| |||||||||||||
| |||||||||||||
|
|
Il
dolore e la misura Studio sulla poesia di Valerio Magrelli di Nicola Moretti 1. Lo sguardo e il pensiero Preferisco venire dal silenzio per parlare. Preparare la parola con cura, perché arrivi alla sua sponda scivolando sommessa come una barca, mentre la scia del pensiero ne disegna la curva. La scrittura è una morte serena: il mondo diventato luminoso si allarga e brucia per sempre un suo angolo Vorrei partire da questa lirica, contenuta nella prima raccolta intitolata Ora serrata retinae , edita da Feltrinelli nel 1980, per iniziare la mia lettura di Valerio Magrelli, una delle voci più originali ed intense della poesia italiana degli ultimi venticinque anni. Nel nitore e nella limpidezza dei versi appena letti, nella lingua sobria e accattivante, fatta di parole essenziali e di aggettivi indispensabili, di immagini-visioni che sembrano caricarsi naturalmente della finzione del valore metaforico (parola-barca, pensiero-scia, scrittura-morte serena), nello stile prevalentemente paratattico, riconosciamo una delle caratteristiche principali della sua poesia: una semplicità che è difficile a farsi, sottesa da una vasta e profonda cultura letteraria e filosofica, e da un sorvegliatissimo labor limae che conferisce alla parola (al significante) la precisione definitoria, geometrica, su cui le strutture del significato si sostengono, innalzandosi – per così dire – sicure e ferme, anche quando svettano e si piegano sotto la torsione delle interpretazioni. Qual è il “silenzio” da cui preferisce venire la poesia di Magrelli? E’ la condizione di chi rifiuta gli assordanti rumori, gli sconvolgimenti e le vocianti utopie di un tempo storico appena trascorso, anzi ancora in corso agli inizi degli anni ’80, quando le generazioni del dopo-Sessantotto sfidavano la grande Storia col terrorismo o ne riconoscevano e ne accettavano la potenza celebrando a gran voce i riti della modernizzazione, e illudendosi di opporre all’alienazione e alla frantumazione del soggetto una sua artificiosa ricomposizione, fatta di autoaffermazioni volgari, di deriva al seguito di mode, di parole consumate dall’uso e insignificanti, o di una comunicazione banale e omologata. Quella di Magrelli invece è la scelta di chi nella cultura di quegli anni vede solo un grande freddo, una progressiva spoliazione e glaciazione, e nelle dimensioni del silenzio, della notte, del sonno, della “miopia che si fa poesia” testimonia da un canto un definitivo indebolimento della realtà, dall’altro il tramonto del soggetto, allegoria di una solitudine senza nome, a cui fanno da contrappunto la lucida impassibilità del linguaggio e una poetica incentrata sulla umbratilità, sul “conoscere” in quanto “vedere”, ma come vede il miope, che stringe gli occhi per guardare lontano, mentre mette a fuoco e isola un particolare su uno sfondo confuso, formicolante e pulviscolare. Conoscenza e visione come malattia dunque: e la guarigione – data dalla scrittura – non può che essere una “morte serena”, in cui il mondo diventa “luminoso” e si allarga, ma un suo angolo (la vita del soggetto?), come in una fotografia che sia eccessivamente esposta alla luce, brucia per sempre. Ma la “morte serena” è anche metafora del sonno, tema molto presente nella prima raccolta di Magrelli, a partire dalla lirica iniziale: Molto sottrae il sonno alla vita. L’opera sospinta al margine del giorno scivola lenta nel silenzio. La mente sottratta a se stessa si ricopre di palpebre. E il sonno si allarga nel sonno come un secondo corpo intollerabile. Qui il sonno è visto come remora al compimento dell’opera, e anche come umana pena, “corpo intollerabile”. E ancora: Prima dell’ultima curva del giorno colgo delle parole con cui dormire: nella sera esse riprendono le vesti pesanti e accorte…. ; o Il paese del sonno d’estate si allarga. Le sue acque riflettono in onde lente ogni gesto. Sulle sponde sussurrano parole come erba, mentre in alto trascorrono le costellazioni dei nostri morti. Ruota la mente nel cardine della notte; il ricordo si moltiplica nello spirito come gli anelli nel tronco degli alberi. Questi
sono tra i momenti più alti della poesia di Magrelli, in cui, a dar voce
a un acuto senso della umana pena, fatta di stanchezza e di ricordi, sono
perfettamente fuse e quasi irriconoscibili le suggestioni letterarie
profondamente assimilate e rielaborate, Pascoli e Proust : anche per
Proust “l’approche de la nuit” è causa di “malaise”, di
malessere e disagio, anche per lui “le monde du sommeil” costituisce
“cette heure plus véridique, où les yeux se ferment aux choses du
dehors, et de grandes figures solennelles nous appairessent”; anche per
Proust (ne Le temp retrouvé) “l’art véritable s’accomplit
dans le silence. Les vrais
livres doivent etre les enfants de l’obscurité et du silence”. Scrive Enzo Siciliano nel 1980, ricordando gli esordi di Magrelli sulla rivista « Nuovi Argomenti »: “ La poesia di Magrelli mi parve scritta mentre il fumo e le ceneri di una battaglia andavano diradandosi. L’aria, intorno, non è ancora schiarita, ma è subentrata una vasta, attonita quiete”. Magrelli scrive di questa quiete, senza lasciarsene assorbire, senza consolanti rimozioni o cedimenti a nostalgie e paralizzanti introspezioni, ma col pudore di chi, cosciente fino in fondo della crisi dell’io e della scrittura, vuole ricominciare da capo, ricostruendo una sintassi della mente basata sulla percezione, sulle forme della visione, sulle idee che ne scaturiscono e che la vivificano sottraendola ad uno spazio di natura morta, dove la storia è stata, necessariamente anche se dolorosamente, semplificata o azzerata: Ogni sera chino sul chiaro orto delle pagine colgo i frutti del giorno e li raduno. Allineati su filari paralleli corrono i pensieri, tracce di accorti innesti. La mia vita è legata al frugale raccolto, il suo consumo è quotidiano, dimesso. Nessuna logica è nel prendere i fiori o i frutti secchi. L’unica, e può bastare, è in questa secrezione spontanea e vegetale dell’idea ………….. Si tratta, allora, di un ritorno alle radici della conoscenza, a quell’empirismo inglese che Magrelli ha assunto a punto di riferimento in una lirica che persino nel titolo, puntigliosamente preciso, celebra il bisogno di nuove e più semplici certezze, e sembra rappresentare “ il progetto… di una matematica del pensiero intesa ad assicurare la completa geometrizzazione dei processi mentali e intellettuali” (Bruno Arcurio): G. Berkeley, Trattato sui principi della conoscenza umana, Parte prima, paragrafi 30,31,32 L’esperienza c’insegna che ogni idea s’accompagna a un’idea nel corso ordinario delle cose, e che quindi poter prevedere dà regola alle nostre azioni secondo le necessità della vita. Altrimenti sarebbe il dubbio, non saper nulla in modo che ci desse o levasse il dolore dei sensi. E ogni mezzo conduce ad un suo risultato secondo leggi stabilite di natura. E senza, saremmo incerti e confusi né un adulto saprebbe vivere meglio d’un bambino appena nato. Tuttavia questa meccanica uniforme che indica la saggezza dello spirito non guida verso lui la nostra mente che vaga in cerca d’altre ragioni. Gli ultimi quattro versi ( “Tuttavia…”) segnalano la presenza di una forte tensione morale, che coincide con l’esigenza di aperti orizzonti di ricerca “d’altre ragioni”, a complicare la “meccanica uniforme” di un saggio processo di conoscenza: in questa torsione, che sposta l’attenzione dagli oggetti al soggetto stesso, c’è la genesi di quello “scarto della prevedibilità” che il poeta Andrea Zanzotto ha individuato per primo nella produzione di Magrelli. In questo aspetto, che attraversa come un codice genetico riconoscibilissimo tutta la poesia di Magrelli, c’è una tensione tra l’impassibile visione di un mondo di oggetti fermi, quasi ossificati nel chiuso del “laboratorio” del soggetto (gli spazi