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La grazia lieve e la disperazione senza sgomento

nella poesia di Giorgio Caproni

di  Nicola Moretti

********************

… non lo sopporto più il rumore della storia….

                                                                                … il mare in luogo della storia….

                                                                                 ( G. Caproni, da Il franco cacciatore )

                                                                      

Ci sono tempi in cui più insistentemente che in altri ci si chiede che cosa sia e che cosa debba essere la poesia, quale funzione essa abbia e quale significato rappresenti nell’interrogarsi più generale degli uomini sul senso della propria esistenza.

Nella storia politica e sociale del secondo Novecento italiano sono stati due i momenti in cui il dibattito si è fatto intenso e ha messo in campo le migliori voci della cultura. Il primo risale agli anni ’60, agli anni del traumatico passaggio da una civiltà arcaica e contadina alla crescita industriale e ad un neocapitalismo che veniva vissuto contraddittoriamente: all’entusiastico ottimismo di molte forze politiche e sociali fece da contraltare l’acuta coscienza critica e disincantata, da parte di non molti intellettuali, dei nuovi meccanismi economici all’origine del consumismo e della trasformazione di valori che ne sarebbe derivata. Tutto questo coinvolgeva direttamente la poesia: la radicalità delle sue risposte fu una novità senza precedenti, manifestandosi esse da una parte nella svalutazione della lirica e della tradizionale figura del poeta (come nella produzione dell’ultimo Montale, in Pasolini, nel gruppo 63), dall’altra nel rifiuto “di eccessi parodistici e di riti di avvilimento masochistico” – scrive Enrico Testa[1]- e nel recupero coraggioso di un senso che i sostenitori della “morte della letteratura” davano per perduto o impossibile: accettazione della precarietà e della mutevolezza dell’esistenza, e riflessione-racconto sullo scorrere del tempo, sulla realtà della natura, sui cambiamenti della società.

Il secondo momento è quello del “sentimento della fine”[2], che negli ultimi due decenni del Novecento ha attraversato, come una sorta di filigrana, gran parte della produzione culturale italiana, e non solo italiana: la fine delle grandi ideologie, quelle che nel bene, e più spesso nel male, avevano contraddistinto la storia del secolo, lasciava spazio a una sensazione di sfinimento, di crisi delle tradizionali categorie con le quali si conosceva il mondo, di incertezza sul cammino progressivo dell’umanità, di perdita di valori, di generale depauperamento morale e spirituale di un’epoca.

Di quella stagione viviamo ancora gli esiti, immersi come siamo nel mondo della “morte di Dio”, dell’impossibile risposta al “perché?”, di un nichilismo che, lungi dall’essere potente e tragico strumento di conoscenza, essendo legato ad una esaltazione acritica della tecnica e del mercato, genera insensatezza, sofferenza, percezione della propria inessenzialità, rifiuto delle tradizionali pratiche di aiuto, ricerca del senso del proprio esistere in protesi esterne, e non in “un’arte del vivere che dovrebbe consistere nel conoscere le proprie capacità e nell’esplicitarle secondo misura.”[3]

Giorgio Caproni ha attraversato la seconda metà del Novecento, come altri poeti della sua stessa generazione, rispondendo in maniera originale e personalissima a tutte le sollecitazioni che gli eventi e le trasformazioni storiche e sociali proponevano: la sua poesia a partire già dagli inizi, ma soprattutto dagli anni ’60 farà del tema della morte e del nulla il centro di una riflessione e di un canto che affrontano coraggiosamente le più acute lacerazioni del nostro tempo. Il suo essere –come scrive Pier Vincenzo Mengaldo[4] - “poeta moderno senza simbolismo” , cioè senza illusioni su una possibile ricomposizione dell’armonia tra soggetto e realtà esterna; la grazia leggera e incantata con cui nei suoi versi ci parla della perdita, della inappartenenza, della ricerca di un senso, del mistero (del “nulla oltre il nulla”) che si apre al di là del “muro” della solida realtà oggettiva terrena; la stoica e umbratile speranza nella “calma disperazione”: sono alcuni elementi che rendono attualissimo questo poeta, per quella sua “nativa unione – scrive ancora Mengaldo [5] - di esattezza visiva e fluidità melica, di intellettualismo e pathos”.

Caproni non rientrava affatto nei movimenti e nelle scuole poetiche dei tempi che attraversò: accostato, volta per volta, agli ermetici, a Montale, ai poeti liguri che egli certamente amò, a Saba, a Penna, a Bertolucci e soprattutto a Betocchi, conservò sempre una sua peculiarità umana e intellettuale, e una concezione della poesia intesa come “Musica più idee”, come rifiuto del solipsismo e del narcisismo, come espressione di libertà e di disobbedienza a ogni forma di sopraffazione e di massificazione, come “estensione della verità”, per renderla cioè ancora più ampia e misteriosa; i due passi seguenti, tratti da La scatola nera[6], e riferiti a due periodi diversi della produzione critica di Caproni, ne danno una lucida testimonianza:

 

… Benediciamo i poeti che ci riconciliano col linguaggio: loro che veramente “dicono” la verità in quanto usano il linguaggio non come mezzo di conoscenza ma come essenza: cioè a dire come verità in atto. Loro che, coi loro nomi, creano o più modestamente pongono altri alberi, sassi, uomini, fatti, sentimenti, illuminazioni, senza alcun secondo fine, bensì soltanto per estendere la verità, cioè per rendere ancora più ampia e misteriosa la verità, al contrario dei filosofi che la definiscono e quindi la limitano, la finiscono, l’uccidono.

                                                                                                 ( “La Fiera Letteraria”, 22 Maggio 1947)

 

L’esercizio della poesia rimane puro narcisismo finché il poeta si ferma ai singoli fatti esterni della propria esistenza o biografia. Ma ogni narcisismo cessa non appena il poeta, partendo dalle proprie personali esperienze, e costruendo con esse le proprie metafore, riesce a chiudersi e a inabissarsi talmente in se stesso da scoprirvi, ripeto, e portare a giorno, quei nodi di luce che sono non soltanto dell’io, ma di tutta intera la tribù…Si arriva al paradosso che quanto più il poeta si immerge nel pozzo del proprio io, tanto più egli allontana da sé ogni facile accusa di solipsismo: appunto perché in quella profondissima zona del suo io, è il noi: un io che, dalla singolarità, passa immediatamente alla pluralità. La funzione sociale – civile – della poesia, sta, o dovrebbe stare, appunto in questo…… Poesia significa in primo luogo libertà. Libertà e disobbedienza di fronte a ogni forma di sopraffazione o di annullamento della persona: di fronte a ogni forma di irreggimentazione o, peggio, di massificazione. 

            ( dalla conferenza in occasione della laurea honoris causa conferitagli dall’Università di Urbino, 1984)

Ma c’è un terzo passo, tratto da una recensione del ’62 di Caproni ad una raccolta di un altro poeta, Leonardo Sinisgalli[7], che chiarisce essenziali linee di poetica:

 

La poesia, si sa, è leggera come una piuma, più di una piuma, addirittura come l’aria. E’ d’essenza eterea, volatile, e per questo forse non sopporta gli scossoni e gli scarti bruschi di quel gran carrozzone che, con relativo corteggio di trombe e di grancasse pronte ad acclamare ogni volta il capolavoro del giorno, è diventata, dico soprattutto per il romanziere, la ‘professione’ dello scrittore.  […]

Il poeta è sempre un dilettante. Scrive quando gli viene di scrivere, come starnuta quando gli viene da starnutare, o s’innamora quando gli viene di innamorarsi; né può quindi organizzarsi o fondare un’industria, un commercio, un mercato.

