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Le prefazioni dei trattati tecnici latini 
fra codice letterario e impegno ideologico

di   Marica Mastrorocco


“Ai giorni nostri si crede sia un proemio, tutto ciò con cui si comincia, e qualunque cosa venga in mente, specie se è un pensiero che suona bene, si reputa un esordio”. Le lagnanze di Quintiliano (Inst. orat. IV,1,53) forse neppure comprese dai moderni, abituati come siamo a fare a meno dei preamboli e ad entrare immediatamente in medias res, sottolineano come, anche ai tempi dello scrittore, la disciplina che regolava gli esordi, di fatto, fosse frequentemente disattesa. Eppure l’incipit è importante perché è inaugurazione di un discorso (δεǐγμα Λόγου), lotta con l’afasia, rompe il silenzio. La produzione precettistica latina doveva puntare molto sulla capacità accattivante delle prefazioni, data la materia, spesso ostica e specialistica, in cui il lettore doveva essere invogliato ad inoltrarsi,    chiamato com’era a dare giudizi non sull’oratore-scrittore ma sull’”opportunità” del discorso-trattato.

La definizione di καιρός riferita da Aristotele all’ambiente pitagorico, non a caso, allude alle proporzioni numeriche e intende riferirsi alla convenienza di un messaggio che tiene conto della circostanza e dei destinatari (politropia = diversi tipi di discorsi per diversi tipi di ascoltatori) sui quali misura l’efficacia comunicativa, sia per i contenuti che, logici e coerenti, attengano al buon senso, alla memoria e alle idealità collettive, sia per le forme che soddisfino la richiesta di chiarezza e di eleganza di un pubblico sempre più esigente.

Quali effetti possano avere sul lettore le prime battute di un testo e come siano determinanti per il proseguimento della lettura, sono di certo interrogativi che uno scrittore di tal genere si pone.

La presenza poi, dell’interlocutore, rappresentativo dei “tutti” cui ci si rivolge e non del “chiunque”, sottolinea il carattere pragmatico e didascalico di una tipologia strettamente connessa al “docere” e insieme rammenta allo scrittore la fedeltà ai criteri propostisi, di verità, utilità e piacevolezza. L’età ellenistica aveva elaborato, sulla tradizione del genere didascalico inaugurato da Esiodo, una nuova sintesi tra scienza e poesia; questo ebbe particolare successo a Roma come dimostrano i Phaenomena di Arato, tradotti da Cicerone e da Varrone Atacino. Ma l’ideale augusteo del poeta “utile”, Vate di verità e di valori antichi (Virgilio e Orazio rientrano in questo nuovo ruolo) modifica profondamente l’identità del poeta alessandrino (e di quello neoterico), per quanto non si rinunci alle raffinatezze stilistiche di quella cultura. La materia dunque, dei trattati tecnici si presenta come “vera” e “utile” scienza del reale, governata da principi di esposizione razionale, e nello stesso tempo paludata di una bella forma letteraria. Essere veri e non sembrarlo sovverte gli assiomi sofistici; la retorica di Gorgia, secondo Plutarco, era creatrice di convincimenti e non di insegnamenti. Il dualismo tra essere e sembrare chiarisce, nel Fedro platonico, l’opposizione tra vera e falsa retorica, l’una è arte che, attraverso le parole (forza psicagogica) conduce le anime alla verità e la rende operante nell’ascoltatore, l’altra, aldilà di ciò che è giusto, indifferente al contenuto, è solo ostentazione di verità. Tuttavia il discorso è sempre elaborazione ideologica e il linguaggio è comunque sintesi dell’enunciatore e dell’enunciato. “Non esistono fatti in sé- diceva Nietzsche-. Bisogna sempre cominciare con l’introdurre un senso perché possa esserci un fatto” e la selezione non può che operarsi su quanto appare degno di nota e di memoria, che lo scrittore non manca di rimarcare facendo ricorso a tutte le più scaltrite arti della retorica. Particolarmente efficace è, di certo, il livello di empatia tra emittente e destinatario che l’opera, in quanto contenuto e forma, sarà stata in grado di realizzare, in tal senso sarà determinante il coinvolgimento di chi scrive nella materia trattata. Seneca, nelle Naturales quaestiones, come in tutta la sua produzione, comunica la passione di chi ha compreso la verità e vuole farla comprendere agli altri, diviso come sempre tra la cella dell’eremita e il pulpito del predicatore. La sottolineatura dell’utilità dell’opus riporta, inoltre, alla necessità per l’intellettuale romano, di dover sempre giustificare l’attività letteraria (otium) nell’ottica di un giovamento individuale e collettivo. Utile è la filosofia perché è l’unica scienza che rende liberi (Nat. quaest.), utile è l’agricoltura (De re rust.) perché, senza di essa/ non si potrebbe vivere. Il giusto o l’ingiusto, l’utile o il dannoso, si asserisce nelle prefazioni, si possono distinguere in virtù della “ratio”, elemento di eccellenza degli uomini rispetto agli altri esseri viventi. Gli exempla, le similitudini, le digressioni non sono solo pause ma rientrano, perfettamente integrate, nel ritmo del discorso, arricchendone il contenuto didascalico. La parola sonora, il gesto ampio, il gusto per i grandi effetti, i pensieri brillanti sono le forme che ne consentono la fruizione. La delectatio è dunque mezzo e non fine.                     