interni, la tavola, il letto, il corpo), e la continua tentazione dell’impulso emotivo: il “correlativo oggettivo”, cioè la montaliana allegoria della reificazione e della desertificazione del mondo, diventa esigenza di una dialettica tra la levigatezza della visione e l’inquietudine che nasce da quella zona del reale che l’occhio non riesce a mettere a fuoco. Sin dal titolo della raccolta questo tema mostra la sua centralità: l’ “Ora serrata retinae” è il nome scientifico del margine anteriore dentellato della parte ottica della retina: è quindi parte di quella geografia dell’occhio e dell’atto del vedere, così come la “Rima palpebralis” (titolo di una sezione della raccolta) è la fessura della palpebra attraverso la quale si realizza la percezione visiva, e l’”Aequator lentis” (altra sezione) costituisce la circonvoluzione completa della lente del cristallino: ma queste designazioni scientifiche, apparentemente asettiche e oggettive, celano allusioni ad un guardare diverso dal semplice atto fisiologico, carico di conseguenze concettuali e formali. Sin dal primo apparire della raccolta, nel 1980, Angelo Guglielmi supponeva che nei termini latini della fisiologia dell’occhio Magrelli volesse alludere con un po’ di affettazione a ciò che si può vedere con la coda dello sguardo, là dove “ le immagini oscillano e il tratto si fa incerto”, come dice un suo verso; e nell’83, in un bel saggio (apparso su Il Veltro, 1-2, 1984) Bruno Arcurio, acuto studioso del poeta, osservava che “compresenza assorbente di Ora serrata retinae è l’ Ethica more geometrico demonstrata di Baruch Spinoza, per il continuo rimandare, anche nel titolo, alla disposizione a tutto scandagliare, come a occhi chiusi, di colui che, come è noto, ebbe continuamente una lente di ottico serrata nella cavità orbitale”. C’è una lirica della raccolta che sembra la sintesi della particolare tensione di “Ora serrata retinae”: Sto rifacendo la punta al pensiero, come se il filo fosse logoro e il segno divenuto opaco. Gli occhi si consumano come matite e la sera disegnano sul cervello figure appena sgrossate e confuse. Le immagini oscillano e il tratto si fa incerto, gli oggetti si nascondono: è come se parlassero per enigmi continui ed ogni sguardo obbligasse la mente a tradurre. La miopia si fa quindi poesia, dovendosi avvicinare al mondo per separarlo dalla luce. Anche il tempo subisce questo rallentamento: i gesti si perdono, i saluti non vengono colti. L’unica cosa che si profila nitida è la prodigiosa difficoltà della visione. La miopia si fa quindi poesia: lo sguardo (fisico e mentale) che non può spingersi lontano, dove tutto diventa opaco e incerto ( “figure appena sgrossate e confuse”), ma si avvicina al mondo per coglierlo nella sua parte in ombra (“ per separarlo dalla luce”), diventa un misurato congedo dalle utopie, dai tempi lunghi della storia. Dunque non solo lo spazio, ma anche il tempo è raccorciato, rallentato, consumato: di fatto, ogni gesto, ogni evento psichico è abolito, persino la parola rischia l’opacità se presume di sfuggire al suo compito di delineare, di definire, di dare dei contorni a oggetti che si nascondono, o sono abbandonati in un angolo: Questa pagina è una stanza disabitata. Ogni tanto porto una seggiola rotta o un pacco di giornali, e li abbandono in un angolo: nient’altro. Quello che avanza si dispone qui e nella tregua dell’uso si deposita. E’ l’ultima sosta degli oggetti prima d’uscire dall’orizzonte della casa, nella luce chiara del loro tramonto. E’, questa, una poesia del congedo, dell’ “ultima sosta degli oggetti”, ridotti a “quello che avanza”, a relitti sottratti al loro valore d’uso: ma la suggestione montaliana non viene vivificata dal miracolo, dalla magia di un’apparizione lirica, “l’unica cosa che si profila nitida è la prodigiosa difficoltà della visione”. Il senso, il ruolo della scrittura poetica sono allora nella meticolosa registrazione di questa visione del reale e nell’espressione di una tensione morale, di un’inquietudine che in questa raccolta è solo accennata, spesso celata dal tono assertivo, paratattico, speculativo dello stile ( “per me la ragione della scrittura è sempre scrittura della ragione”, suona la conclusione di una lirica; e ancora: “Una poesia che ricomponga/ le immagini che la precedono/ è figura per eccellenza./ …fare bella figura/vuol dire fare/ una figura bella,/ il disegno che restituisca/ all’oggetto le sue linee,/ i suoi contorni al pensiero.” Oppure è riflessione finemente e misuratamente ironica e insieme addolorata sulle vicissitudini culturali e morali della storia contemporanea, sull’autoreferenzialità della comunicazione, sull’oscurarsi degli orizzonti ideali: Un tempo si portava sulla pagina il giorno trascorso, adesso invece si parla solamente del parlare. Come se nel tragitto dall’impressione alla carta si fosse dischiusa una vertigine. Dunque passando dall’una all’altra sponda tutte le mercanzie vanno perdute e il viaggiatore dimenticato il viaggio sa narrare soltanto del pericolo corso. In Vedersi vedersi, un lungo saggio su Paul Valéry pubblicato nel 2002 nelle edizioni Einaudi, Magrelli chiarisce aspetti importanti della sua ricerca e della sua poetica, fornendo una interessante chiave per comprendere meglio, più in profondo, la sua ventennale produzione. L’enigmaticità e il paradosso dell’autoscopia, l’immagine straniata dell’io allo specchio ( e il paragone tra sviluppo fotografico e risveglio della memoria e della coscienza), il “vedersi vedersi” e il conseguente effetto vertiginoso di una mise-en-abyme che mina le certezze del soggetto e ne mostra la precarietà ontologica e l’inconoscibilità, rappresentano l’interesse che Magrelli rivolge ai problemi che l’autore di Monsieur Teste pose a se stesso e al suo tempo. Valéry compie un percorso che lo porta dalla poesia simbolista ( suoi modelli sono Baudelaire, Poe, Huysmans e soprattutto Mallarmé) alla crisi intellettuale e sentimentale del 1892: infrantisi gli idoli dell’amore e della poesia, che considera ripugnanti perché mettono in moto le forze più oscure e incontrollabili della personalità, diventano valori il rigore e la lucidità, gli unici che meritino di essere perseguiti. L’intelligenza riflette su se stessa, sui meccanismi del proprio funzionamento; la mente coglie le più complesse e sottili connessioni tra i fenomeni: questi sono i risultati di quella svolta, espressi nella Introduction à la méthode de Léonard de Vinci (1895) e soprattutto ne La soirée avec Monsieur Teste (1896). Teste rappresenta la coscienza lucida e assoluta, non turbata da passioni e desideri, dell’uomo perfettamente padrone della propria vita mentale, la personificazione dell’intelletto astratto, che ha imparato a guardare, a passare dalla percezione di forme indistinte al “vedersi vedersi”. La poesia allora è una “festa dell’intelletto”: “ gioco… immagine di ciò che non è, dello stato in cui gli sforzi sono solo ritmati, riscattati. Si celebra qualcosa compiendolo o rappresentandolo nel suo stato più bello e più puro…” ( dai Cahiérs); essa è atto puramente intellettuale, ricerca di una astratta, immateriale perfezione; ed è importante il linguaggio, che fa sì che la parola poetica sia assoluta, elemento unificatore dell’esperienza umana, sentimento, depurato dall’intelletto, che affonda le sue radici nel fondo dell’esistenza. Magrelli, affascinato da tali problematiche, le ha riprese adattandole alla sua sensibilità e alla sua personale lettura della fine di un’epoca: il simbolismo e lo scientismo di fine Ottocento, obiettivi polemici di Valéry, sono sostituiti, nel poeta contemporaneo, dalle ideologie, dalle utopie e dai miti di fine millennio. La poesia diventa così un atto di rigore mentale, di forte tensione etica, di problematico riconoscimento di sé, e, insieme, capacità di assumere la giusta misura della realtà.