Per di più il poeta è un gran testone. E’ pronto ad ascoltare tutti, magari ad intimidirsi, ma poi continua a far come gli pare, o meglio continua a far soltanto quello che può fare o gli vien di fare.

Dopo tanto cancan di accuse, di denigrazioni, di sollecitazioni più o meno pelose, ecco che infine, calmatesi molto le acque più per stanchezza del troppo vociare che per convinzione, stringi stringi sono proprio i poeti di ‘ieri’ ad apparire i più vivi, coi loro piedi di piombo, tra i ‘poeti d’oggi’.

 

La lunghezza della citazione è compensata dalla chiarezza e dall’importanza di quanto scrive Caproni: a queste linee di poetica, e alla morale di libertà e di intima coerenza che ne scaturisce, egli fu sempre fedele.

Ma la fedeltà alla coerenza del proprio io non è di ostacolo alle variazioni e ai mutamenti di una sensibilità che si matura a contatto con l’amore, la morte, la guerra: ci sono evidenti costanti nella poesia di Caproni (il viaggio, la città, gli odori, le nebbie, il congedo, l’esilio), ma anche vistose variabili, che marcano significativi passaggi biografici e storici.

Nelle prime raccolte (Come un’allegoria 1936, Ballo a Fontanigorda 1937, Finzioni 1941, Cronistoria 1943) gli esiti più efficaci e felici sono nelle canzonette sensuali e nell’attenzione a particolari momenti, suoni, odori. Con la preferita misura metrica del settenario e con l’uso frequente di rime e allitterazioni, Caproni conferisce alla sua poesia una particolare cantabilità; l’impressione è di grande e raffinata semplicità in cui la naturalezza con la quale vengono vissute esperienze di amore e di dolore diventa riflessione sulla generale vicenda umana, e non solo sul proprio io.

Leggiamo, ad esempio, “Ricordo” e “Borgoratti”, tratti da Come un’allegoria:

 

 

        RICORDO                                                                                                            BORGORATTI

Ricordo una chiesa antica,                                                                                    Anche le vampe fiorite

romita,                                                                                                ai balconi di questo paese,

nell’ora in cui l’aria s’arancia                                                                               labile memoria ormai

e si scheggia ogni voce                                                                                         dimentica la sera.

sotto l’arcata del cielo.

                                                                                                                               Come un’allegoria,

    Eri stanca,                                                                                                          una fanciulla appare

e ci sedemmo sopra un gradino                                                                             sulla porta dell’osteria.

come due mendicanti.                                                                                            Alle sue spalle è un vociare

                                                                                                                               confuso d’uomini – e l’aspro

Invece il sangue ferveva                                                                                        odore del vino.

di meraviglia, a vedere

ogni uccello mutarsi in stella

nel cielo.  

 

Nella prima, il tessuto musicale della poesia, ottenuto con le allitterazioni più che con la rima, la precisione icastica di ogni elemento visivo, la struttura “a fisarmonica” della canzonetta, sono i mezzi, maturi e originali, per far risaltare le note affettuose e quasi “crepuscolari” di un amore sentito già come perdita, e la sensualità che, conservando il suo fervore, si trasforma in meraviglia per lo spettacolo naturale offerto dal cielo serale.

Nella seconda (Borgoratti era il sobborgo orientale di Genova dove abitava Olga Franzoni, la ragazza di cui Caproni era innamorato e che sarebbe morta i primi di Marzo del ’36) un paesaggio semplice e popolare, degno di un pittore “macchiaiolo”, sottolineato dalle citazioni carducciane della porta dell’osteria e dell’”aspro odore del vino”, diventa lo sfondo di una inquietudine (“mia e altrui” dice Caproni in un’intervista all’ “Avanti!” del 1965) e la scena della labilità e dell’oblio, al di là del puro significato letterale o figurativo della parola: appunto, “come un’allegoria” la realtà è forse qualcosa d’altro che sfugge alla ragione.

Nelle prove delle prime raccolte il fascino della poesia di Caproni è nella sensuale freschezza, nel godimento del mondo sensibile, in un’euforia fisica che trasforma la realtà in favola, in mito, nel mito della giovinezza, dell’entusiasmo dell’amore e della vita, ma con la presenza anche di momenti di trasognata malinconia: nella raccolta Ballo a Fontanigorda del ’38 (Fontanigorda è una località della Val Trebbia, sull’Appennino Ligure, dove Caproni fu insegnante dal ’35 al ’38) alla sensuale esplosione di vitalità fisica che accompagna il canto d’amore del poeta si alterna un turbamento sottile, un’inquietudine che come una “folata”, un fremito leggero, altera, anche se di poco, la “gaia danza” della giovinezza:

 

QUESTO ODORE MARINO                                                                                     BALLO A FONTANIGORDA

Questo odore marino                                                                                                      Mentre per la pastura

che mi rammenta tanto                                                                                                  si sparge l’amaro aroma

i tuoi capelli, al primo                                                                                                   d’una sera silvana,

chiareggiato mattino.                                                                                                     al suono dei clarinetti

                                                                                                                                       chiari, fra luci di colori

Negli occhi ho il sole fresco                                                                                          e risa, s’infatua gaia

del primo mattino. Il sale                                                                                               la danza d’una montana

del mare…                                                                                                                      allegria.

 

                    Insieme,                                                                                                      Bruciano alla bramosia

come fumo d’un vino,                                                                                                    segreta, le carnagioni

ci inebriava, questo                                                                                                        giovani. A farne inquieta

odore marino.                                                                                                                 l’aria, una folata

                                                                                                                                        basta fino al confine

Sul petto ho ancora il sale                                                                                               ultimo della prateria.

d’ostrica del primo mattino.

 

Nel nuovo amore per Rina, colei che divenne poi moglie di Caproni e a cui è dedicata la raccolta, non manca però, in chiusura, a fare da momento di riflessione, il ricordo di Olga Franzoni, in una rievocazione bellissima, nella quale l’armonico alternarsi di settenari e ottonari, con l’inserimento del lungo novenario del secondo verso, i frequenti enjambements, le anastrofi e gli iperbati, le rime e le assonanze conferiscono al componimento una intensa musicalità, che attenua solo un po’ la malinconia di un sentimento della vita che prende precocemente atto del morire, del “chiudersi”, dello spegnersi, del “passare”:

 

AD OLGA FRANZONI

Questo che in madreperla                                                                              bocche per gaie rincorse

di lacrime nei tuoi morenti                                                                             sa l’aria,e per scalmanate

occhi si chiuse chiaro                                                                                     risse,

paese,

                                                                                                                                stasera ancora

              ora che spenti                                                                                    rimuore sfocando il lume

già sono e giochi e alterchi                                                                             nel fiume, qui dove bassa

chiassosi, e di trafelate                                                                                    canta una donna china

                                                                                                                         sopra l’acqua che passa.