La “Delectatio”

 

Il termine delectatio è ben definito da Cicerone (Tusc.IV,9,20):in contrapposizione alla malevolenza, piacere derivante dal male altrui, privo di alcun profitto proprio, il diletto (delectatio) è un piacere che accarezza l’animo (animum deleniens) con la dolcezza dei suoni (e ci si riferisce all’udito come agli altri sensi) e lo pervade tutto “come se fosse liquido”.

A proposito della capacità di ben parlare (facultas dicendi) (de orat. II, 33) sempre Cicerone afferma che questa offre di per sé un piacere così intenso che né l’udito, né la mente possono percepire niente di più gradevole (iucundius).

Talvolta il diletto, l’utile, il vero si oppongono e si escludono a vicenda.

Nella Rhet. ad. Her. (IV, 23, 1), per talune figure retoriche, si dice che paiono più adatte “ad delectationem quam ad veritatem.”

In alcuni poeti, per Cicerone,(De finibus I, 72) non c’è nessuna solida utilità (nulla solida utilitas) ma un piacere del tutto puerile (omnis puerilis est delectatio).

D’altronde Tacito (Ann.IV, 33), sostiene che, quanto più le cose sono salutari (profutura), tanto minore è il piacere che comportano (ita minimum oblectationis adferunt) e di certo è assai meno gradevole per lo storico ma molto più utile per i lettori, raccontare ordini crudeli, denunce ininterrotte, tradimenti di amici che descrizioni di paesi e narrazioni di battaglie o di morti gloriose.

Il binomio felice è, senz’altro, quello che coniuga l’utilità con il diletto,a questo ci rimanda la complessa operazione lucreziana del “de rerum natura”.

Il poeta informa il lettore, di aver voluto comporre versi luminosi su argomenti difficili (tutto cospargendo della grazia delle muse) evidentemente per rendere più gradevole una materia dura e difficile ma di grande giovamento per l’umanità.

Polibio, pur sostenitore della verità e dell’utilità della storia, non rinuncia a ricordare, tra gli altri obiettivi, quello del piacere. Chi vorrà indagare con lo storico, il miracolo per il quale i Romani, in meno di 53 anni, abbiano conquistato quasi tutta la terra abitata, potrà giungere a godere dell’insegnamento e del diletto della storia, vera palestra di vita. Nella conoscenza, d’altronde, c’è sempre un godimento straordinario (Cic.de  orat.I,193 “mira quaedam  in cognoscendo suavitas  et  delectatio”)  che  rende,in quanto tale, più  facile l’apprendimento e la comprensione.

Infine Orazio,(Arte poetica vv.333—346) offre un chiaro compendio di quanto detto. Scopo dei poeti è il giovamento (prodesse) o il piacere (delectare) oppure l’assicurare entrambe le cose, “miscere utile dulci”, divertendo (delectando) il lettore e dandogli consigli (monendo).

