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Il mondo di Hiroshige

di Angela Maria Basile

Suggestioni   dopo la visita alla mostra "Hiroshige, il maestro della natura", Roma primavera-estate 2009


Utagawa Hiroshige,
Fioritura dei ciliegi ad Arashijama, 1834

 

Wa        Kei    Sei     Jaku  *

Sesto giorno del Nono mese del 1858

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Infine gli ospiti si sono congedati, dopo essersi inchinati davanti al padrone di casa.

Con le rituali formule di saluto gli amici hanno reso onore al loro ospite e sono andati via, percorrendo a ritroso il cammino; le teste chine sui tabi nel riattraversare il nijiriguchi, la porticina di accesso, lenti i passi lungo il roji, il sentiero della rugiada, ancora assorti nel tempo senza tempo e nella comunione del Cha-no-yu. Pervasi dalla pace interiore della cerimonia non hanno fretta di ritornare alla casa ardente dei tre mondi. Le sofferenze del mondo, che in questi giorni si fanno acute, corroborandosi dei miasmi del colera in cui agonizza Edo, sono ora assorbite nel ritmo dell’impermanenza di tutte le cose, velata la serenità solo da una  sottile malinconia, l’aware per la finitezza di ciò che di bello li circonda. Domani dovranno affrontare di nuovo i problemi della quotidianità, ognuno nella dimensione che più gli appartiene: quella della carriera, delle gerarchie, dei favori o quella degli affari, del danaro, degli usurai; tutti, dovranno confrontarsi con la minaccia reale, concreta, terribile della malattia che sta torturando i corpi, mentre devasta la città, svuota le case di persone e cose, di affetti e ricordi, ammorba l’aria del fumo acre e dolciastro dei roghi funebri che non riescono a spezzare la catena del contagio.

Ma non è questo il senso del Choda? Essi conoscono molto bene la storia del monaco che un giorno chiese al suo maestro: «Poco mi importa di ciò che mi viene riservato: la Via qual è?». «La Via è la tua vita quotidiana» gli rispose il maestro. La Via del Tè insegna a chi ne percorre i sentieri la padronanza di sé e dei propri pensieri e li guida ad affrontare con mente chiara i problemi della vita, quelli più gravi come quelli più insignificanti. E’ questo che si accingono a fare gli invitati mentre attraversano il sentiero di rugiada del Padiglione del Tè di Tokutarō e sono certi che anche il loro ospite si lascerà guidare dagli stessi principi nella strada che è pronto a percorrere.

Genemon no Tokutarō ha chiuso dietro di loro lo shoji ed è rimasto ancora un po’ inginocchiato sui talloni nella posizione del seiza, con le punte dei piedi rivolte verso l’esterno: ha colto nel movimento degli schermi di carta traslucida un’ombra appena dissonante, un  rumore leggero e non più percepibile di un battito d’ali che si è subito dissolto nello stormire delle foglie. Otatsu è stata attenta a nascondersi quando gli ospiti sono usciti, ed ora è di nuovo in allerta dietro gli shoji, attenta a qualsiasi movimento essi possano rivelare. Ne riferirà ad Oyasu, la sposa contadina che per undici anni gli è stata vicina e lo ha aiutato, con la freschezza di gesti e sentimenti non offuscati dalle ritualità  e dalle convenzioni della casta samurai, ad avvicinarsi alle piccole cose della natura, ad ascoltarne il leggero sussurro, ad immergersi in esse.  Oyasu che in questo momento, trepida e impotente, recita i suoi nembutsu nelle stanze del padiglione che Tokutarō ha riservato per sé, per la moglie e per i pochi servi da quel giorno lontano in cui ha rinunciato, in favore del figlio, alle sue funzioni di comandante della caserma dei vigili.  Kannon la Misericordiosa ascolterà le preghiere di una sposa fedele e non permetterà che il dolore le devasti il cuore, le scomponga i gesti, la spinga ad inutili querimonie. No, ora è il tempo di accogliere le scelte del marito con l'imperturbabilità di una vera moglie samurai.