2. Movimenti, fratture, intermittenze Alle novanta poesie della prima raccolta fanno seguito nel 1987 le novanta della seconda, Nature e venature, pubblicata da Mondadori, e articolata in dieci sezioni ( La forma della casa, La febbre, Amori, Clecsografie, Noterelle archeologiche, Fenomeni, In giro, Nel buio, I mestieri, Disamori). E’ lo stesso Magrelli, in una nota alla terza edizione (1989) di “Ora serrata retinae”, a spiegare la genesi di “Nature e venature”: “… approfondire, integrare e magari contraddire l’idea della visione… Approfittare cioè dell’opera seconda…per passare dalla monoscopia alla stereoscopia, dall’autoscopia all’eteroscopia, dal monolite al frammento, scuotendo la superficie immobile della prima raccolta, increspando il suo specchio, agitando l’acqua della scrittura fino a spezzarne le figure riflesse”. Lo scenario in cui si fa e vive la poesia di Magrelli non sembra cambiato di molto: gli interni della casa, il corpo e la malattia , gli oggetti come “reperti di geologia domestica”, il buio della sera e il sonno, l’atto del vedere e la “maieutica del segno”, che “indicando le cose con il loro dolore/ insegna a riconoscerle”. Ma si fa più corposa e insistente quell’inquietudine presente solo come fremito nella prima raccolta, quella tensione che contraddice l’ordine pacificato delle parole, la cui ferma e nitida levigatezza viene scalfita dai movimenti, come fossero scosse telluriche, che ne rompono la fissità monolitica, producendo crepe, venature, intermittenze, frammentazioni. Si legga ad esempio: Quando spengo la lampada, dalla finestra aperta l’oscurità d’un tratto si fa chiara come in un negativo. Questo mi prova almeno che qui dentro vivo in un bagno di acidi, di sostanze corrosive e lente da cui mi sento sviluppato, trascolorante e cangiato alla luce quanto le immagini di questa notte, non so più se luminosa o virata o di tenebra. Attraverso la lunga metafora della fotografia, per la quale l’interno, la stanza al buio, diventa una “camera oscura” in cui solo è possibile che avvenga un “fieri”, uno sviluppo del soggetto, la tensione tra “oscurità” e “chiarezza” si fa delicata allusione a una trasformazione esistenziale: il “bagno di acidi”, le sostanze corrosive, i vapori sulfurei della storia diventano la condizione per cui l’io si avverte “trascolorante e cangiato”: è la pudica ammissione di una dialettica, senza certezze precostituite e senza perentorie affermazioni, ma con qualcosa di attonito, con un sentimento di stupefatta scoperta. Gli oggetti e le parole del primo Magrelli diventano allora “nature”, astrazioni che, pur non perdendo la loro corposità e nitidezza, sembrano ontologizzarsi, o transustanziarsi per via poetica, e proprio allora, con un paradosso che è il segno della matura complessità di questa raccolta, mostrano le “venature”, le linee di frammentazione, le spaccature del reale, ricomponibili con un gesto d’amore: Ricevo da te questa tazza rossa per bere ai miei giorni uno ad uno nelle mattine pallide, le perle della lunga collana della sete. E se cadrà rompendosi, distrutto, io, dalla compassione, penserò a ripararla, per proseguire i baci ininterrotti. E ogni volta che il manico o l’orlo si incrineranno tornerò a incollarli finché il mio amore non avrà compiuto l’opera dura e lenta del mosaico. …………. O la “venatura” è l’avvertire una scissione
dell’io, che torna dolorosamente, anche se ironicamente, a palpitare
dopo l’algida impassibilità di una visione-speculazione basata
sull’esattezza e sulla geometricità: Una scissura, la stessa che riga le forme stampate nella plastica, divide me in due versanti. Un lato manovra con naturalezza aderendo all’impulso, è l’impulso, azione felice. L’altro è inetto, l’infermo che patisce senza guarire mai, lo spazio convalescente. Anche in certe condanne il vivo veniva legato a un cadavere, ma non al suo cadavere. Dunque questa paralisi che affligge metà corpo, sembra il motivo dell’inclinazione e della pendenza dell’anima. Le “venature” significano allora la ripresa della storia e della vita con le loro inquietudini e le loro trasformazioni, il riconoscimento del “dolore delle cose” e della sua ineludibile necessità: A mattina inoltrato, nel pieno procedere del giorno, ancora qualcuno si attarda nel letto, segnato dall’ipnosi, intento al restauro del sonno. Come se si potesse riparare la notte, il vaso infranto, la lesione del cielo. Esse sono la curvatura dello spazio, che le cose animano “per lievi smottamenti e microesplosioni”, fino a saturarlo e deviarlo nella dimensione del tempo: “ ed è giusto l’intermittenza, la discontinuità temporale, a guastare la dubbia perfezione cognitiva del soggetto e a garantire, di riflesso, la fase più matura della poesia di Magrelli. Come se le cose, improvvisamente incagliate nel vuoto della rètina e della pagina, facessero ostacolo ma finalmente dessero sensazione di spasimo e incertezza, parzialità percettiva, cioè conoscenza vera, pagata in prima persona nelle torsioni di un linguaggio che ormai teme la sua stessa misura ed eleganza”, scrive Massimo Raffaeli (ne Il Manifesto del 7 Luglio 1996). Queste considerazioni possono essere tenute presenti per la comprensione dell’ultima lirica della raccolta: Io cammino fumando e dopo ogni boccata attraverso il mio fumo e sto dove non stavo dove prima soffiavo. La discontinuità nello spazio si fa avvertimento della discontinuità nel tempo, tra un “prima” e un “dopo”, legati dall’incerta eppur visibile presenza di una scia di fumo, della stessa materia di un pensiero interrogativo, che genera il moto di sorpresa del soggetto, l’”io” del primo verso: l’apparente semplicità e la misura della parola celano solo in parte la complessità della questione posta, quale sia cioè la natura del tempo nel suo rapporto con lo spazio. L’uno e l’altro, in questa raccolta, appaiono tridimensionali: nella sezione intitolata Clecsografie (hapax dal ted. “Klecks”, macchia, immagine, proiezione), ci sono tovaglie con disegni
floreali, da cui sembra “sorgere” una “Europa animata”: A volte dal disegno floreale di una tovaglia sorge un’Europa animata. Durante il pranzo tra bottiglie colme filiforme e ombreggiato spunta lento il profilo della Grecia il cigno. Alla volumetria della mensa, sottolineata dalla orizzontalità e dalla verticalità dello spazio descritto, fa riscontro la profondità del tempo, non tanto nel “profilo della Grecia” (macchia di vino o parte del disegno ricamato sulla tovaglia), quanto nel “cigno”, ardita citazione baudelairiana (cfr. Le Cygne, ne “Les Fleurs du Mal”), che suggella raffinatamente, a chiusura della lirica, una stupita nostalgia di appartenenza: il cigno, che in Baudelaire è il canto dell’esilio e della solitudine del presente, in Magrelli allude ad un tempo, il nostro, “sconvolto e vedovile”, capace di interpretare il passato, come scrive Bruno Arcurio (“Nel laboratorio di Magrelli”, Il Veltro 1-2, 1989) “solo come rudere o simulacro”, carichi di un contenuto doloroso per quello che è irrimediabilmente perduto, e che può solo affiorare generando stupore e nostalgia, come avviene per una moneta antica sottratta al buio del tempo dal suo emergere dalle viscere della terra: oggetto di meraviglia, di rimpianto, di ammirazione, ma quel profilo raffigurato è il segno di una “suprema decapitazione”, della definitiva recisione del rapporto col presente: Dalla notte anatomica sale la nudità. Fèrmati sulla soglia, guardala luccicare, la moneta, liscia, polita, sopra cui distingui il volto lavorato a sbalzo, la lega morbida dell’incarnato. Il profilo sta fermo, non supera la linea che gli viene assegnata, miracolosamente trattenuto trattiene a sé l’immagine, la chiude nel cerchio del suo prezzo, nella suprema decapitazione. Ma