 

Anche le liriche di Finzioni, del ’41, presentano le stesse tematiche e l’uso del settenario, il verso della canzonetta settecentesca e popolare, ma in esse c’è una più complessa configurazione del rapporto tra soggetto e mondo; leggiamo, ad esempio:

 

SONO DONNE CHE SANNO                                                                                                 ROMANZA

   Sono donne che sanno                                                                                                   Torna il tempo dei cori

così bene di mare                                                                                                           giovani, delle risate

                                                                                                                                       all’aria che sera inebria

   che all’arietta che fanno                                                                                             d’erbe, quando folate

a te accanto al passare                                                                                                    rubano alle mandole

                                                                                                                                       dolci d’amore l’arie

   senti sulla tua pelle                                                                                                     futili – le melodie

fresco aprirsi di vele                                                                                                      che a serenate e a sagre

                                                                                                                                        chiamano, e a carmagnole.

   e alle labbra d’arselle

deliziose querele.                                                                                                           Non tu ritorni: e i giorni

                                                                                                                                       che già furono a questi

                                                                                                                                       simili, dall’allegrie

                                                                                                                                       d’allora ora a più agre

                                                                                                                                       note fan punto. E pare,

                                                                                                                                       tu ormai remota e sola

                                                                                                                                       e in lacrime, nell’odor d’aglio

                                                                                                                                       che sera toglie ai gigli

                                                                                                                                       sian vissuti per sbaglio.

 

Nel primo componimento gli otto settenari, che pur formano,sintatticamente, un solo periodo, sono da Caproni divisi in quattro distici, peraltro legati tra loro anche da nessi grammaticali e dalla rima: la narrazione e la descrizione di un quadretto, di un “idillio”, vengono così intimamente erosi da  un elemento intellettualistico (la struttura ricercata), sottolineato anche dal titolo della raccolta “Finzioni”: esso è ambiguo e ironico, rimandando da una parte alla “fictio”, al termine latino che indica le figurazioni dei poeti, dall’altra allo scarto ineliminabile tra il soggetto e la realtà, il mondo esterno. Non c’è idillio in Caproni (Calvino lo vide benissimo) perché, nonostante la concretezza degli sfondi e degli scenari in cui si svolge il suo canto, “il poeta – scrive Mengaldo[8] - benché profondamente finga un ambiente consuetudinario e fraterno, in realtà è un ospite o un passante”.

In Romanza è più chiara questa estraneità: le allusioni evidenti alla poesia leopardiana, che mettono in campo il ricordo e la rimembranza visiva e auditiva, a cui si aggiunge anche la concretezza olfattiva di quell’ “odor d’aglio che sera toglie ai gigli” (cioè il trasformarsi di un sentore dolce in uno acre a causa del passar del tempo, del venir meno della vita), imprimono già ai versi di Caproni una fluidità canora e un sofferto intellettualismo che la parola poetica non cela ma, nello stesso tempo, rende lieve: “Musica più idee”, come ebbe a scrivere il poeta qualche anno più tardi.

La raccolta Cronistoria, del ’43, è segnata dall’incontro con Roma, dove Caproni insegnò e visse dal 1938, e dalla guerra, nella quale il poeta combatté sul fronte occidentale (“un capolavoro di insensatezza – scriverà in un articolo sull’ “Unità” nel 1995 -; ero ossessionato dallo sdegno, più che dall’orrore e dalla paura”); dal ’44, invece, scelse di partecipare come partigiano alla guerra di liberazione sui monti della Val Trebbia.

Più che contenere riferimenti precisi agli eventi bellici, questa poesia è percorsa da un senso scabro della vita e da una contenuta disperazione, soprattutto nella sezione dei 18 “Sonetti dell’anniversario”, dedicati ancora al ricordo dell’amata Olga Franzoni, dolcemente evocata a Roma, lontano dai luoghi della sua esistenza, attraverso i segni dell’assenza e della perdita prodotti da soffi di vento, fruscii di erba, brezze serali, nebbie, vetri appannati:

 

SONETTI PER L’ANNIVERSARIO

          XII                                                                                                                              XVII

Basterà un soffio d’erba, un agitato                                                                 Il tuo nome che debole rossore

moto dell’aria serale, e il tuo nome                                                                 fu sulla terra! Dal vetro che già

più non resisterà, già dissipato                                                                        brucia al dicembre e s’appanna al vapore

col sospiro del giorno. Sarà come                                                                   timido del mio fiato che non sa

quando, per gioco, cedevi l’amato                                                                  rassegnarsi a tacerti, io che città

calore della mano al marmo – come                                                               vedo, fioca di nebbie, cui un ardore

quando il tuo sangue leggero, alitato                                                              ultimo di cavalli e foglie dà

appena dal tuo labbro, sulle chiome                                                               la parvenza del sangue?.. Nell’albore

dei pioppi s’esauriva in un rossore                                                                 umido cui si sfanno anche le mura

vago di brezza: e io sentivo la pena                                                               dure di Roma, già altra paura

di quel lungo tuo eccedere in amore                                                              ora è nel petto – già altro, mio amore,

disilluso e lontano, tu la pena                                                                        è lo schianto se all’improvviso d’una

di non essere sola nel nitore                                                                          voce che chiama, soltanto il rossore

d’un presagio d’addio – tu già serena.                                                          d’una sciarpa carpisco nella bruma.

 

La forma metrica del sonetto di endecasillabi, propria della grande tradizione lirica italiana, sembra quasi controllare e contenere un dolore che il passar del tempo (l’anniversario) non scalfisce nella sostanza, ma rende semmai più dolce, più sfumato: senonché, l’assenza della tradizionale ripartizione in quartine e terzine, lo snodarsi del canto in due/tre lunghi periodi e una sintassi che va al di là della misura del verso, grazie anche ai numerosissimi enjambements, imprimono ai versi una tensione che deborda dall’ordine imposto dal metro, riempiendoli così di inquietudine lieve, come lievi sono i segni dell’evocazione e del ricordo.

 

 

 

Le raccolte degli anni ’50 e ’60 ( Anni tedeschi, del ’47 e Stanze della funicolare del ’52, poi confluite ne Il passaggio di Enea, del ’56; Il seme del piangere, del ’59; Congedo di un viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee, del ’64) segnano il momento della maturazione dell’esperienza poetica di Caproni e un capitolo importante per la storia della poesia del Novecento.

La poesia della guerra nei 12 sonetti di Anni tedeschi lascia su uno sfondo molto lontano il racconto degli eventi e della sua esperienza di partigiano; essa canta piuttosto l’orrore e la tristezza, rievoca con grazia lieve le figure della madre e del padre nel loro dolore, e oppone alla barbarie bellica il desiderio di una vitalistica sensualità:

 

              I LAMENTI                                                                                                         VII

  Ahi i nomi per l’eterno abbandonati                                                         Le giovinette così nude e umane

  sui sassi. Quale voce, quale cuore                                                             senza maglia sul fiume, con che miti

  è negli empiti lunghi – nei velati                                                               membra, presso le pietre acri e l’odore

  soprassalti dei cani? Dalle gole                                                                 stupefatto dell’acqua, aprono inviti

  deserte, sugli spalti dilavati                                                                       taciturni nel sangue! Mentre il sole

  dagli anni, un soffio tronca le parole                                                         scalda le loro dolci reni e l’aria

  morte – sono nel sangue gli ululati                                                            ha l’agrezza dei corpi, io in che parole

  miti che cercano invano un amore                                                             fuggo – perché m’esilio a una contraria

  fra le pietre dei monti. E questo è il lutto                                                  vita, dove quei teneri sudori,

  dei figli? E chi si salverà dal vento                                                           sciolti da pori vergini, non hanno

  muto sui morti – da tanto distrutto                                                            che il respiro d’un nome?... Dagli afrori

  pianto, mentre nel petto lo sgomento                                                        leggeri dei capelli nacque il danno

  della vita più insorge?...Unico frutto,                                                        che il mio cuore ora sconta. E ai bei madori

  oh i nomi senza palpito – oh il lamento.                                                  terrestri, ecco che oppongo: oh versi! oh danno!

