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Il mondo di Hiroshige di Angela Maria Basile Suggestioni dopo la visita alla mostra "Hiroshige, il maestro della natura", Roma primavera-estate 2009
Wa
Kei Sei
Jaku * Sesto
giorno del Nono mese del 1858 Infine
gli ospiti si sono congedati, dopo essersi inchinati davanti al padrone di
casa. Con
le rituali formule di saluto gli amici hanno reso onore al loro ospite e
sono andati via, percorrendo a ritroso il cammino; le teste chine sui tabi
nel riattraversare il nijiriguchi, la porticina di accesso,
lenti i passi lungo il roji, il sentiero della rugiada, ancora
assorti nel tempo senza tempo e nella comunione del Cha-no-yu.
Pervasi dalla pace interiore della cerimonia non hanno fretta di ritornare
alla casa ardente dei tre mondi. Le sofferenze del mondo,
che in questi giorni si fanno acute, corroborandosi dei miasmi del colera
in cui agonizza Edo, sono ora assorbite nel ritmo dell’impermanenza di
tutte le cose, velata la serenità solo da una
sottile malinconia, l’aware per la finitezza di ciò che
di bello li circonda. Domani dovranno affrontare di nuovo i problemi della
quotidianità, ognuno nella dimensione che più gli appartiene: quella
della carriera, delle gerarchie, dei favori o quella degli affari, del
danaro, degli usurai; tutti, dovranno confrontarsi con la minaccia reale,
concreta, terribile della malattia che sta torturando i corpi, mentre
devasta la città, svuota le case di persone e cose, di affetti e ricordi,
ammorba l’aria del fumo acre e dolciastro dei roghi funebri che non
riescono a spezzare la catena del contagio. Ma
non è questo il senso del Choda? Essi conoscono molto bene la
storia del monaco che un giorno chiese al suo maestro: «Poco mi importa
di ciò che mi viene riservato: la Via qual è?». «La Via è la tua vita
quotidiana» gli rispose il maestro. La Via del Tè insegna a chi ne
percorre i sentieri la padronanza di sé e dei propri pensieri e li guida
ad affrontare con mente chiara i problemi della vita, quelli più gravi
come quelli più insignificanti. E’ questo che si accingono a fare gli
invitati mentre attraversano il sentiero di rugiada del Padiglione del Tè
di Tokutarō e sono certi che anche il loro ospite si lascerà guidare
dagli stessi principi nella strada che è pronto a percorrere. Genemon no Tokutarō ha chiuso dietro di loro lo shoji ed è rimasto ancora un po’ inginocchiato sui talloni nella posizione del seiza, con le punte dei piedi rivolte verso l’esterno: ha colto nel movimento degli schermi di carta traslucida un’ombra appena dissonante, un rumore leggero e non più percepibile di un battito d’ali che si è subito dissolto nello stormire delle foglie. Otatsu è stata attenta a nascondersi quando gli ospiti sono usciti, ed ora è di nuovo in allerta dietro gli shoji, attenta a qualsiasi movimento essi possano rivelare. Ne riferirà ad Oyasu, la sposa contadina che per undici anni gli è stata vicina e lo ha aiutato, con la freschezza di gesti e sentimenti non offuscati dalle ritualità e dalle convenzioni della casta samurai, ad avvicinarsi alle piccole cose della natura, ad ascoltarne il leggero sussurro, ad immergersi in esse. Oyasu che in questo momento, trepida e impotente, recita i suoi nembutsu nelle stanze del padiglione che Tokutarō ha riservato per sé, per la moglie e per i pochi servi da quel giorno lontano in cui ha rinunciato, in favore del figlio, alle sue funzioni di comandante della caserma dei vigili. Kannon la Misericordiosa ascolterà le preghiere di una sposa fedele e non permetterà che il dolore le devasti il cuore, le scomponga i gesti, la spinga ad inutili querimonie. No, ora è il tempo di accogliere le scelte del marito con l'imperturbabilità di una vera moglie samurai. Tokutarō si passa una mano sugli occhi a scacciare il pensiero che potrebbe turbare l’armonia raggiunta; poi si solleva con l’agilità che la lunga consuetudine di quei movimenti gli consente al di là di quanto non possa la prestanza fisica, messa a dura prova dai piaceri non solo intellettuali dello Yoshiwara, il Mondo dei fiori e dei salici, il mondo delle geisha. Nel gesto i lembi della sopravveste verde ricamata con i cinque kamon dello stemma di famiglia si aprono scoprendo il kimono bianco che egli ha finora tenuto nascosto. Non che gli amici non abbiano compreso, ma l’allusione esplicita della veste bianca avrebbe introdotto una nota imperdonabile di rozzezza nella cerimonia, che si è, invece, svolta in modo impeccabile, nella sua impercettibile, quasi casuale perfezione. La
piccola stanza del tè è piacevolmente spoglia: i tatami, le mensole
disposte in armoniosa asimmetria ai lati del tokonoma, il
legno grezzo del toko-bashira,
nella loro assenza di colore, nella loro essenzialità, non
costringono la mente ad associare, disunire, giudicare; non offendono i
sensi di chi ha raggiunto, in questa ‘dimora del vuoto’, la piena
sintonia con le cose, accogliendo dentro di sé la loro bellezza insieme
antica e impermanente, libero egli stesso dall’ansia del tempo e del
mondo. Per questo l’ospite ha ripulito accuratamente delle foglie cadute il roji e la piccola capanna di ogni granello di polvere: per preparare il luogo ad accogliere questa bellezza ed intanto mettere in ordine anche la propria mente; per questo ha voluto donare gli oggetti della cerimonia agli invitati. “Shitsurei
shimashita -mi scusi per la rozzezza. Dozo, accetti questo
piccolo dono”- ha detto, offrendo all’ospite più importante
l’antica coppa Raku che il padre aveva ereditato da suo padre. -“Haiken
wo - posso vederla?” hanno chiesto. -“Dozo”-
ha risposto – “è una piccola cosa rozza” e l’ha porta con lo
shōmen rivolto cortesemente verso l’interlocutore. -“Chōdai
itashimasu - Accetto umilmente” la formula di ringraziamento
per il tè è stata ripetuta anche per i doni. Il chashaku di bambù
(“aki non kure - sera d’autunno” è il nome poetico dato
stasera al cucchiaino per mescolare il tè), il mitsusashi, il natsume per contenere il tè, offriranno ancora,
anche dopo di lui, il loro yugen ad altre cerimonie, permetteranno ancora alle capanne
per il tè di offrirsi come ‘camere del vuoto’, dove liberare la
mente. Lentamente
Tokutarō gira lo sguardo intorno nello spazio nudo, ne ascolta il
silenzio, ne accoglie il vuoto dentro di sé.