Tokutarō si passa una mano sugli occhi a scacciare il pensiero che potrebbe turbare l’armonia raggiunta; poi si solleva con l’agilità che la lunga consuetudine di quei movimenti gli consente al di là di quanto non possa la prestanza fisica, messa a dura prova dai piaceri non solo intellettuali dello Yoshiwara, il Mondo dei fiori e dei salici, il mondo delle geisha. Nel gesto i lembi della sopravveste verde ricamata con i cinque kamon dello stemma di famiglia si aprono scoprendo il kimono bianco che egli ha finora tenuto nascosto. Non che gli amici non abbiano compreso, ma l’allusione esplicita della veste bianca avrebbe  introdotto una nota imperdonabile di rozzezza nella cerimonia, che si è, invece, svolta in modo impeccabile, nella sua impercettibile, quasi casuale perfezione.

La piccola stanza del tè è piacevolmente spoglia: i tatami, le mensole disposte in armoniosa asimmetria ai lati del tokonoma,  il legno grezzo del toko-bashira,  nella loro assenza di colore, nella loro essenzialità, non costringono la mente ad associare, disunire, giudicare; non offendono i sensi di chi ha raggiunto, in questa ‘dimora del vuoto’, la piena sintonia con le cose, accogliendo dentro di sé la loro bellezza insieme antica e impermanente, libero egli stesso dall’ansia del tempo e del mondo. 

Per questo l’ospite ha ripulito accuratamente delle foglie cadute il roji e la piccola capanna di ogni granello di polvere: per preparare il luogo ad accogliere questa bellezza ed intanto mettere in ordine anche la propria mente; per questo ha voluto donare gli oggetti della cerimonia agli invitati.  

Shitsurei shimashita -mi scusi per la rozzezza. Dozo, accetti questo piccolo dono”- ha detto, offrendo all’ospite più importante l’antica coppa Raku che il padre aveva ereditato da suo padre.
All’inizio della cerimonia tutti l’hanno ammirata, indicandola con il ventaglio.

-“Haiken wo - posso vederla?” hanno chiesto.

-“Dozo”- ha risposto – “è una piccola cosa rozza” e l’ha porta con lo shōmen rivolto cortesemente verso l’interlocutore.

-“Chōdai itashimasu - Accetto umilmentela formula di ringraziamento per il tè è stata ripetuta anche per i doni. Il chashaku di bambù (“aki non kure - sera d’autunno” è il nome poetico dato stasera al cucchiaino per mescolare il tè), il mitsusashi,  il natsume per contenere il tè, offriranno ancora, anche dopo di lui, il loro yugen  ad altre cerimonie, permetteranno ancora alle capanne per il tè di offrirsi come ‘camere del vuoto’, dove liberare la mente.

Lentamente Tokutarō gira lo sguardo intorno nello spazio nudo, ne ascolta il silenzio, ne accoglie il vuoto dentro di sé.  Solo nel tokonoma è rimasto ancora qualcosa: nel chabana che pende dal toko-bashira  la foglia dorata che ha raccolto al mattino da un ramo del grande castagno,(1)  che protende le sue fronde a nascondere e proteggere la capanna del tè, si armonizzano con i colori delicati della lespedeza.

Le parole del poeta gli tornano alla mente; le sussurra a fior di labbra: “la gente comune nota appena/ il fiore di castagno/ sotto la gronda”. Come Bashō**  anche lui ha conosciuto i vasti orizzonti del suo paese, si è confuso con i suoi monti e le sue baie, si è mescolato ai pellegrini nei santuari, ha ascoltato il rumore che fanno gli iris quando si schiudono, contemplato l’ombra del cuculo contro il disco lucente della luna; come Bashō un secolo prima, ha sentito lo yugen, il mistero che si nasconde nelle cose e accomuna quelle semplici alle più nobili e raffinate. Volge lo sguardo al kakemono sospeso sul fondo della nicchia: fra le fronde degli alberi, oltre l’ Arakawa  percorso dalle lunghe zattere, il Tempio del Buddha  Segreto si intravede appena. In basso a destra, confusi con i rami molli del salice, quasi a continuarne le linee, il pennello  vi ha dipinto gli ideogrammi di un waka:

Lascio il mio pennello in Azuma ** *
vado in viaggio nella Terra d’Occidente *** *
per visitarvi le località famose (2)

 

(continua....)