 

Il primo sonetto – disse Caproni in un’intervista del 1988 – “ racconta l’effetto che mi fece il vedere questi cadaveri all’obitorio, i primi partigiani caduti in combattimento”: essi sono “nomi per l’eterno abbandonati sui sassi”, sulle dure pietre dei monti, e solo il guaire soffocato dei cani, i “miti ululati” e i lamenti riescono ad esprimere lo sgomento; le parole (la poesia) sono inadeguate, “morte”, inadatte a restituire l’orrore di quei “nomi senza palpito”, senza vita.

La distanza e la contrapposizione tra vita e arte è presente anche ne Le giovinette così nude e umane: in tono leggero, delicatamente sensuale, per nulla malizioso, la scena mette in campo la vita nella sua semplicità fatta di fisicità, di colori, di odori, e l’esilio in “una contraria vita” del poeta, il suo ritiro in un mondo di parole dove i corpi sono ridotti a semplici nomi:  questa coscienza del carattere artificiale e della “finzione” della letteratura consentirono a Caproni la “spietata lucidità conoscitiva della ricerca più recente del poeta dinanzi alla crisi, individuale e storica insieme, del rapporto con la realtà e dei suoi significati e valori”.[9]

In questi anni compare anche la tematica del viaggio, che avrà un posto centrale nella successiva produzione di Caproni.

Nelle Stanze della funicolare (poemetto di 12 stanze di endecasillabi precedute da un Interludio), nel viaggio verticale della funicolare col suo scavalcare e toccare diversi quartieri di Genova , fino a Staglieno, dove sorge il famoso cimitero, e fino a perdersi nella nebbia, c’è il racconto-allegoria della vita umana vista come inarrestabile viaggio verso la morte, attraverso le varie fasi, rappresentate dal buio e dalla galleria (il ventre materno) , la nascita, l’infanzia, la giovinezza, la maturità:

 

Perché è nebbia, e la nebbia è nebbia, e il latte

nei bicchieri è ancor nebbia, e nebbia ha

nella cornea la donna che in ciabatte

lava la soglia di quei magri bar

dove in Erebo è il passo. E, Proserpìna

o una scialba ragazza, mentre sciacqua

i nebbiosi bicchieri, la mattina

è lei che apre nella nebbia che acqua

(solo acqua di nebbia) ha nella nebbia

molle del sole in cui vana scompare

l’arca alla vista. La copre la nebbia

vuota dell’alba, e la funicolare

già lontana e insipida, scolora

nella nebbia di latte ove si sfa

l’ultima voglia di chiedere l’ora

fra quel lenzuolo di chiedere l’alt.

 

 Nel paesaggio reale e al tempo stesso fantastico di una Genova diventata, dopo il distacco nel ’38, “luogo dell’anima”, scena di un’”epopea casalinga” (l’espressione è di De Robertis) che si può leggere anche in chiave freudiana, appaiono anche altre immagini care a Caproni: le latterie[10] e i bar nelle albe invernali, i vicoli, le biciclette, i fanali, le “ragazze in amore”, simboli concreti di una civiltà urbana attraversata dai segni del lavoro, della umanità operosa, della comunicazione e dello scambio tra gli uomini.

“Si avvia qui – scrive Enrico Testa[11]- il trattamento, tra onirico e realistico, degli spazi urbani di Genova [in seguito anche di Livorno]; si incontrano i luoghi caratteristici della sua poesia… sfondi purgatoriali di sparizioni e attese…; l’ora topica dell’alba, il motivo della nebbia che cala a confondere la vista ed esautora ogni ipotesi di trascrizione mimetica del reale”; la nebbia tornerà spesso nella poesia di Caproni, e sarà il segno del mistero, dell’inafferrabilità del senso ultimo della vita, del confuso sentiero che circonda il “muro della terra”, dell’impenetrabilità del “nulla oltre il nulla”. 

Ma è nel poemetto intitolato Il passaggio di Enea, del ’56, che Caproni mette meglio a fuoco il senso dell’esistenza come viaggio, come transito, come passaggio tra un’epoca e l’altra ma anche tra la vita e la morte: nella nota che accompagna la raccolta il poeta ci informa che l’idea del poemetto gli nacque “guardando il classico monumentino ad Enea che, col padre sulle spalle e il figlioletto per la mano, stranamente e curiosamente, dopo varie peregrinazioni,  a Genova è finito in Piazza Bandiera presso l’Annunziata, una delle piazze più bombardate della città”.

Il mito di Enea  con Anchise sulle spalle e Ascanio condotto per mano si fa inquietante, diventa “prosopopea”, personificazione del poeta, ma anche di tutti gli uomini, che vedono così rivelate a se stessi la impossibilità a esistere in una realtà ferma e stabile, e la condanna a fuggire e a muoversi, a cercare altre mete accettando la consunzione del passato.

Il poemetto (anch’esso, come le Stanze della funicolare, preceduto da una Didascalia con presenza di settenari e ottonari, e formato da 5 stanze di endecasillabi) racconta un’ “epopea casalinga” insidiata dallo sfacelo di una civiltà i cui valori Caproni vorrebbe portare in salvo, come Enea in fuga da Troia: è la rappresentazione di una crisi storica, evidenziata dalla “Didascalia” iniziale, in cui la libera associazione delle immagini (la casa cantoniera, le tenebre notturne, i rumori, il balenio dei fari delle automobili attraverso le stecche delle persiane) sottolinea la realtà di un mondo poetico assediato dalla civiltà delle macchine, degli “ammotorati viandanti”:

 

     DIDASCALIA                                                                                                             ********

Fu in una casa rossa:                                                                                        Nel pulsare del sangue del tuo Enea

la Casa Cantoniera.                                                                                      solo nella catastrofe, cui sgalla

Mi ci trovai una sera                                                                                    il piede ossuto la rossa fumea

di tenebra, e pareva scossa                                                                           bassa che arrazza il lido – Enea che in spalla

la mente da un transitare                                                                              un passato che crolla tenta invano

continuo, come il mare.                                                                                di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo

                                                                                                                       ch’è uno schianto di mura, per la mano

Sentivo foglie secche,                                                                                   ha ancora così gracile un futuro

nel buio, scricchiolare.                                                                                  da non reggersi ritto. Nell’avvampo

Attraversando le stecche                                                                               funebre d’una fuga su una rena

delle persiane, del mare                                                                                che scotta ancora di sangue, che scampo

avevano la luminescenza                                                                              può mai esserti il mare ( la falena

scheletri di luci rare.                                                                                     verde dei fari bianchi) se con lui

                                                                                                                      senti di soprassalto che nel punto,

Erano lampi erranti                                                                                       d’estrema solitudine,sei giunto   

d’ammotorati viandanti.                                                                                più esatto e incerto dei nostri anni bui?

Frusciavano in me l’idea

che fosse il passaggio d’Enea.