 

    Columella- Praefatio del De re rustica

 

Nella praelocutio del De re rustica appaiono abbastanza evidenti, sin dal principio, l’interesse dello scrittore ad argomentare sufficientemente l’utilità dell’opera così come l’intenzione di servirsi dei mezzi più persuasivi della retorica per ottenere il consenso del pubblico. Esplicito è il riferimento all’esordio ciceroniano del De oratore come evidenziano la ripresa dell’avverbio iniziale “saepe numero” e la netta contrapposizione tra il passato glorioso ed il presente del tutto mediocre ed inadeguato. Cicerone ricorda con nostalgia al fratello Quinto, l’ottimo Stato di un tempo (De Orat. I,1), in cui, in virtù degli onori conseguiti e della gloria derivante dalle imprese compiute, ci si poteva, con buona ragione, attendere di svolgere, senza pericolo, l’attività politica e di godersi con dignità la vita privata. Ma ora gravi sono le calamità dello Stato e le speranze dello scrittore di poter ritornare finalmente ai “praeclara  studia”  sembrano difficili da realizzarsi. Influenzato dal modello e non meno capace di intendere il proprio tempo, Columella, pur nativo di Cadice ma perfettamente compenetrato negli antichi ideali della latinità georgica, fa della laudatio temporis acti e della vituperatio dell’apatia e dell’incuria dei propri contemporanei, i motivi conduttori di tutto il proemio. L’ubertas nimia prioris aevi e la pristina benignitas della natura sono le allettanti prospettive che motivano il ritorno all’agricoltura e alla sanità di vita ad essa congiunta; la proposta,infatti, è non solo di ordine economico, ma anche di natura morale al fine di ripristinare la continuità e la coerenza del presente rispetto al passato.

La correzione dell’opinione corrente (insinuatio), secondo la quale si riterrebbe responsabile la natura dell’improvviso inaridimento della terra, giustifica il tono asseverativo (quas ego causas procul a veritate abesse certum habeo) con cui, invece l’autore, rivolgendosi al suo interlocutore, Publio Silvino (proprietario terriero, suo vicino) difende la natura, madre di tutte le cose, dotata di eterna e divina giovinezza (pensiero già aristotelico e presente anche in Cic. de invent.I, 23). Echeggiano i modelli dell’oratoria giudiziaria e politica in quell’affermare con estrema chiarezza e senza inutili artifici che è “colpa nostra” (nostro potius accidere vitio) l’abbandono in cui versa l’agricoltura / dal momento che se ne affida la cura ai servi peggiori mentre i migliori cittadini di un tempo, se ne occupavano personalmente con la massima diligenza (in antitesi pessimo cuique– optimus quisque optime tractaverat). Segue la comparatio artium (altro luogo ricorrente nella precettistica), da un lato le ceterae artes (al I posto l’eloquenza, poi musica, danza, architettura, navigazione, arte militare) per le quali si riconoscono i modelli da seguire e di cui esistono scuole sempre frequentate  (eppure spesso si tratta di cose sciocche ed inutili),dall’altro, l’agricoltura che non ha chi la insegni e chi la impari, né tanto meno scuole (“agricolationis neque doctores, qui se profitentur neque discipulos cognovi). Eppure, è qui l’estrema utilità, senza agricoltori non si può mangiare, non si può vivere. L’elogio dell’agricoltura si definisce ancor meglio con la comparatio morale delle arti. La mercatura, l’usura, l’avvocatura, l’essere clientes (amaramente si constata che questo è divenuto mestiere) “dissident a iustitia”, conseguenza inevitabile di un processo di snaturamento (rupto naturae foedere) che ha consegnato la società ad una vergognosa generale apatia, al lusso e alla mollezza cui sono insopportabili l’antica virtù e i costumi virili di un tempo (intellego luxuriae et deliciis nostris pristinum morem virilemque vitam displicuisse). Coreografia di questo triste scenario sono i teatri e i circhi dove, quanti sono venuti dalla campagna in città, abbandonati gli aratri e le falci, se ne stanno ad applaudire inebetiti i gesti di attori smidollati e consumano le notti in vizi e bagordi e i giorni dormendo e giocando (“noctesque libidinibus et ebrietatibus dies ludo vel sommo consumimus”). Ma certo l’obiettivo dello scrittore non è demolire bensì proporre, in alternativa, il ritorno alla campagna e l’ideale di un “recte modus vivendi”, smarrito ma forse non perso per sempre e allora Columella si ricollega a Catone, Virgilio, Varrone che, prima di lui, avevano tentato la medesima strada e rilancia l’agricoltura come “unum genus liberale  et  ingenuum  rei familiaris augendae”, l’unico che “omni crimine caret”.

I numerosi esempi tramandati dagli storici dimostrano come presso gli antichi, la cura dei campi fosse motivo di gloria. Compaiono nella memoria Cincinnato, G. Fabrizio, C. Dentato e tanti altri di cui lo scrittore non dirà.

All’asfissia dei teatri e dei circhi si contappongono gli spazi aperti delle vigne e dei campi (“in circis potius ac theatris quam in segetibus ac vineis”).

