. Sappiamo che l'autore delle Lettere ha vinto la sua battaglia: leggiamo le sue parole, molti altri le leggeranno.

Pasquale Martino

 

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