 

Enea diventa così proiezione individuale, tentativo di autoritratto, una risposta alla perdita di identità, negli anni della guerra fredda ma anche alla vigilia dell’avvio della civiltà industriale; il senso di solitudine è intenso, indotto anche da dolorosi eventi familiari, come la morte della madre nel ’50 e del padre, a Bari, nel ’56. Alla madre Caproni dedicherà l’intera raccolta del ’59 Il seme del piangere;  al padre, rimasto vedovo e trasferitosi a Bari, una bellissima poesia, presente nell’Appendice de Il passaggio di Enea:

 

ALBANIA

Quanti gabbiani chiari                                                                                    per lui, gli autobus (rari

- bianchi, neri – a Bari!                                                                                   sul lungomare) umani

                                                                                                                         avevano di quei gabbiani

Sul mare che pullulava                                                                                    gli squittii rotti – a Bari.

di polpi teneri, urlava

(lungo la palizzata                                                                                            Assaporava molluschi

freddissima e soleggiata)                                                                                  la guardia di finanza:

il cuore sbigottito                                                                                              guardava con gli occhi lustri

in un silenzio inaudito.                                                                                      il collo d’una ragazza.

 

Mio padre era finito                                                                                           Ma io ero da me via,

e solo (a letto) a Bari.                                                                                         e di passaggio, a Bari:

E s’io non muovevo un dito                                                                               piangevo in quell’albania

                                                                                                                            di gabbiani – di ali.

 

Il gioco delle rime, l’amato alternarsi di settenari e ottonari, la cantabilità dei versi, esprimono il dolore della solitudine e della perdita con grazia lieve, sottolineata anche dall’elegia del paesaggio marino, dal rincorrersi quasi festoso di colori e dal sorprendente neologismo “albania”inteso come “biancheggiare”, e fortemente musicale e straniante nella sua funzione segnica.

 

Una tappa importante della produzione di Caproni è la raccolta, del ’59, Il seme del piangere, canzoniere, da molti considerato come la sua migliore opera, dedicato alla madre Anna Picchi, della cui vita, dalla giovinezza alla sua entrata nell’al di là, è straordinaria rappresentazione.

Il titolo, tratto da un’espressione dantesca (Purg. XXXI,v. 45-46), segnala già la complessità della raccolta, quasi a mettere in guardia, “in limine”, dall’apparente semplicità del canto, dall’interpretarlo solo come ‘canzoniere d’amore’dall’aerea leggerezza, come farebbe pensare uno stilnovismo di base, evidente soprattutto in alcuni componimenti, ad esempio Preghiera,che riprende moduli espressivi della celebre ballata di Guido Cavalcanti e la medesima tensione verso un transfert che si realizza però anche nel tempo e non solo nello spazio:

 

PREGHIERA

 

Anima mia, leggera                                                                                          Ma tu, tanto più netta

va’ a Livorno, ti prego.                                                                                     di me, la camicetta

E con la tua candela                                                                                          ricorderai, e il rubino

timida, di nottetempo                                                                                        di sangue, sul serpentino

fa’ un giro; e, se n’hai il tempo,                                                                        d’oro che lei portava

perlustra e scruta, e scrivi                                                                                  sul petto, dove s’appannava.

se per caso Anna Picchi

è ancora tra i vivi.                                                                                              Anima mia, sii brava

                                                                                                                           e va’ in cerca di lei.

Proprio quest’oggi torno,                                                                                   Tu sai cosa darei

deluso da Livorno.                                                                                              se la incontrassi per strada.

 

I versi danteschi in epigrafe (…udendo le sirene sie più forte, / pon giù il seme del piangere ed ascolta…) sono quelli rivolti da Beatrice a Dante nel Paradiso Terrestre prima che questi si bagni nel fiume Lete: sono un invito, quando si ascolterà la voce seducente degli allettamenti terreni, a deporre la confusione e la paura, le due cause del pianto e del dolore. E’ lo stesso invito che Caproni rivolge a se stesso,prima che ai suoi lettori: cantare il “seme del piangere” significa allora ascoltare le lancinanti “sirene” di un’ispirazione poetica dolcissima, che è in grado di entrare in contatto con la madre giovane, amata come una fidanzata, che passa per le strade di Livorno con la fresca semplicità della sua persona, con la sua preziosa fragilità; ma significa anche spingere lo sguardo “oltre”, interrogare anche il Nulla verso cui si dirige la madre, diventata anch’essa portavoce del poeta, prosopopea, rappresentazione dell’umanità nel suo essere “dolente, affaticata, smarrita viaggiatrice dell’Ade, come nella magnifica poesia intitolata Ad portam inferi[12]:

 

 

      LA GENTE SE L’ADDITAVA                                                                     da AD PORTAM INFERI

Non c’era in tutta Livorno                                                                             “Signore cosa devo fare,”

un’altra di lei più brava                                                                                  quasi vorrebbe urlare,

in bianco, o in orlo a giorno.                                                                          come il giorno che il letto

La gente se l’additava                                                                                     pieno di lei, stretto

vedendola, e si voltava                                                                                    sentì il cuore svanire

anche lei a salutare,                                                                                         in un così lungo morire.

Il petto le si gonfiava

timido, e le si riabbassava,                                                                               Guarda l’orologio: è fermo.

quieto nel suo tumultuare                                                                                Vorrebbe domandare

come il sospiro del mare.                                                                                 al capotreno. Vorrebbe

                                                                                                                          sapere se deve aspettare

Era una personcina schietta                                                                              ancora molto. Ma come,

e un poco fiera (un poco                                                                                  come può, lei, sentire,

magra), ma dolce e viva                                                                                    mentre le resta in gola

nei suoi slanci; e priva                                                                                      (c’è un fumo) la parola

com’era di vanagloria                                                                                       ch’è proprio negli occhi dei cani

ma non di puntiglio, e andava                                                                           la nebbia del suo domani?

per la maggiore a Livorno

come vorrei che intorno

andassi tu, canzonetta:

 

che sembri scritta per gioco,

e lo sei piangendo: e con fuoco. 

 

L’immagine del treno e del viaggio ritorna con maggiore  consistenza metaforica nella raccolta del ’65 Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee, vero punto di svolta e spartiacque nell’opera di Caproni. Vi si immagina che un viaggiatore “cerimonioso”, che ha partecipato alla conversazione dello scompartimento con gentilezza, rispetto delle forme e modi di linguaggio desueti e fuori tempo, assunti quasi come riti per differire il momento della dipartita, si congedi dai suoi compagni di viaggio, scusandosi del disturbo arrecato, sistemando con qualche difficoltà la valigia “pesante anche se non contiene gran che” ( è il bagaglio delle esperienze e dei ricordi ), e confessi di ignorare “il luogo del trasferimento”: è il congedo alla vita, alla conoscenza, all’amore, con la consapevolezza di essere giunto alla “disperazione calma, senza sgomento”.

 

      *****

Congedo alla sapienza

e congedo all’amore.

Congedo anche alla religione.

Ormai sono a destinazione.

 

Ora che più forte sento

stridere il freno, vi lascio

davvero, amici. Addio.

Di questo, sono certo: io

son giunto alla disperazione

calma, senza sgomento.

 

Scendo. Buon proseguimento.