la poesia di Magrelli è capace anche di grazia estrema, di incanto, come
nella seconda lirica di “Clecsografie”: Una città volante, semovente, in bilico su un bosco di palafitte, mobile nell’incanto del peso, nella grazia della distribuzione, inclinata, oscillante in un leggero tremito, un attrito che la consuma. Lungo i canali pieni di frutta, carichi di macedonia, passano barche dalle chiglie deformi come colonne vertebrali, tòrte dall’acqua, oblique, equilibrate appena. Un semplice oggetto della mensa, una coppa di macedonia posta instabilmente su di una fruttiera, si trasfigura in descrizione incantata, leggera, quasi in un racconto degno del Calvino de “Le città invisibili”, o in occasione di delicata riflessione sui tremiti, sugli attriti e sul precario equilibrio delle cose della vita. La scrittura poetica, come si vede, si è fatta più complessa, più matura: nella trama dell’intertestualità, nell’abbondanza di forti nessi discorsivi, nella presenza più o meno scoperta di citazioni, lo sguardo sul mondo, pur non rinunciando ad una sua essenzialità, si allarga, diventa più acuto, a furia di “stringere gli occhi”, come fa il miope: il “dolore delle cose” si fa virile, e l’inquietudine diventa consapevolezza dell’incapacità della parola a cogliere nel segno, a centrare l’obiettivo, e questa consapevolezza è essa stessa tema poetico, anzi poesia tout-court: Non pretendo di dire la parola che scoccata dal cuore traversi le dodici scuri forate fino a forare il cuore del pretendente. Io traccio il mio bersaglio intorno all’oggetto colpito, io non colgo nel segno ma segno ciò che colgo, baro, scelgo il mio centro dopo il tiro e come un’arma difettosa di cui conosco ormai lo scarto, adesso miro alla mira. L’incipit di sapore montaliano (“Non chiederci la parola…”) scivola subito nella ripresa di un noto passo, la prova dell’arco, dell’Odissea, dando così modo a Magrelli di utilizzare a pieno tutte le possibilità semantiche del verbo “pretendere”, e aprendo una lunga metafora che, servendosi delle più antiche e accorte risorse retoriche (allitterazioni, antitesi, paronomasie) mette in luce “lo scarto” dell’arma-parola e la sua incapacità a cogliere nel segno: l’ultimo verso è misurata e un po’ autoironica affermazione di una poetica che non vuole presumere di andare al cuore delle verità assolute, totali, ma semplicemente di parlare nell’incertezza, di comunicare avendo come oggetto la comunicazione stessa, barando, cioè fingendo. Il titolo di questa lirica, Rosebud, significa “bocciolo di rosa”, ed è carico di tutto un secolare valore metaforico: se la rosa è, nella tradizione occidentale, la pienezza della conoscenza, “il bocciolo di rosa vive nell’attesa del perfetto sognato fiorire”, come osserva Bruno Arcurio. Ma Rosebud richiama alla memoria anche il bel film di Orson Welles, “The Citizen Kane” (in it. “Quarto Potere”), ed è il nome che il protagonista pronuncia prima di morire: esso rimane un mistero per tutto il film, che ripercorre (con la tecnica del flash-back) la carriera del magnate della stampa Charles Forster Kane. Alla fine gli spettatori, ma non il giornalista che ha condotto l’inchiesta-indagine, ne scopriranno il significato: è il marchio di fabbrica dello slittino con cui il protagonista giocava da bambino. Nostalgia e finzione dunque sono i caratteri iscritti in questa ardita citazione di Magrelli, e ciò riconduce alle categorie della sua scrittura poetica in questa seconda raccolta: la poesia come nascondimento, come falsificazione (la metafora è falsificazione per antonomasia), come finzione suprema, come espressione cioè della tensione alla verità, dell’incertezza e della problematicità della nostra storia, così come dicono i grandi nomi del Novecento: Pessoa, Borges, Calvino, ad esempio. 3. “ Mirare alla mira “ L’importanza del comunicare alla ricerca di un orientamento, il “mirare alla mira”, mostrano la loro centralità nella raccolta successiva: Esercizi di tiptologia (trentadue liriche e cinque poemetti in prosa), uscita nel 1992 nelle edizioni Mondadori. Il titolo segnala la volontà di una strenua applicazione a cogliere e interpretare, ma anche a produrre, segni che permettano un rapporto con l’oggi. La tiptologia ( dal greco tò typtein = battere) è la tecnica della decifrazione dei colpi battuti sul muro, usati come linguaggio dai carcerati, o è anche il metodo di interpretazione dei colpi battuti sul tavolino durante le sedute spiritiche: i due significati, nelle loro implicazioni concettuali ed espressive, sono entrambi presenti nelle poesie della raccolta. Si legga la lirica intitolata “Parlano”: Ma perché sempre dietro la mia parete? Sempre dietro, le voci, sempre quando scende la notte iniziano a parlare, latrano o addirittura credono che sussurrare sia meglio. (Mentre mi sento questo filo d’aria fredda delle loro parole che mi gela, che mi lega e mi tormenta nel sonno.) Ai confini del circolo polare una coppia piangeva nella sua stanza oltre un muro trasparente, piangeva, luminoso, tenero come fosse la membrana di un timpano. (Mentre io vibravo, cassa armonica della loro storia). Fino a che a casa mia hanno rifatto il tetto, le tubature, la facciata, tutto, e battevano ovunque, sopra, sotto, e battevano sempre chiacchierando tra loro solo quando dormivo, solo perché dormivo, soltanto perché fossi cassa armonica delle loro storie. Grumi di esistenza (dolore, ira, amore, pianto, semplice chiacchiera) attraversano “la parete”, il muro che divide, per quanto trasparente esso possa essere, due solitudini, due prigioni, e si lasciano interpretare perché c’è un ricevente che si fa luogo di risonanza (“cassa armonica”) e di elaborazione delle “storie”, dei frammenti di vita che possono così ricomporsi: anche se questo genera dolorosa sorpresa (“Ma perché sempre dietro la mia porta?”), e disagio (il filo d’aria fredda, il gelo, il tormento nel sonno e nella quiete notturna). Un tema molto presente nelle prime due raccolte è quello della malattia, spesso trasfigurato e non immediatamente riconoscibile , per una sorta di gelosa riservatezza o per esercizio di mascheramento metaforico; in “Ora serrata retinae” la litiasi, o renella, produce una riflessione sul corpo che genera e ospita il suo male: “Il male della pietra/ ha fatto del mio corpo una miniera./ Nella curva del dorso ha preso forma/ il cristallo doloroso grande quanto una sillaba/…. Come per una lenta/ resurrezione minerale/ l’uomo giunge per gradi/ fino a comporre dentro di sé la terra.” L’iniziale citazione-parafrasi di un celebre sonetto del poeta marinista Ciro di Pers (“ Son ne le rene mie dunque formati/ j duri sassi a la mia vita infesti….”) lascia il posto ad una lettura meno funerea: “non il lamento, bensì l’estrazione della radice quadrata filosofica di un’esperienza: scorgere nel mal della pietra i principi di una lenta resurrezione minerale”, scrive Alessandro Fo recensendo ne L’Indice dell’ottobre 1996 la raccolta einaudiana di Valerio Magrelli (Poesie 1980-1992, e Altre Poesie). In “Esercizi di tiptologia” l’ordine e la sicurezza di un tempo sono stati sostituiti dall’angoscia, e lo sgomento ha preso il posto della fermezza del “cervello”: anche il tema della malattia (che aveva attraversato le prime due raccolte in una sorta di privato pudore, appena venato di inquietudine) subisce una torsione drammatica, e diventa anche metafora dell’incombere, su tutta la civiltà, della distruzione, scaturita per endogenesi: Il verme solitario, il parassita lo scroccone e il saprofita, il cancro, nascono da organismi che covano la propria fine come la musica dell’Occidente. Prima la gemmazione di timide dissonanze, poi le metastasi che invadono il corpo sonoro e lo disgregano, corruzione mirabile e frutteto di morte. E’ la storia di una catastrofe tonale, cellule a-ritmiche, superfetazioni, ossia il Dirottatore ( e il cancro dirotta sempre il suo veicolo). Ecco la terra, povero velivolo preso in ostaggio da un passeggero armato. I “colpi” sono battuti anche dalla storia contemporanea, e si concretizzano in segni che a sua volta il soggetto (il poeta) traduce nei suoi segni, nella sua riflessione, espressa in toni tra l’ironico e l’accorato. Il nome di una utilitaria della DDR (la Trabant), che in tedesco significa “satellite”, e che Magrelli vede in un suo viaggio in Germania, ispira questa lirica: Satelliti di un sistema solare che si disfa, di un nucleo che decade, libera particelle e perde le sue perle dai fili di orbitali, chicchi di un ticchettio che grandinando brillano sugli asfalti occidentali, TRABANT rosa, beige, verde pastello, carrozzine due tempi, tintinnanti trabiccoli azzurrini, trine tremule, TRABIS, patrie portatili, gingilli di una classe fossile e stilizzata, scatolette di latta in cui si accalca una trepida, dolce borghesia comunista, reperti minerali, auto di Topolino che fuggite dal vostro pifferaio assassino, ben arrivati ad Hameln, BRD! La fuga da una prigione, dal “pifferaio assassino” ( la metafora che definisce in modo espressionistico e fiabesco il regime dell’ex Germania dell’Est è comicamente indotta dalle ridotte dimensioni dell’utilitaria, l’ “auto di Topolino”), il disfarsi, nell’89, di un “sistema solare”, il grandinare delle conseguenze sugli “asfalti occidentali”, sono i segni di una capacità reattiva che magari rende impura la parola poetica, rispetto alle prime due raccolte, più tortuosa, ma anche capace di concentrare in una cifra amara e divertita un affresco epocale. E’ una svolta per Magrelli? Scrive Stefano Giovanardi ( in Poeti italiani del secondo Novecento, Mondadori 1996): “Con questa raccolta si apre forse una nuova intensa fase di sperimentazione, magari segnata da una straordinaria felicità espressiva nella prosa, cui fa riscontro una scrittura in versi più magmatica e impura….. probabilmente la premessa necessaria, il guado obbligato verso una differente definizione di sé e del mondo ( e quindi, naturalmente, della poesia).” Certo è che la poesia qui appare come scrittura segreta, cifrario, e non perché si compiaccia di una ermetica oscurità, ma perché è la realtà che si esprime con segni sempre più difficili da decifrare. Anche il ricordo di sé, il ripensamento dell’infanzia e dell’adolescenza, la divertita e insieme amara riflessione “egolalica” (press’a poco così suona il titolo di una sezione della raccolta) sono visti come il percepire i colpi battuti sulle impalpabili pareti della prigione del tempo, in cui un prigioniero, l’io del presente, cerca di dare un possibile senso alle cifre segrete che affiorano dal “tempo perduto”: la ricerca di una identità, allora, è la continua scomposizione e ricomposizione, come in un gioco combinatorio, di segni minimali, il cui senso, ottenuto con un atto di decrittazione, dice di una umana pena, di una condizione di virile rimpianto, di “assoluta” tristezza, di dolce-amaro dolore, di misurata ironia. I due poemetti in prosa Alle lagrime, rovi e Rivelarmi al gelo, che raccontano episodi e stati d’animo dell’infanzia e dell’adolescenza, celano nei titoli questo raffinato gioco di auto-interpretazione: essi sono entrambi l’anagramma di Valerio Magrelli, del nome dell’autore, che scomponendo e ricomponendo i fonemi dell’emblema stesso del suo essere nel mondo e nella storia, reagisce alla definitività e alla perentorietà di una identità che invece viene sentita, dolorosamente e ironicamente, come ridefinizione continua, interrogativa. In questa reattività sono anche inscrivibili le traduzioni degli amati poeti francesi ( Colletet, Peguy, Prudhomme, Artaud): traduzioni che si trasformano spesso in rielaborazioni, in essenzializzazione del messaggio, fino ad individuarne pochissimi elementi portanti, a volte solo fonemi, segno ironico di una comunicazione che si realizza al meglio quando c’è l’onestà intellettuale di non presumere di comprendere tutto. Il traduttore è visto come “imballatore”, con una metafora imprevedibile, che sembra contrastare con lo statuto stesso della traduzione: L’imballatore chino che mi svuota la stanza fa il mio stesso lavoro. Anch’io faccio cambiare casa alle parole, alle parole che non sono mie, e metto mano a ciò che non conosco senza capire cosa sto spostando. Sto spostando me stesso traducendo il passato in un presente che viaggia sigillato racchiuso dentro pagine o dentro casse con la scritta “Fragile” di cui ignoro l’interno. E’ questo il futuro, la spola, il traslato, il tempo manovale e citeriore, trasferimento e tropo, la ditta di trasloco. In un altro poemetto in prosa della stessa raccolta, intitolato L’anti-Mazur, Magrelli afferma di sentirsi, anzi di essere, una “talpa” che scava sotto la coscienza, per sbucare dall’altra parte, “proprio in mezzo al campo nemico”: il ricordo di un intempestivo risveglio a metà anestesia, durante un’operazione chirurgica, e di un riaffiorare alla coscienza, in mezzo ad allucinazioni, di frammenti onirici e ricordi associati liberamente, si fa lucida affermazione di un rapporto con se stesso e di una poetica: il poeta ( al contrario di Vladimir Barisovich Mazur, il folle ingegnere russo che scende, intento a trivellare e a penetrare sotto terra, il più sotto possibile) sale “dal fondo del mio buio”: Ah, che voglia di scrivere, che voglia di zappettare ancora in qualche fanghiglia, in quella famiglia di fango… getto e pollone delle tenebre, sbocco, e bolla d’aria espulsa da un infinito boccaglio di tenebre… Questo “scavare per salire”, questa opinabile direzione “alto-basso”, questo trovare nelle tenebre la forza propulsiva per emergere alla luce, alla vita e alla coscienza, mantenendo la pensosità della dimensione ctonia e la propensione alla “speleologia” di se stesso e delle cose, sono presenti nella lirica “L’abbraccio”, una delle più belle, atto d’amore verso la donna, verso se stesso e verso la storia: Tu dormi accanto a me così io mi inchino e accostato al tuo viso prendo sonno come fa lo stoppino da uno stoppino che gli passa il fuoco. E i due lumini stanno mentre la fiamma passa e il sonno fila. Ma mentre fila vibra la caldaia nelle cantine. Laggiù si brucia una natura fossile, là in fondo arde la Preistoria, morte torbe sommerse, fermentate, avvampano nel mio termosifone. In una buia aureola di petrolio la cameretta è un nido riscaldato da depositi organici, da roghi, da liquami. E noi, stoppini, siamo le due lingue di quell’unica
torcia paleozoica. 4.