Ottobre 2009

Angela Maria Basile

 

Libera ricostruzione della vita di Ando Tokutaro, alias Utagawa Hiroshige. 
PRIMA PARTE

 

*  I principi che ispirano la Via del Tè (il Choda):  Wa  =Armonia    Kei  = Rispetto per le persone e per gli oggetti che consente la comunione con ciò che ci circondaSei  purezza. Disporre e spazzare il sentiero che porta alla capanna del tè e/o la stanza nella quale si svolge la cerimonia  significa spazzare il vissuto dai vincoli mondani e dalle preoccupazioni per consentirsi esperienze altrimenti inesperibili.  Jaku = tranquillità

** Matsuo Bashō (Ueno 1644 - Osaka 1694) può considerarsi il massimo maestro giapponese della poesia haiku. Di casta samurai scelse la via  dello zen. Una parte cospicua della sua opera è costituita da diari di viaggio, come  Lo stretto sentiero verso il profondo Nord / Oku no Hosomichi, dominato dal concetto di sabi: l'identificazione dell'uomo con la natura. Nella poesia di Basho i dettami del buddismo zen coincidono con la sensibilità nuova che caratterizza la società Tokugawa: così la ricerca del vuoto, la semplicità scarna ed essenziale si unisce al gusto della rappresentazione della natura e della vita quotidiana e popolare. 

***Altro nome di Edo (Tokyo)

**** Il Paradiso Buddista

Shoji: porta scorrevole cha dà verso l’esterno ed è formata da un telaio in legno rivestito di carta traslucida. Gli scorrevoli interni prendono il nome di Fusuma e consentono di modificare gli ambienti sulla base delle sigenze.

Yugen: incanto  e mistero suscitati dalla percezione della  interrelazione tra la misteriosa profondità delle cose e la loro apparente semplicità. Si collega al concetto di:
- Sabi, la patina sottile del tempo che rende gli oggetti affascinanti e comunica un senso di tranquillità e armonia, e al
- Wabi, povertà ricercata e rifiuto dell'ostentazione. Concetti fondamentali dell'estetica giapponese, ispirano la pittura la letteratura l'architettura e tutte le manifestazioni del vivere quotidiano. 


Tokobashira
:
pilastro collocato al lato del tokonoma  cui è sospeso il chabana, vaso contenente una composizione floreale ispirata alla stagione. Costituito da un tronco d'albero appena sgrossato, rimanda al concetto di wabi.

“La nostra casa”
già in queste parole,
 freschezza

......................................................

waga yado to
 iu bakari de mo
suzushisa yo

Haiku di Kobayashi Issa (1763-1828)

tokonoma: (letteralmente spazio per la bellezza) nicchia ornamentale posta nella parete più importante della casa. Il tokonoma è per i giapponesi un luogo ove  fruire della visione di elementi compositivi e decorativi e godere le emozioni derivanti dalla contemplazione e dalla meditazione; una sorta di finestra, dunque,  dalla quale immergersi nell'armonia del mondo. Oltre al chabana, vi viene sospeso generalmente un kakemono, rotolo verticale decorato con immagini naturali o composizioni poetiche (waka e haiku), intonate le une e le altre alle stagioni e alle occasioni.

(1) nel buddismo il castagno si associa al Paradiso Occidentale di Budda

(2). La poesia di addio è stata composta da Ando Hiroshige qualche giorno prima della sua morte, della quale non si conoscono le cause.

 

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