 

Accanto al viaggiatore, che scende dal treno augurando a tutti “buon proseguimento”,  in un’originale impostazione teatrale del testo, che consente di confrontare punti di vista diversi, di controbattere a taciti interlocutori, e di abbandonare il tono del monologo, compaiono altri personaggi, altre ‘prosopopee’, cioè altre personificazioni dell’io del poeta: la guida prudente, che conduce il viaggiatore disceso dal treno al di là della cresta del monte dove non c’è altro che mormorii diversi, voci, brusii; il rude guardacaccia (figura che avrà ampio sviluppo nelle raccolte successive); il preticello indeciso. Tutte esprimono delicatamente, in un registro linguistico medio e colloquiale inserito in una struttura fortemente segnata dall’uso della rima, il loro essere ai margini, il loro rifiuto di partecipare alla vita comune, la loro inappartenenza al mondo. Questo tema è presente anche ne Il gibbone, che prende spunto dal ricordo di un piccolo zoo di Livorno e dalla bestia (una scimmia dalle lunghe braccia) vista lì:

           IL GIBBONE

No, non è questo il mio

paese. Qua

- fra tanta gente che viene,

tanta gente che va - 

io sono lontano e solo

(straniero) come

l’angelo in chiesa dove

non c’è Dio. Come,

allo zoo, il gibbone.

 

Nell’ossa ho un’altra città

che mi strugge. E’ là.

L’ho perduta. Città

grigia di giorno e, a notte,

tutta una scintillazione

di lumi – un lume

per ogni vivo, come

qui al cimitero, un lume

per ogni morto. Città

cui nulla, nemmeno la morte,

-mai,- mi ricondurrà.

 

Il gibbone è un’altra prosopopea del poeta, e rappresenta anche il senso di una poesia che esprime l’estraneità, la lontananza e l’impossibilità del ritorno all’infanzia e alla giovinezza, o, più in generale, alla pienezza del vivere.

Che cosa possiamo leggere nel “congedo” di Caproni dalla vita?  Più che un presentimento di morte, che forse c’è  ma non costituisce il senso più profondo di questa poesia, c’è l’idea di una pluralità del soggetto che reagisce così alla perdita della sua consistenza; c’è l’idea della storia intesa come male da cui è esclusa ogni redenzione utopica o religiosa; c’è la lucida e disincantata riflessione sul Nulla che è oltre la vita e che sottrae senso alla vita stessa.

Altri poeti della generazione di Caproni sono in vario modo terrorizzati dalla storia, dalle trasformazioni che  a metà degli anni ’60 stanno intervenendo nella civiltà contadina e nelle città travolte dalle trasformazioni industriali, e cercano un rifugio fuori di essa, trovandolo nella realtà popolare, nella campagna, nella natura ( è il caso di Pasolini, Bertolucci, Penna, Sereni), a volte nella trascendenza (come Mario Luzi). Caproni accetta stoicamente i dati della modernità: la sua “disperazione calma, senza sgomento”, il suo disincanto, il consapevole nichilismo verso cui si avvia, sono la più lucida reazione all’assestarsi di una nuova società e di una nuova cultura, alla nuova tragedia – come venne interpretata dagli intellettuali più sensibili – che si aggiunse a quella del sopruso e della guerra, “la tragedia, in definitiva,- scrive lo stesso Caproni - dell’incapacità di ritrovare un’umanità concreta e profonda nello stesso benessere e nella morsa dell’industrializzazione che lo ha prodotto.”[13]

Come il suo viaggiatore, Caproni è in una “peregrinazione che è insieme ricerca e caccia”[14], in una divaricazione tra l’aspirazione a partecipare appassionatamente alle forme della vita, e il suo dislocarsi altrove, il suo distaccarsi e ‘congedarsi’; anch’egli indaga sul limite estremo, sull’ “ultimo borgo”, sui territori indeterminati che sono ‘al di là’, sulla frontiera, sul “muro della terra”, come intitola la raccolta, del ’74, che apre la stagione conclusiva della sua opera.

Il titolo, anch’esso tratto da un’espressione dantesca, quella dell’inizio del c. X dell’Inferno (Ora sen va per un secreto calle,/ tra ‘l muro della terra e li martìri), dove indicava la città di Dite e l’inferno vero e proprio, nella poesia di Caproni segnala l’inizio di una nuova perlustrazione ‘al limite’, ed è immagine del margine brevissimo che ci si trova a percorrere a fine millennio, l’epoca della “fine della storia”, come è stato più volte detto; il “muro della terra” è anche metafora dello spazio sempre più stretto che in questo tempo tocca alla poesia.[15]

I temi sono quelli già esperiti nelle raccolte precedenti: la solitudine, il viaggio, la inappartenenza (la estraneità), la contraddittorietà dell’esperienza, la coesistenza in ogni atto conoscitivo e artistico di essere e non essere, di identificazione e disappropriazione, di presenza e assenza: ma tutto il materiale personale ( ci sono anche poesie ispirate alla guerra, ai ricordi familiari, agli amici di giovinezza), tutto l’orizzonte culturale e linguistico sembrano subire un processo di rarefazione e essenzializzazione, radicalizzando, grazie anche alla forma epigrammatica di molti componimenti, il messaggio che ne deriva, in perfetto equilibrio tra oltranza estremistica (nichilistica) e tono narrativo, lieve, aereo.

Qualche esempio sarà utile per cogliere la peculiarità di questa poesia:

                L’IDROMETRA                                                                                                  ANCH’IO

Di noi, testimoni del mondo,                                                                                        Ho provato anch’io.

tutte andranno perdute                                                                                               E’ stata tutta una guerra

le nostre testimonianze.                                                                                             d’unghie. Ma ora so. Nessuno

Le vere come le false.                                                                                                potrà mai perforare

La realtà come l’arte.                                                                                                 il muro della terra.

 

                                                                                                                                 SENZA ESCLAMATIVI

Il mondo delle sembianze                                                                                       Com’è alto il dolore.

e della storia , egualmente                                                                                       L’amore, com’è bestia.

porteremo con noi                                                                                                    Vuoto delle parole

in fondo all’acqua, incerta                                                                                        che scavano nel vuoto vuoti

e lucida, il cui velo nero                                                                                            monumenti di vuoto. Vuoto

nessun idrometra più                                                                                                del grano che già raggiunse

pattinerà – nessuna                                                                                                    (nel sole) l’altezza del cuore.

libellula  sorvolerà

nel deserto, intero.

 

L’idrometra (sorta di insetto dal corpo sottile e dalle zampe lunghe, atte a camminare sull’acqua) e la libellula sono, nella loro impotenza e inattualità, figure della “fine della poesia” nell’epoca della “fine della storia”: ogni testimonianza andrà perduta, rimarrà il deserto o un’acqua nera, profonda, immagini del Nulla che toglie senso all’arte, alle manifestazioni dell’umanità.

Nella brevissima Anch’io il tentativo di andare “oltre”, di cogliere quello che c’è “dopo”, subisce un disincantato scacco conoscitivo; e di una disillusione, di un’amara e stoica constatazione di come vanno le cose umane ci parla il componimento Senza esclamativi, dedicato al dolore e all’amore ( profondo il primo, crudele il secondo: ci ricorda “A se stesso” di Leopardi), ma anche alle parole stesse della poesia, che riescono a dare solo nella martellante ripetizione l’idea del vuoto che avvolge l’intera esistenza umana, anche quelle esperienze che a noi sembrano più forti e più mature    ( è bellissima la metafora del grano che ha già raggiunto la sua maturazione, l’“altezza del cuore”). Ancora una volta, sono la solitudine, la perdita d’identità, l’assenza, i protagonisti della poesia di Caproni.

