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La Medea di F. Grillparzer

di    Angela Maria Basile 

Leggiamo insieme:

Euripide, Grillparzer, Alvaro, Medea. Variazioni sul mito, a cura di M. G. Ciani, Grandi Classici tascabili Marsilio, 2003

 


foto: ragazza yemenita, di Dolores Perriello


Non ci interessa in questa sede passare in rassegna tutte le interpretazioni di Medea nate dalla tragedia di Euripide, che ha consegnato all’Occidente un personaggio  scomodo, per sempre legato al gesto estremo dell’infanticidio.

Medea vittima di una passione monomaniacale (Seneca), oppure donna ferita dal tradimento di Giasone (Corneille)?  Lucida e spietata nell’organizzare la vendetta per i propri diritti violati (Di Benedetto), o stritolata dalle logiche del potere maschile (Christa Wolf)?

La varietà delle interpretazioni è il segno della complessità  e ambiguità del personaggio euripideo, e del disagio che questo mito della madre assassina provoca ancora oggi.

Comunque sia l’opposizione barbarie/civiltà, con tutto quello che essa comporta, è la linea portante lungo la quale si muove tutta la tradizione di questo mito, nato in epoche remote perfino rispetto alla tragedia di Euripide. Ed è su questa opposizione che fanno leva, in particolare, le versioni di Grillparzer e di Corrado Alvaro, alle quali intendiamo qui riferirci.

Franz Grillparzer, agli inizi dell’’800, dedica a Medea una trilogia (L’ospite, Gli Argonauti, Medea) in cui ne ricostruisce la vicenda a partire dalla fanciullezza, quando è una ragazza un po’selvatica, che vive innocente e felice nelle foreste rigogliose della Colchide, dedita alla caccia, e alla raccolta e  manipolazione benefica delle erbe. 

La venuta di Frisso, l’ospite straniero che porta con sé il vello d’oro, spezza l’incanto e introduce, in quel mondo arcaico, la colpa.

Costretta dal padre ad usare le sue arti per uccidere Frisso, Medea ne rimane irrimediabilmente segnata; il rapporto armonioso con la natura si spezza e la fanciulla assume sempre più l’aspetto inquietante della strega. La torre in cui la rappresenta Grillparzer ha tutte le caratteristiche delle architetture diroccate,  “le ruine” immerse nei paesaggi foschi e funerei cari alla pittura preromantica. “Se tu l’ avessi vista, là, nella tana del drago, a sfidarlo mentre saettava veleno d’ogni parte con la sua lingua biforcuta e odio e morte sprizzavano dai suoi occhi di fiamma, ah, se tu l’avessi vista allora…..”(Medea, II atto) così Giasone la descriverà a Creusa. Lui che  sposa Medea e la conduce con sé a Corinto, affascinato da lei (o forse ancora di più dal vello, la cui conquista ella può rendere possibile)

Il viaggio è segnato da eventi funesti: la Medea di Grillparzer non uccide Absirto, né Pelia, ma è comunque responsabile, insieme a Giasone, della loro morte. Il vello d’oro continua a seminare morte dovunque giunga il suo bagliore sinistro. Tuttavia per Medea  Giasone, bello come il sole, appare come la possibilità del riscatto. Per lui abbandona la  patria e la famiglia: non sarà più la principessa dei Colchi, ma solo la sposa dell’eroe e la madre dei suoi figli. Forse  potrà lavare così il suo peccato originale.

Ma le speranze di Medea si infrangono contro l’ostilità di quel mondo estraneo, nel quale, preceduta dalla fama, ella non sarà altro che l’esule odiosa, la straniera, che ha, tra gli altri, il torto di avere contaminato l’eroe senza macchia (“Ed è per causa tua - si anche sua, ma tua…che odiano anche lui, il tuo sposo, perché ha sposato la principessa della Colchide selvaggia. Il fratello di suo padre gli ha chiuso la sua casa e quando è morto, di morte misteriosa, la stessa città dov’egli è nato, la sua patria lo ha scacciato in esilio. Non ha più casa, asilo, pace.”)

 

All’inizio dell’ultima parte della trilogia Medea è intenta a seppellire tutto ciò che appartiene al suo passato: le vesti esotiche, i segni dei suoi poteri magici, e infine il vello d’oro, segno del suo delitto e, insieme, di quel suo mondo misterioso, incomprensibile ai greci che la chiamano barbara. “Un dio nella sua ira ci ha condotto in altre terre, fra altre genti; ciò che da noi era giusto, qui lo si ritiene ingiusto, ciò che era lecito lo si punisce con rancore.” In questo mondo che non le appartiene Medea, però,  vuole vivere. Ella si sforza, perciò, di assumere “altri costumi, altre parole”; “Se non possiamo essere come vogliamo, lasciaci almeno vivere come possiamo”dice a Gora, la nutrice che la commisera e che, come lei, soffre di essere esule e schiava in una terra straniera.

Il sacrificio di Medea, tuttavia non è sufficiente: Giasone, tornato davanti alle “torri di  Corinto, ricche e maestose in riva al mare, dolcissima culla della …giovinezza, di quegli anni d’oro”, si vergogna della moglie strega che invoca la luna e disturba i morti (“queste cose qui le odiano e anch’io, sì, anch’io le detesto! Non siamo nella Colchide, ma in Grecia, fra creature umane, non mostruose.”), la obbliga a togliersi il velo scarlatto, (“Perché rifiuti le usanze, i costumi della nostra terra? Sul suolo della Colchide io ero uno di loro e così tu sii greca in Grecia”), prova fastidio per i suoi stessi figli (“Questa è dunque la mia vita? Questo sono io? Padre e marito di selvaggi?”).