Come si era giunti al biasimo più feroce dei vizi, così (tono discendente e ascendente) si arriva dalla valorizzazione dell’agricoltura, all’esaltazione della gens romana “illa Romuli proles” e di quella terra benedetta “in hoc Latio et Saturnia terra” (Ennio Annales 25 Vahlen) dove, gli stessi dei, insegnarono agli uomini la coltivazione dei campi, terra un tempo capace di bastare a se stessa mentre ora si preferisce importare dalle province. Eppure, con il favore della lunga pace si sarebbero potute allargare le colture, (“diuturna permittente pace”); la saggezza contadina interviene nelle problematiche dell’età augustea e ne propone razionali soluzioni. Si conclude così il primo nucleo tematico del proemio. L’andamento è stato movimentato (così come per la storiografia, procedimento desultorio) con digressioni e rapidi ritorni all’asse centrale del discorso, “decronologizzando” il filo dell’oratio e restituendo, almeno a titolo di reminiscenza e di nostalgia, un tempo composito, il cui spazio profondo rievoca un lontano passato. A mezzo tra la prima e la seconda parte, troviamo la professione di modestia, l’espediente dell’ excusatio (Cic. de inv. I,22), con cui si evita il rischio di apparire arroganti e si cerca la comprensione del lettore per la propria inadeguatezza dinanzi ad una materia così importante (“vereor ne supremus ante me dies occupet, quam universam dìsciplinam ruris possim cognoscere”). In Cicerone (De Orat, I,6,), si riflette a lungo sulla paucitas oratorum (il paragrafo inizia peraltro ancora con l’avverbio saepe numero) e su come mai gli uomini eccellenti siano più numerosi nelle altre arti che nell’eloquenza. Cicerone risponde che la ragione della scarsità degli oratori, nonostante il gran numero di studenti e di maestri, gli eccellenti ingegni, la varietà illimitata di cause, i premi ricchissimi offerti all’eloquenza, sta proprio nella vastità incredibile dell’arte oratoria, nonché nella sua difficoltà. E’ τόπος, questo, molto diffuso in tutta la letteratura e di certo efficace sul piano psicologico perché, come diceva Quintiliano, naturale è il moto di simpatia per chi si trovi in difficoltà. Pertanto l’impresa è grande, per colui che tenta di insegnare l’arte dell’agricoltura e per chi si sforzi di apprenderla, tuttavia, per quanto ardua, essa non è impossibile e poi ne vale la pena. Per Cicerone, motivazione dell’impegno è il conseguimento della gloria, per Columella (che ha ben presente Cic. de Orat. I,4) occorre che tenti dì tutto (“Cuncta temptare”) chi voglia cercare cose tanto utili per l’umanità. Una volta, dunque, riabilitata completamente l’agricoltura e definita come scienza, Columella codifica il perfetto conoscitore di agricoltura come colui che abbia cognizioni profondissime della natura e intenda i climi, il sorgere e il tramontare degli astri, la periodicità dei venti e delle piogge, l’andamento delle stagioni. Alla conoscenza si aggiunga l’intelligenza, senza della quale non c’è possibilità di previsione alcuna. Infine occorre possedere l’esperienza, saper praticare le tecniche relative alle semine, all’aratura, agli innesti, alle potature e quant’altro consenta la massima produttività del terreno. Ancora una volta il modello è quello del perfetto oratore (Cic. de orat. I,5) la cui eccellenza era frutto di grande cultura, di ingegno, di disposizione naturale e di esercizi, quei μελετήματα che costituiscono il patrimonio necessario di esperienze. Se il modello appare troppo alto e tale da scoraggiare prima ancora di tentare, si è disposti a ridurre la misura nel senso che ci si può accontentare anche del secondo o del terzo posto (Cic. Orator I,4), ai sommi spetta l’ammirazione e quasi la venerazione, ai minori la lode (“in omni genere scientiae et summis admiratio veneratioque et inferioribus merita laus contigit”). Lungo è l’elenco degli exempla, Columella cerca di variare rispetto al modellof cambiando alcuni nomi / ma medesimi sono la struttura del discorso e il concetto: l’importante è che ognuno (excellentes viri o opifices) percorra il cammino che potrà. Svolte tutte le argomentazioni ritenute idonee per la persuasione, lo scrittore conclude, giudicando sufficiente, per un’introduzione generale, quanto detto.