La poesia del quotidiano Il passaggio dall’autoscopia all’eteroscopia, la tendenza all’esplorazione, la radicale fiducia nella “maieutica del segno” che, “indicando le cose con il loro dolore/ insegna a riconoscerle”, si ritrovano anche in Didascalie per la lettura di un giornale, opera uscita da Einaudi nel 1999, che raccoglie poesie scritte a partire dal 1997; alcune di esse sono apparse con varianti su vari giornali e riviste. C’è una sostanziale continuità di ispirazione e di ricerca stilistica tra questo “breve poema epico contemporaneo” ( come è stato definito da Nicola Fano nella recensione su l’Unità del 3 maggio 1999) e le raccolte precedenti: lo sguardo lucido e profondo sulle cose; la tensione ad una essenza geometrica della scrittura; l’uso finemente ironico di reminiscenze di poeti-guida (Dante, Montale: “Recide, quella forbice, il filamento lento e lungo dello sguardo…”; “… dal salotto borbotta la parietti”), ricodificate in un contesto che le vivifica e riattualizza; un senso di misurata pietà per il non senso e il dolore di cui è piena la storia contemporanea. Ma notevoli sono anche gli elementi che indicano uno scarto, un nuovo terreno di indagine, una nuova direzione di scrittura che, pur proseguendo sulle linee di “geometria assoluta” elaborate nelle prime raccolte, mostra una maggiore capacità di contaminazione, poeticamente feconda, con i ronzii, i brusii, i borbottii, i rumori di fondo della civiltà contemporanea: sì che, felicemente, un lirismo intenso e misurato scaturisce dalla riflessione sui modi e sui contenuti della comunicazione odierna, di cui il giornale è metafora per eccellenza, giocato com’è tra registrazione cronachistica di eventi, bisogno di memoria e di riflessione, e rapida obsolescenza, labilità e perdita. In una delle brevi liriche che compongono l’opera, intitolata La poesia , è svelato il senso generale dell’intera raccolta: Le poesie vanno sempre rilette, lette, rilette, lette, messe in carica; ogni lettura compie la ricarica, sono apparecchi per caricare senso; e il senso vi si accumula, ronzio di particelle in attesa, sospiri trattenuti, ticchettii, da dentro il cavallo di Troia. Nella perdita di senso e nello sgretolamento di valori e misure del mondo contemporaneo, Valerio Magrelli riafferma la sua fiducia nella poesia come unica forma autentica ed efficace di ricerca di senso. Questo tema, antico e sempre evocativo, viene messo in evidenza da una strategia stilistica basata sulla scelta e sulla mescolanza di due registri: quello della odierna civiltà tecnologica ( la poesia come una specie di ricarica da telefonino) e quello classico e allusivo: la poesia come “cavallo di Troia”, il cui contenuto ( il “senso” che “vi si accumula”) servirà a penetrare nella realtà estranea e ostile, a permearla di sé e a vincerla. Le 75 brevi liriche della raccolta sono “didascalie”, strumenti che descrivono e spiegano le varie rubriche di cui è fatto oggi il giornale, dalla Data ( “ Si comincia da qua/ luce di stella morta/ giunta da un trapassato presente./ Il suo oggi è lo ieri, luce-salma,/ memoria di un oltretomba quotidiano”) all’Envoi, il congedo ( “ Dormi ma senti frinire/ remote/ le rotative/ rotanti nell’oscurità/ per dare forma/ all’aldiquà”), attraverso Borsa, Meteo, Oroscopi, TV, Annunci immobiliari, Necrologi, Terza pagina, Giochi, ecc…, e la bellissima Farmacie notturne, la penultima, nella quale la conclusione del giornale, avvertita come la fine della proiezione di un film ( di qualcosa che sa di menzogna, dunque) diventa metafora esistenziale, angoscia di una solitudine bisognosa di cure, di un contatto umano, di un conforto, dell’ “eucaristia di un antidolorifico”: Già scorrono i titoli di coda e il giornale si avvia alla conclusione. Già il pubblico si alza per avviarsi all’uscita. Eppure non bisogna aver fretta, rimane da sapere a quali mai indirizzi rivolgersi quando verrà la sera, quando la sera blinderà i negozi e dietro le serrande, grazie a ruote girevoli, medici bianchi, nella loro clausura schermata da microfoni, lasceranno passare sotto un piccolo spiraglio l’eucaristia di un antidolorifico. Si legga, inoltre, Codice a barre: Onoriamo l’altissimo vessillo che sventola sul regno della cosa l’anima crittografica del prezzo rosa del nome e nome della rosa mazzo di steli, fascio di tendini e di vene - polso per auscultare il battito del soldo. La doppia reminiscenza dantesca iniziale, insieme ad altre più riconoscibili citazioni letterarie, la complessa orditura stilistica, il gioco delle allitterazioni, delle rime e delle assonanze, segnalano emblematicamente la direzione di questa poesia: la realtà esterna, il mondo globalizzato, la mercificazione di tutto, le forme della comunicazione odierna lette alla luce della forte tensione morale dell’autore, e della sua ironia, che è sempre misura delle cose, capacità di cercarne il senso profondo , o il non senso. Si veda, ad esempio, Scacchi, con la sorpresa dolorosa e straniata della “pointe” finale: Il bianco muove e vince in tre mosse. Non sapremo mai quali. o Rebus, metafora della fatica di vivere e della difficile ricerca di senso: E’ un mondo senza tempo e senza vento. Tutto sta fermo e faticosamente significa. Enorme è la fatica del significare in questo cantiere del senso. Ogni parola è una massicciata di lettere e figure. Tutto pesa. L’ironia si fa pensosa riflessione in Computer e dintorni: web : Ermeneuta del testo, ermenauta del resto, sfreccio sulle autostrade a fibre ottiche spinto dal rombo dei metamotori. Non so che cosa cerco, so che trovo lunghe attese e le spese guasti, patacche, suk. ( Questa non è una tela, ma il suo ragno. Questa non è la rete, ma il reziario). Affidandosi al gioco degli spostamenti sillabici, dei bisticci, delle metafore ingegnose, Magrelli si fa interprete delle perplessità e delle angosce di chi “naviga nella rete” con qualche preoccupazione e una buona dose di consapevolezza ironica: anche l’esergo della raccolta (versi da T. S. Eliot: “ Dov’è la Vita che abbiamo perso con la vita? / Dov’è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza? / Dov’è la conoscenza che abbiamo perso con l’informazione? “) è scelto per la sua forte carica suggestiva, che richiama nostalgia e critica, riflessione e interrogazione. In una struttura che persino nel titolo dell’opera sembra alludere ad un “revival di poesia didascalica e di vaga ascendenza illuministica e di pariniana onestà” (come scrive Giovanni Tesio nella recensione su La Stampa del 20 Maggio 1999), si aprono squarci di orrore esistenziale, di dolore, di solitudine, di incomunicabilità: l’invito della poesia ad andare al cuore segreto dei fatti, alla loro natura profonda e più vera, a misurarne la portata con ironia e pietà, è il segno inconfondibile della voce di Valerio Magrelli alla fine del millennio. 5.