Ma v’è nella raccolta un tema, destinato a pervadere di sé tutta l’ultima produzione di Caproni, il tema dell’assenza di Dio, della sua morte e della sua inesistenza: esso da una parte diventa certificazione di una ricerca, di una domanda inesausta, destinata dunque allo scoramento e alla disillusione, dall’altra, radicale asserzione del vuoto alla cui opera il male collabora:

 

 

           IL CERCATORE                                                                                          coperta la faccia.

   Aveva posato                                                                                                       Si premeva gli occhi.

la sua lanterna sul prato.                                                                                                                     Aveva

Aveva allargato                                                                                                       perso completamente,

le braccia. Tutto                                                                                                       con la speranza, ogni traccia.

quel sole. Tutto

quel verde scintillio d’erba                                                                                                     I COLTELLI

per tutto il vallone.                                                                                                     “Be’?” mi fece.

Era scoraggiato.                                                                                                          Aveva paura. Rideva

                         “Come                                                                                                D’un tratto, il vento si alzò.

puoi farmi lume,”                                                                                                        L’albero, tutto intero, tremò.

pensava. “Come                                                                                                          Schiacciai il grilletto. Crollò.

può forare la tenebra,                                                                                                   Lo vidi, la faccia spaccata

in tanta inondazione                                                                                                     sui coltelli: gli scisti.

di luce?”                                                                                                                       ah, mio dio. Mio Dio.

               Piangeva                                                                                                        Perché non esisti?

quasi. S’era

 

                       

Il primo componimento, tratto dalla sezione “Bisogno di guida”, è impostato sul paradosso del “nihil obscurius luce”: il mondo dell’evidenza, della realtà oggettiva , non aiuta a vedere bene, in profondità, a “forare la tenebra”. Paradossalmente, per ridare speranza agli uomini, Dio va cercato proprio perché non c’è e non si trova, in una sorta di religione laica e personale, di “ateologia” (come la chiamò lo stesso poeta) o “teologia negativa”: “ ah, mio dio. Mio Dio. Perché non esisti?” – è la conclusione de I coltelli, riferimento drammatico al male della guerra, in cui Caproni si trovò di fronte un amico, ma sul fronte opposto: se ci fosse veramente Dio, se fosse solo absconditus, forse il male non ci sarebbe, oppure avrebbe un senso.

 

Il tema della ricerca di Dio e la figura del cercatore ritornano nella raccolta dell’ ’82 Il franco cacciatore, il cui titolo è ripreso dall’opera lirica di Carl Maria von Weber su libretto di Friedrich Kind: in realtà tutta la raccolta si presenta come una partitura musicale, non solo per le didascalie che scandiscono lo snodarsi del canto (Larghetto, Allegretto, Entremets, Coro, Aria del tenore), ma anche per le sottili rispondenze che legano le varie parti del percorso tematico.

La ricerca di Dio diventa “caccia”: la poesia e, insieme ad essa, la solitudine, sono un modo di porsi il problema di Dio; nell’Inserto in prosa presente nella raccolta, quasi a dividere il canto con una pausa meditativa, si legge:

 

Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma v’è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolore come un quarzo. Nera e trasparente  ( e tagliente) come l’ossidiana. L’allegria ch’essa può dare è indicibile. E’ l’adito – troncata netta ogni speranza – a tutte le libertà possibili. Compresa quella  ( la serpe che si morde la coda ) di credere in Dio, pur sapendo – definitivamente – che Dio non c’è e non esiste.

 

Il cercatore si fa cacciatore; la ricerca del Dio inesistente si accompagna ad altre ricerche impossibili, come quelle dell’infanzia, di un passato che sfugge ormai definitivamente e che quindi non è mai stato, dell’identità, del senso di se stessi e del mondo: la promessa di riconoscimento e di riconciliazione data dalla musica si fa vana, si dissolve, e così il cacciatore scopre di essere “cacciato”, in una caccia che si svolge in cerchio, dove l’inseguito insegue il suo inseguitore e non si può dire chi sia il perseguitato e chi il persecutore. Questa è la paradossale natura di ogni inseguimento nel tempo della perdita di identità[16], nel quale non bisogna rimuovere, con la spensieratezza dell’incoscienza, che “l’assassino” è in qualche modo anche “l’assassinato” , e viceversa:

 

  RIBATTUTA                                                                                                       GEOMETRIA

                       Il guardacaccia,                                                                            L’importante è colpire

                       con un sorriso ironico:                                                                alle spalle.

- Cacciatore, la preda                                                                                                           Come si forma un cerchio

che cerchi, io mai la vidi.                                                                                    dove l’inseguito insegue  

                                                                                                                             il suo inseguitore.

                      Il cacciatore,                                                                                  Dove non si può più dire

                      imbracciando il fucile:                                                                   (figure concomitanti

- Zitto. Dio esiste soltanto                                                                                     fra loro, e equidistanti)

nell’attimo in cui lo uccidi.                                                                                    chi sia il perseguitato

                                                                                                                               e chi il persecutore.

 

       GIUBILO                                                                                                                   PROPOSITO

Fischiettava, il fucile                                                                                                  Fa freddo nella storia.

in spalla, spensierato.                                                                                                  Voglio andarmene. Dove

non pensava, lui assassino,                                                                                         anch’io, col mio fucile scarico,

d’essere l’assassinato.                                                                                                 possa gridare: “Viktoria!”

 

 

“ Fa freddo nella storia”: la poesia de Il franco cacciatore delinea lo stato d’animo e la condizione di un soggetto prigioniero di un vuoto dietro il quale non c’è nulla, nemmeno il Nulla. Lo ha ben colto Giulio Ferroni, che così scrive:[17]

 

E’ la situazione che le filosofie contemporanee definiscono come ‘morte di Dio’, morte non soltanto dei valori religiosi, ma anche della stessa solidità e oggettività del mondo, della solidarietà civile, dello spirito comunitario. Caproni avverte come gli anni dopo il ’68, al di là dell’apparente movimento verso nuove forme di liberazione, rappresentino una frattura radicale con il passato, la perdita di ogni possibilità di controllare razionalmente lo sviluppo dei rapporti sociali, la mutazione degli stessi caratteri delle cose. La sua poesia scende nel profondo di questa mutazione, riflette su di essa con sorprendente capacità di invenzione; ne ricava una strana gioia, con un uso sempre più lieve dell’ironia, del falsetto, con un abbandono a inafferrabili paradossi…”

 

La raccolta successiva, Il Conte di Kevenhuller, dell’ ’86, riprendendo il tema della caccia, sposta l’accento sulla preda, sulla fascinazione e sulla paura della “bestia”, dell’ “altro” che in realtà si trova dentro di noi. Anch’essa ha struttura da opera lirica (segnalata da varie didascalie e dai titoli di alcuni componimenti: Il Libretto, Altre cadenze, Quasi una cabaletta, Strumenti dell’orchestra, Controcanto, Tre improvvisi sul tema, Smorzando, Due madrigaletti, Arietta di rimpianto, Ciarlette nel ridotto), e prende spunto dal governatore austriaco di Milano che in un decreto del 1792 offrì una taglia a chi avesse ucciso una misteriosa belva che si credeva si aggirasse nelle campagne intorno alla città e le infestasse.