 

Seneca-Praefatio delle Naturales quaestiones

 

Le Naturales Quaestiones, composte negli anni 62-63 d.C, come si evince dall’analisi di elementi contestuali, è un’opera tarda di Seneca, tant’è che il filosofo, avanti negli anni, teme di non poter portare a termine l’impresa.

Il destinatario è quel Gaio Lucilio iuniore cui vengono dedicate le Epistulae e il De Providentia, rappresentativo del lettore ideale che potrà trarre beneficio dagli insegnamenti del maestro. Seneca rimane qui,pur in una materia scientifica, philosophus moralis, non scienziato.

La tonalità delle Quaestiones è, infatti, la medesima delle Epistulae morales ed è proprio per questo costante interesse etico che lo stoicismo romano si differenzia dallo stoicismo mediano di Posidonio.  Già la praefatio, che  non  presenta alcun riferimento agli argomenti discussi nell’opera, documenta, programmaticamente, questa operazione di singolare compromesso etico-scientifico, lì dove si dimostra che la vera scienza non si appaga della conoscenza fine a se stessa, bensì garantisce all’uomo il conseguimento della virtù.

Il parallelismo iniziale tra la filosofia e le altre artes implicitamente richiama la polemica con Posidonio, per il quale gli inventori di queste, erano stati i sapientes; la nascita delle artes, invece, per Seneca, coincide con il diffondersi della luxuria, di qui derivano il giudizio negativo del filosofo sulla civiltà, almeno per quanto riguarda il progresso segnato dalle Τέχναι  e il sogno rousseauiano di un ritorno alla semplicità delle origini (“felix illud saeculum ante architectos, ante tectores” epist. 90). Le artes, settoriali e rivolte al lucro, hanno una sola utilità: preparare la mente al sapere filosofico.

La cultura, fine a se stessa, è vista con sospetto,l’erudizione, infatti, non coincide con l’arte del vivere e se si pensa che la vita è breve (de brevitate vitae), non la si può sciupare in frivolezza e futilità. Ritornando dunque, al proemio, nella questione preliminare di quanto differisca (e il verbo interest ricorre più volte) la filosofia dalle altre arti, prima ancora di tutte le dialettiche argomentazioni, il lettore intuisce l'eccellenza della prima sulle altre e già s'interessa a comprenderne le ragioni. Il metodo maieutico pone l'allievo e il maestro l'uno accanto all'altro in questo cammino di ricerca della verità. L'impresa è difficile ma nobile e di vitale importanza perché la conoscenza è giovevole per la vita e diletto dello spirito (praef. 12 "illum divina delectant")in quanto risposta esaustiva a tutte le tensioni dell'uomo.

Il ritmo si fa immediatamente incalzante, le argomentazioni sono serrate ed i parallelismi e le strutture simmetriche del periodare ciceroniano si frantumano in una molteplicità di sententiae.

Il primo quesito non riceve una risposta ma s'intreccia e s'incastra con una seconda differenza: la filosofia si distingue dalle "ceterae artes" tanto quanto, nella filosofia stessa, la parte che riguarda gli uomini da quella che attiene agli dei.

La philosophia naturalis che comprende la fisica, la metafisica e la teologia (per la sostanziale identità nel sistema stoico tra natura e Dio) prevale sulla morale, è più elevata e coraggiosa (altior et animosior) tanto da superare i confini e riuscire ad ipotizzare (suspicata est), al di là dei sensi, qualcosa di più grande e di più bello (maius et pulchrius),


superiore è l’oggetto della ricerca e più elevato l’ambito in cui la si esercita. Segue il terzo ed ultimo distinguo: la fisica e l’etica differiscono tra loro, tanto quanto Dio e l’uomo, per un verso siamo ricondotti alla terra, per un altro ci innalziamo al cielo, alla fonte della luce che dissipa ogni tenebra. Il registro linguistico è quello del parlare comune per quanto caricato di valenze metaforiche, agli errores, agli ambigua vitae, alla caligo e alle tenebrae si contrappone il trionfo del “lumen” e del “lucet”. E’ l’elogio di quell’unica, vera scienza libera e capace di rendere libero l’uomo perché non ha altro fine che in se stessa (ep. 88, 28 Philosophia nil ab alio petit, totum opus a solo excitat). Seneca, filosofo naturalista non si preoccupa di recensire i fenomeni a tutti noti ma di esplorare i recessi più nascosti della natura e apprenderne i segreti, orgogliosa affermazione di privilegio cui la mente umana è ammessa, abile a comprendere persino l'identità e il ruolo della divinità. La poesia degli ampi spazi e la sacralità del lessico dell'iniziazione "secretiora intravi” richiamano alla memoria la suggestione degli elogi lucreziani di Epicuro.