Medea, ubbidiente, si piega alle umiliazioni e rimprovera la sua nutrice che definisce Giasone “un greco”, volendo dire con questo “impostore e vigliacco”. Ma l’integrazione è impossibile. Troppo lei è distante dal modello della donna greca; anche nelle vesti greche non può somigliare alla bianca e luminosa Creusa che conosce le canzoni dell’infanzia di Giasone che Medea non sa cantare.

L’ innocenza di Creusa si offre come possibile riscatto sia per Medea che per Giasone. In lei Medea vede se stessa prima della colpa e della fuga, (“Sono nata figlia di re, come te, e come te un tempo…..Sì, ero una figlia di re, come te, e come tu stai ora davanti a me, bella luminosa e splendida, così ero io con mio padre, adorata da lui, e dal mio popolo, come una dea. Oh Colchide, oh terra dei miei padri! Qui ti chiamano tenebrosa e a me sembri piena di luce”) e le si affida, le chiede di insegnarle a vivere in questa nuova terra (“Poiché sono straniera, venuta da un paese sconosciuto e ignara degli usi e dei costumi di questa terra, eccomi disprezzata, umiliata, guardata come una barbara selvatica, io che nella mia patria ero la prima, la regina. Farò volentieri quello che mi dite, ma ditemelo presto ciò che devo fare, anziché essere in collera con me..”)

Per Giasone Creusa è la giovinezza e l’integrità perdute e non più raggiungibili; l’esperienza dell’altrove ha spezzato i vincoli con la sua terra. (“Se tu sapessi far sì ch’io non avessi mai lasciato la terra dei miei padri e fossi rimasto qui, a Corinto, con voi, che non avessi mai visto né il vello né la Colchide né quella che adesso è mia moglie, e che lei se ne ritornasse nel suo paese maledetto portandosi via con sé anche il ricordo della sua venuta qui, allora sarei di nuovo uomo tra gli uomini”). Per un momento egli può credere che il matrimonio con Creusa offertogli da Creonte gli permetterà,  di sottrarsi  al suo destino di esule e di tornare ad essere quello che era.

 Ma l’illusione dura poco: le aspirazioni di Giasone e quelle di Medea non coincidono, anzi si escludono a vicenda. A pagarne le conseguenze sarà la principessa greca, travolta dalle tempeste altrui, bruciata dal fuoco di quel vello d’oro che, unica fra tutti i personaggi del dramma, non ha mai desiderato. Medea l’aveva avvertita: “La strada è scivolosa e per cadere basta un passo. Credi di saper condurre sempre bene la tua barca, solo perché sinora hai potuto scendere con tanta leggerezza lungo il fiume, tenendoti ai rami fioriti sulle sponde e cullata dalle onde lucenti come argento? Là fuori, poco oltre, infuria il mare e se osi staccarti dalla fidata riva la corrente ti strapperà e trascinerà via, laggiù in quelle grigie lontananze..” Creusa non si è staccata dalle rive fiorite, non ha affrontato il drago come Medea, o come Giasone, e di sé può ancora dire:“io per me sono rimasta uguale a quella che ero. Ciò che volevo un tempo, lo voglio ancora, ciò che allora mi sembrava buono, buono mi sembra ancora, ciò che biasimavo lo biasimo ancora…”.

Ma è proprio questo, in fondo,  che le impedisce di comprendere e di farsi comprendere; ella, ad esempio, non capisce il motivo per cui Giasone e Medea possano odiarsi; si meraviglia delle accuse che si rivolgono a vicenda  (“Cosa sento? O giusti dei! Così parla lui ora, così parlava lei prima! Chi mi ha detto che gli sposi si amano?”); vorrebbe aiutare Medea a riconquistare il marito insegnandole le canzoni che piacevano a Giasone; ma questi non le vuole sentire (né Medea riesce ad impararle). Accoglie Giasone come sposo, mentre non può certo restituirgli il cuore puro e la felicità della gioventù. Offre asilo ai figli della coppia e scatena in questo modo la gelosia di Medea, che la vede ora come un serpente velenoso, laddove le era apparsa buona e soccorrevole.

Se, come afferma Magris, la Medea di Grillparzer è “la storia di una terribile difficoltà o impossibilità di intendersi fra civiltà diverse, un monito tragicamente attuale su come sia difficile, per uno straniero, cessare veramente di esserlo per gli altri”, Creusa, nella sua semplicità ed incapacità di capire il movimento della vita, non può che essere la vittima di una tragedia che lei stessa ha contribuito a scatenare.

Loco a gentil ovra non c’è, non resta che fare il male o patirlo”afferma l’Adelchi manzoniano, nell’opera omonima che appartiene allo stesso periodo della Medea di Grillparzer. Pure forse un riscatto può esserci. La tragedia non si chiude, infatti, con la morte dei due bambini e quella di Creusa. In un ultimo incontro Medea invita Giasone ad affrontare con coraggio il lungo cammino di espiazione che entrambi dovranno compiere, al termine del quale potrebbe esserci la redenzione.

 

Angela Maria Basile

 

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