Elogio
dell’imperfezione, o del corpo difettoso Nasce intorno al ’90 ( prima ancora, dunque, di “Esercizi di tiptologia” e di “Didascalie per la lettura di un giornale”) l’idea di Nel condominio di carne, libro pubblicato nel 2003 nelle edizioni Einaudi. E’ lo stesso Magrelli a darcene notizia in una intervista a cura di Nicola Bonazzi, del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna, sottolineando, oltre che la genesi, anche la gestazione e le motivazioni profonde dell’opera. Nelle 55 prose del libro, a loro modo brevi capitoli di un romanzo sul “corpo difettoso”, Magrelli riprende e continua l’esercizio ( già praticato nelle opere precedenti ) di autoanalisi sulla malattia, sull’infanzia e sull’adolescenza, su alcune esperienze di viaggio (Parigi, Stati Uniti, Canada, Spagna, Gerusalemme), inglobando e amalgamando questi materiali nel segno unificante del corpo, imperfetto e difettoso. Narrazione, petits poèmes en prose, monologo interiore, o autobiografia lirica: l’opera si sottrae a una precisa classificazione e rispondenza ad un ben determinato genere letterario, riuscendo piuttosto, grazie alla caratteristica essenziale dello stile di Magrelli, che sa associare pietà e sarcasmo, lirismo e ironia, a diventare, da scrittura soggettiva e personale, visione oggettiva e ampiamente condivisa della condizione umana contemporanea. Il primo capitolo è quasi una prefazione: Il mio passato è una malattia contratta nell’infanzia. Perciò ho deciso di capire come. Questo referto, dunque, non vuole essere un teatro anatomico, piuttosto un susseguirsi di fotogrammi, dove quello che conta è il flusso dell’immagine, il corpo sgusciante che vibra sotto di me, la sua forma mutante tra le forme: vasi sanguigni, conchiglie di molluschi, cellette d’api, snodi autostradali, pelvi di uccelli, cristalli e filettature aerodinamiche. Non c’è trama, ma trauma: un esercizio di patopatia. Non c’è teoria, ma racconto di piccole catastrofi, giocate dentro gli spazi interstellari della carne. Mentre con il termine “somatizzazione” si indica la maniera in cui il corpo rispon de a una pressione interna, qui vorrei provare a parlare di “psichizzazione”, al modo in cui si magnetizza un oggetto. Questione di energie debolissime: come reagisce il nostro sistema mentale alle trasformazioni del suo supporto? Perché i capelli rimangono attaccati al pettine che li ha portati via? Una trepida ragnate la,controluce,toccante fluttuare di alghe al trascorrere d’una corrente sottomarina. Cavalco un’onda che si disfa sotto di me, e disfacendosi mi sospinge. Cavalco l’avanzare di una cresta che si srotola sempre un po’ più in là. Cavalco la spinta che percorre la carne per consegnarsi oltre. Cavalco una spinta che è carne. Si creano rughe e pieghe. Faccio surf cellulare. Io non elencherò tutti i miei mali, peraltro trascurabili, ma solo quelli in cui si distingue meglio la natura metamorfica dell’organismo…. In questa pagina sono indicati alcuni dei temi dell’opera: il corpo come involucro che si abita da inquilini ( il corpo come “condominio di carne”), e, conseguente a questa idea di spossessamen to, un forte senso di precarietà, raccontato (e controllato) dalla scrittura, “esercizio di patopatia”; lo stupore della mente, segnalato da una formidabile maestria stilistica, di fronte alle trasformazioni del corpo e alla “natura metamorfica dell’organismo”; l’attenzione alla “forma mutante tra le forme”, al cambiamento, avvertito anche come protesizzazione del corpo. La precoce miopia di Magrelli; il suo bruismo curato con la mordacchia, “ovvero un’elaborata conchiglia in plastica e metallo da configgere nell’arco palatale”; l’incidente che lo costrinse alla dolorosa esperienza di un intervento chirurgico seguito dalla trazione del femore mediante un perno conficcato nel ginocchio; la patologia della sua rotula (bellissima la reminiscenza montaliana: “cigola la carrucola nel pozzo della carne”) che gli fa guardare affascinato il modo di accosciarsi dei bambini, “come se invece delle rotule avessero un giunto basculante, o una vite infinita”: sono i segni che vanno al di là di una “autobiografia che si fa autobiologia”, come recita la quarta di copertina, e indicano la sensibilità per una tematica che in forme diverse attraversa la cultura degli anni a cavallo tra i due secoli: il corpo misura di sé e delle cose, della precarietà e della finitezza, del desiderio e del dolore, ma anche del cambiamento, dell’artificializzazione della vita, della “seconda natura”, di una post-modernità affascinante e angosciante al tempo stesso. In questo Magrelli sembra essere vicino non tanto al discorso sulla carnalità presente nelle opere di Moravia o di Pasolini ( e alla dissacrazione o riconsacrazione del corpo da loro operata nel contesto di una cultura che viveva come una liberazione o come un trauma il passaggio alla modernità) , quanto a quello che fa capo a Barthes , a Foucault, a Deleuze, a Guattari, agli scrittori anglosassoni del “post-human”come Ballard e Cronenberg, e alla letteratura del cyborg, al cui valore metaforico e allusivo possono accostarsi certe pagine del Condominio, benché in esse la radicalità dei modelli venga attenuata e in un certo senso ammorbidita dall’ironia e dalla stupefacente eleganza della forma, in cui si alternano e spesso si fondono vari registri espressivi e vari linguaggi,da quello scientifico e tecnologico a quello filosofico e poetico, con frequenti inserimenti di citazioni tratte da opere di poeti, oltre che di Platone, Kant, Feuerbach, e dello stesso Magrelli. Si legga, ad esempio, il cap. VI, l’ultimo sulla vista e sulla miopia: Di lenti a contatto, non è neanche il caso di parlare. Amici rannicchiati con la testa fra le mani e la retina segata in due; amiche che frugano in terra per poi scoprire che il corpuscolo è dietro, finito sotto il bulbo, dunque dentro di loro. ( Ma cosa fa una lente dentro il corpo? Quel viluppo sanguinolento deve essersene impossessato a tradimento, adesso non lo cede, anzi, ci gioca, e sembra Calibano col monocolo). Ah no! Allora meglio il laser, la punta d’oro che brucia e cuce, brace del cristallino e sguardo risanato, squillante tallero nuovo di zecca. Ma per la chirurgia, c’è ancora tempo… Qui è evidente la direzione dell’autoanalisi, quella “psichizzazione” di cui l’autore parla nel I capitolo su riportato: l’attenzione è rivolta alle reazioni del sistema mentale del soggetto alle trasformazioni del corpo, del “suo supporto” : l’inquietudine e lo straniamento vengono controllati e misurati non solo dagli aspetti “pulp” e divertiti della scrittura ( “Amici rannicchiati con la testa fra le mani e la retina segata in due…”), ma anche e soprattutto