Del resto Seneca, come Lucrezio, alla scienza ricorse solo per liberare l'uomo dalle paure più angosciose.

Il piacere della conoscenza è il motivo per cui vale la pena nascere, la filosofia come medicina, è in grado di dare vero vigore al corpo cagionevole (corpus causarium). Vivace è il doppio registro lessicale, quello dimesso e consueto del linguaggio culinario (“cibos et potiones percolare” “implere et farcire hoc corpus causarium”) e quello elevato del frasario morale (“inaestimabile bonum e il “surgere supra humano”).

Qui si va ben oltre lo stoicismo, l’uomo che si riconosce frammento del λόγος universale, non si appaga più del conseguimento dell’apatia, della possibilità cioè di avere la meglio sulle proprie passioni, “multum interest” tra il possedere le forze e il godere di buona salute; l’aver evitato i mali non significa essersi liberati di essi. Avanzano minacciose, l’avaritia, la luxuria, l’ambitio, vizi di un secolo forse intenzionalmente taciuto, segni di una corruzione etica che intacca nel profondo la civiltà romana. Ma basta la virtus ad allontanare tali visioni, quella virtus magnifica che non si esaurisce nello stato di contentezza, avvertito allorquando ci si è liberati del male (non quia per se beatum est malo caruisse), la felicità per Seneca non è figlia d’affanno, ma dà riposo e appagamento all’anima (sed quia animum laxat) e introduce alla vita divina (in consortium deo).

Il raggiungimento della perfezione coincide con il ricomporsi dell’individualità con l’assoluto (petit altum et in interiorem naturae sinum venit). Passata in secondo piano la realtà politica, l’uomo e il cosmo si ritrovano a fronte, la solitudine richiede soluzioni individuali che ridiano senso all’esistenza. L’anima in volo tra gli spazi siderali può irridere la terra con le sue angustie e le sue futilità (pavimenta, aurum, ponticus, lacunaria, silvas, flumina), magnificenze di un lusso domestico tante volte deprecato. La terra è un “punctum” (definizione familiare agli astronomi antichi) e gli uomini sono formiche (ancora un “interest”: mensura exigui corpusculi). Traina leggeva in chiave antimperialistica questo passo senecano: fuori da ogni vanagloria, rimane la finitezza di tutte le esperienze umanet compreso l’impero romano e l’uomo è solo il sogno di un’ombra (Pindaro, Pitiche 8, 95). “Minutissimae” le sentenze, come non piacquero a Quintiliano, cellule stilistiche con tanti centri e tante pause in cui il pensiero si sfrangia; esse feriscono con il bagliore dell’intuizione, con l’efficacia dell’anafora, dell’epifonema e con tante altre scaltrezze dell’ars dicendi apprese dal padre retore.

L’anima, libera dai vincoli, ritorna al suo luogo d’origine e la prova della sua natura divina sta nel fatto che ne sente tutto il piacere come di cosa che le appartenga “divina illum delectant”. In quell’approdo che risolve lo iato iniziale tra l’uomo e Dio, c’è finalmente l’ambito premio, l’oggetto della lunga ricerca, la comprensione della suprema grandezza di Dio, pura ratio rispetto alla quale non si può pensare nulla di eccedente, e allora grande è l’errore di quanti pensano che il mondo si sia fatto per caso (concezioni atomistiche ed epicuree). E’ finalmente questa la suprema utilità, la misura di Dio rivela la meschinità di ogni altra cosa;il verbo metior,proprio del lessico tecnico dei geometri e degli astronomi, si carica di sensi morali.

Marica Mastrorocco 

Bibliografia

 G. B.Conte, Virgilio (il genere e i suoi confini) 1984, Milano, Grazanti (i proemi al mezzo pp. 121- 133)

G.B.Conte, generi e lettori, 1991 Mondadori Milano

C. Santini - N. Scivoletto, Prefazioni, prologhi, proemi di opere tecnico- scientiche latine, 1990-92, Herder, Roma  

B. Mortara Garavelli, Manuale di Retorica, 1989, Studi Bompiani, Milano 

R. Barthes, Il Brusio della Lingua, Parigi 1984 (traduzione Torino  1988 Einaudi)                               

           

 

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