Solo nel tokonoma è rimasto ancora qualcosa: nel chabana
che pende dal toko-bashira la
foglia dorata che ha raccolto al mattino da un ramo del grande castagno,(1)
che
protende le sue fronde a nascondere e proteggere la capanna del tè, si
armonizzano con i colori delicati della lespedeza. Le
parole del poeta gli tornano alla mente; le sussurra a fior di labbra: “la
gente comune nota appena/ il fiore di castagno/ sotto la gronda”.
Come Bashō** anche lui ha conosciuto i vasti orizzonti del suo
paese, si è confuso con i suoi monti e le sue baie, si è mescolato ai
pellegrini nei santuari, ha ascoltato il rumore che fanno gli iris quando
si schiudono, contemplato l’ombra del cuculo contro il disco lucente
della luna; come Bashō un secolo prima, ha sentito lo yugen,
il mistero che si nasconde nelle cose e accomuna quelle semplici alle più
nobili e raffinate. Volge lo sguardo al kakemono sospeso sul fondo
della nicchia: fra le fronde degli alberi, oltre l’ Arakawa
percorso dalle lunghe zattere, il Tempio del Buddha
Segreto si intravede appena. In basso a destra, confusi con i rami
molli del salice, quasi a continuarne le linee, il pennello
vi ha dipinto gli ideogrammi di un waka: Lascio
il mio pennello in Azuma **
(continua....) Ottobre 2009 Angela Maria Basile
* I principi che ispirano la Via del Tè (il Choda): Wa =Armonia Kei = Rispetto per le persone e per gli oggetti che consente la comunione con ciò che ci circonda. Sei purezza. Disporre e spazzare il sentiero che porta alla capanna del tè e/o la stanza nella quale si svolge la cerimonia significa spazzare il vissuto dai vincoli mondani e dalle preoccupazioni per consentirsi esperienze altrimenti inesperibili. Jaku = tranquillità ** Matsuo Bashō (Ueno 1644 - Osaka 1694) può considerarsi il massimo maestro giapponese della poesia haiku. Di casta samurai scelse la via dello zen. Una parte cospicua della sua opera è costituita da diari di viaggio, come Lo stretto sentiero verso il profondo Nord / Oku no Hosomichi, dominato dal concetto di sabi: l'identificazione dell'uomo con la natura. Nella poesia di Basho i dettami del buddismo zen coincidono con la sensibilità nuova che caratterizza la società Tokugawa: così la ricerca del vuoto, la semplicità scarna ed essenziale si unisce al gusto della rappresentazione della natura e della vita quotidiana e popolare. ***Altro nome di Edo (Tokyo) **** Il Paradiso Buddista Shoji: porta scorrevole cha dà verso l’esterno ed è formata da un telaio in legno rivestito di carta traslucida. Gli scorrevoli interni prendono il nome di Fusuma e consentono di modificare gli ambienti sulla base delle sigenze. Yugen: incanto e
mistero suscitati dalla percezione della interrelazione tra la
misteriosa profondità delle cose e la loro apparente semplicità. Si
collega al concetto di:
tokonoma: (letteralmente spazio per la bellezza) nicchia ornamentale posta nella parete più importante della casa. Il tokonoma è per i giapponesi un luogo ove fruire della visione di elementi compositivi e decorativi e godere le emozioni derivanti dalla contemplazione e dalla meditazione; una sorta di finestra, dunque, dalla quale immergersi nell'armonia del mondo. Oltre al chabana, vi viene sospeso generalmente un kakemono, rotolo verticale decorato con immagini naturali o composizioni poetiche (waka e haiku), intonate le une e le altre alle stagioni e alle occasioni. (1) nel buddismo il castagno si associa al Paradiso Occidentale di Budda (2). La poesia di addio è stata composta da Ando Hiroshige qualche giorno prima della sua morte, della quale non si conoscono le cause. | |||||||||||||||||||||
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