dall’impennata verso il sublime: “ Allora meglio il laser, la punta d’oro che brucia e cuce, brace del cristallino e sguardo risanato, squillante tallero nuovo di zecca.” Gli esempi si possono moltiplicare: si leggano i capitoli sull’udito e sulle orecchie, sul derma, sull’elefantiasi dello scroto, sull’odore di putrefazione che emana dalla pelle del braccio appena estratto dall’ingessatura, sulla litiasi o renella, sul naso, sull’unghia dell’alluce deformata e striata, sul sonno. Ma c’è una pagina ( il cap. XXIX) che sembra riassumere il senso generale del libro, nella sottile angoscia e nella divertita sorpresa con cui il soggetto si accorge delle trasformazioni intervenute con l’età nel suo corpo, quando la forza di gravità riscuoteva il suo debito sotto forma di primo prolasso. Venivo giù come massa di tegumenti, ancora muscolare, sì, ma già pronta a frollarsi. E io sarei quello? Adesso mi aspettava un nuovo compito: negli anni a venire avrei dovuto trovare il coraggio e la capacità di trasformarmi in ciò che già ero. Come più tardi, davanti a una vetrina, alzare lo sguardo e imbattersi in un signore che mi fissa insistente. Ancora io. Una luce maligna taglia la curvatura della fronte, e mette in vista una radura vergine. Fu necessario un lungo, nauseante lavo ro di assestamento ottico, per scendere a patti con questo ennesimo quoziente di estraneità e calvizie. In simili, umilianti contrattazioni, nulla però risulta più doloro so del doppio riflesso. Abituati a infiniti compromessi con la nostra immagine, non siamo pronti a vederla ribaltata nella sua simmetria. E quando questa, come in un agguato, ci piomba addosso proditoriamente passando attraverso due specchi (magari dal barbiere o provando un vestito), allora il disgusto dilaga. Anni di faticosi assestamenti sono spazzati via dall’evidenza di irrimediabili squilibri fisionomici. Con la sinistra e la destra ripristinate, l’epifania della nostra identità ortogonale non lascia scampo. Anzi, la consuetudine di cancellare mentalmente una curva da un lato per accen tuarla dall’altro, arte bonaria della compensazione, adesso fa sbandare paurosamente l’asse del volto. Caduta la sua maschera di ferro, il vero schizza fuori ancor più vero, rovesciato nel falso come caricatura. Si inverte la rotta visiva, lo scafo si inclina pau rosamente, il timone è impazzito e il naso stramba. Sbilanciati da questa inattesa raffi ca, scuffiamo sotto un vento inesorabile che non dà il tempo di distribuire i pesi, di riorganizzare gli assetti, di allineare la chiglia della faccia. Sbieco, stempiato, sghembo, l’io mi guarda. Ritorna il tema dello specchio, anzi del doppio specchio e del doppio riflesso, del “vedersi vedersi”, associato a quello dell’incombente naufragio di identità e di certezze, grazie al campo semantico a cui appartengono termini ed espressioni delle ultime righe; nel delicato gioco del passaggio dall’”io” al “noi”, e del ritorno poi all’”io”della conclusione ( un “io” in terza persona, sbieco, stempiato, sghembo) si svela il significato più profondo dell’ispirazione magrelliana: umana pena per le perdite e il dolore di vivere, e sguardo fermo e lucido su se stesso e il mondo.
Nicola Moretti Agosto 2005
Scheda
bio-bibliografica Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Laureatosi in Filosofia nel 1984 all’Università di Roma dopo aver frequentato il primo anno alla Sorbona di Parigi, ha conseguito il dottorato di ricerca in Letteratura Francese, disciplina che ha insegnato all’Università di Pisa e che tuttora insegna all’Università di Cassino. Dal 1986 al 1992 ha diretto con Giuseppe Conte la collana “Poeti della Fenice” dell’editore Guanda. Dal 1993 dirige per Einaudi la Serie trilingue della collana “Scrittori tradotti da scrittori”. Ha svolto anche una intensa attività di traduttore. Opere poetiche - Ora serrata retinae , Feltrinelli 1980 - Nature e venature , Mondadori 1987 - Esercizi di tiptologia , Mondadori 1992 - Poesie (1980-1992) e altre poesie , Einaudi 1996 (comprende le prime tre raccolte) - Didascalie per la lettura di un giornale , Einaudi 1999 Opere in prosa - Il viaggetto , L’Obliquo, Brescia 1991 - Nel condominio di carne , Einaudi 2003
Opere saggistiche - Profilo del Dada , Lucarini 1990 - La casa del pensiero. Introduzione all’opera di J. Joubert , Pacini 1995 - L’arte di tradurre. La fedeltà al plurale , articolo su L’Indice 1996, n. 03 - Vedersi vedersi , Einaudi 2002. Ha inoltre curato l’antologia “Poeti francesi del Novecento” , 2 voll., Lucarini 1989 Bibliografia critica Sono numerosissime le recensioni che hanno fatto seguito alla pubblicazione delle opere di Valerio Magrelli; qui se ne dà un elenco essenziale, non esaustivo, riferito soprattutto ai materiali presi in esame e utilizzati nella stesura del lavoro. - D. Del Giudice “ Paese Sera”, 30 Giugno 1980 - A. Cescon Ora serrata retinae, “il Foglio” n. 2, Luglio 1980 - M. Forti “Tuttolibri – La Stampa”, 12 Luglio 1980 - A. Sala “Corriere della Sera”, 13 Luglio 1980 - M. Lodoli “Avanti!”, 23 Luglio1980 - A. Giuliani “ la Repubblica”, 9 Agosto 1980 (poi in Autunno del Novecento, Feltrinelli 1984) - I. Calvino “Tuttolibri – La Stampa”, 1 Novembre 1980 - E. Siciliano Rima palpebralis, in La bohème del mare, Mondadori 1983 - B. Arcurio Valerio Magrelli tra Montaigne e Proust, “Il Veltro” n. 1-2, 1984 - P. Citati “ Corriere della Sera”, 1 Aprile 1987 - G. Patrizi “Rinascita”, 25 Aprile 1987 - G. D’Elia Nature e venature, “La collina”, n. 8, Giugno 1987 - A. Giuliani “la Repubblica”, 5/6 Luglio 1987 - B. Arcurio Nel laboratorio di Magrelli, “Il Veltro” n. 1-2, 1989 - G. Celati “il manifesto”, 25 febbraio 1990 - R. Pagnanelli Studi critici. Poesia e poeti italiani del secondo Novecento, Mursia, 1991 - E. Trevi Esercizi di tiptologia, “Nuovi Argomenti” n. 42, 1992 - G. Gramigna “Corriere della Sera”, 31 Maggio 1992 - S. Giovanardi “la Repubblica”, 25 Giugno 1992 - F. Bandini “L’Indice” n. 8, Settembre 1993 - P.V. Mengaldo “l’Unità”, 6 Giugno 1996 - G. Tesio “La Stampa”, 26 Giugno 1996 - M. Raffaeli “il manifesto”, 7 Luglio 1996 - S. Crespi “Il Sole 24-Ore”, 3 Novembre 1996 - A. Fo “L’Indice” n. 10, 1996 - N. Fano “l’Unità”, 3 Maggio 1999 - S. Crespi “Il Sole 24-Ore”, 16 Maggio 1999 - N. Signorile “ La Gazzetta del Mezzogiorno” , 20 Maggio 1999 - G. Tesio “ La Stampa”, 20 Maggio 1999 - M. Noce “ XAOS, Giornale di confine”, Anno I n. 3 , 2002 - N. Minissi “ Belfagor”, anno LVIII, n. 1, 31 Gennaio 2003
Inoltre: - S. Giovanardi, a cura di Poeti italiani del secondo Novecento Mondadori 1996 | ||||||||||||
|
|
| ||||||||||||
|
Liceo Classico Socrate -Bari, Via S. Tommaso d'Aquino 4 -70125 e-mail: socrateliceo@virgilio.it | |||||||||||||