Nella poesia di Caproni la Bestia diventa il simbolo delle paure, delle ossessioni che il potere e la società possono indurre, dell’inafferrabilità del senso, dell’elusività di ogni perentoria identità: la Bestia esiste e non esiste, bisogna cercarla ovunque si è ma sfuggirà sempre; si colloca nella paura stessa che suscita la sua estraneità, e nell’attimo stesso in cui la si colpirà si fallirà il colpo: straordinaria metafora dell’inconsistenza del nostro stato, dell’impossibilità di identificarlo con certezza:

 

 

CERTEZZA

( Cadrà.                                                                                                              – celarsi – dentro la sua morte…

Sicuramente                                                                                         La preda che ogni volta svia

cadrà, anche se non cadrà mai…                                                                       il piombo che la atterra, e svisa

Ti basterà crederlo…                                                                                         ogni bersaglio…

                                    Lei…                                                                                                           Lei…

La preda sempre eludente…                                                                              La preda che ti uccide uccisa

Sempre altra…                                                                                                   e ti risuscita…

                           La preda                                                                                                           La preda

- spara!- che infallibilmente                                                                               dalle mille contorte

centrata, oltre il fumo                                                                                         tracce, che immancabilmente

delle tue canne – oltre il grumo                                                                          colpita fallirai

dei lecci – vedrai scappar via                                                                             nell’attimo in cui la abbatterai…) 

 

 

 

 

 

 

Fino alla sua morte, avvenuta il 22 Gennaio 1990, Caproni continua a lavorare su un nucleo tematico individuato già alla fine dell’ 86, con la poesia Res amissa, che sarà il titolo della raccolta postuma, uscita il ’91.

Se la Bestia del Conte di Kevenhuller è il Male (le paure e le ossessioni), la res amissa (la cosa perduta) è il Bene, il “dono” che non ricordiamo più né che cosa sia né da chi sia venuto, ma di cui conserviamo solo una pungente nostalgia:

 

        GENERALIZZANDO

Tutti riceviamo un dono.

Poi, non ricordiamo più

né da chi né che sia.

 Soltanto, ne conserviamo

-pungente e senza condono-

la spina della nostalgia.

 

 

Il filosofo Giorgio Agamben, uno degli amici più stretti del poeta e curatore della sua raccolta postuma, nella introduzione all’edizione garzantiana di Res amissa riconduce il tema del Bene perduto a quello della “Grazia amissibile” ( che cioè si può perdere), presente nell’opera di uno degli autori prediletti da Caproni, Sant’Agostino: nel De natura et gratia  questi polemizzava con le tesi pelagiane relative all’inamissibilità della Grazia, alle quali Caproni sembra invece vicino: la Grazia (il Bene) è così profondamente infusa nella natura umana che essa non può essere perduta, ma solo dimenticata, e,ormai inconoscibile, desiderata con nostalgia. Caproni stesso ricorda in un suo scritto come nacque in lui l’idea del tema: “da un fatto molto banale, cioè dall’aver riposto un giorno una cosa a me carissima così gelosamente da non essere poi riuscito a rintracciarla.” Essa è dunque una cosa propria e nello stesso tempo inappropriabile, è vicina a noi eppure non la vedremo mai: è un’altra metafora di Dio, della sua “morte”, della sua problematica inesistenza, e della responsabilità umana che discende da queste tesi. Ne derivano una “calma disperazione” e un’ironia delicata e profonda, talvolta anche amara, visibile in molti componimenti:

 

 

          A CERTUNI                                                                                            SU FRASE FATTA

Dite pure di noi                                                                                               Non restano testimonianze.

-se questo vi farà piacere -                                                                              Grande che sia o meschino

che siamo dei rinunciatari.                                                                              quanto s’è fatto o detto

Che non riusciamo a tenere                                                                      non dura più di nebbia al mattino.

il passo con la Storia.

Le frasi fatte – sappiamo –

sono la vostra gloria.                                                                                                CONCESSIONE

Noi, non ve le contestiamo.                                                                                Buttate pure via

Essere in disarmonia                                                                                           ogni opera in versi o in prosa.

con l’epoca (andare                                                                                             Nessuno è mai riuscito a dire

contro i tempi a favore                                                                                        cos’è, nella sua essenza, una rosa.

del tempo) è una nostra mania.

Crediamo nell’anacronismo.

Nel fulmine. Non nell’avvenirismo. 

 

La scomparsa di Dio trascina con sé non solo la possibilità di consistenza dell’io, ma anche ogni illusione sulla facoltà di nominare oggetti ed eventi; si precisa così il rifiuto delle “frasi fatte”, delle convenzioni, dei luoghi comuni di una modernità rispetto alla quale si preferisce apparire rinunciatari, “essere in disarmonia con l’epoca”, essere “anacronistici” e non “avveniristici”. Nemmeno la letteratura e la poesia appaiono in grado di andare al cuore delle cose, se vogliono presumere di cogliere l’essenza e il significato della realtà. 

In occasione del Natale del 1989 Caproni scrisse, pubblicandola su “Famiglia Cristiana” una poesia dal lungo e intenso titolo:

 

 

DINANZI AL BAMBIN GESU’

PENSANDO AI TROPPI INNOCENTI

CHE NASCONO,DERELITTI, NEL MONDO  

 

 

Nel gelo del disamore…                                                                                              l’Erode ch’è in tutti noi.

senza asinello né bue…                                                                                                Vedi tu, che puoi

Quanti, con le stesse sue                                                                                               avere ascolto. Vedi

fragili membra, quanti                                                                                                   almeno tu, in nome

suoi simili, in tremore,                                                                                                   del piccolo Salvatore

nascono ogni giorno in questa                                                                                       cui, così ardentemente, credi,

Terra guasta!...                                                                                                              d’invocare per loro

                           Soli                                                                                                      un grano di carità.

e indifesi, non basta                                                                                                       A che mai serve il pianto

a salvarli il candore                                                                                                        - posticcio- del poeta?

del sorriso.                                                                                                                     Meno che a nulla. E’ soltanto

                     La Bestia                                                                                                   fatuo orpello. E’ viltà.

è spietata. Spietato

 

Al riconoscimento del Male e alla tenera carità verso i derelitti del mondo si affianca la terribile considerazione sul “pianto posticcio del poeta”, sulla pochezza e, in definitiva, sulla viltà delle sue parole nell’affrontare le pene di una Terra guasta: ma nelle mani di Caproni anche questa abiura diventa sofferto canto.

L’attualità della sua poesia è in questa lotta “senza quartiere e senza esito”, come scrive Geno Pampaloni[18], tra sentimento religioso e sentimento esistenziale, tra memoria della fede e ateismo, tra storia e metastoria (Fa freddo nella storia. Voglio andarmene.), e anche tra l’essere complici del male e l’esserne vittime.

Caproni ci ha lasciato, allora, come Leopardi, una lezione di suprema saggezza, di grande coraggio conoscitivo e di immensa compassione: il suo disincanto, la sua riflessione sul Nulla, la grazia leggera della sua poesia sono gli strumenti con cui ci insegna che si può cercare gioia e tenerezza anche nel “deserto” del mondo contemporaneo, e che è possibile trovare valori e civiltà anche nel tempo della “morte di Dio”.  

 

Gennaio 2010  

 



[1] E. Testa, introd. a Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, Einaudi 2005

[2] Cfr. l’ancora attuale G. Ferroni Dopo la fine. Sulla condizione postuma della letteratura, Einaudi 1996

[3] Cfr. U. Galimberti L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli 2007, Introduzione

[4] P.V. Mengaldo  introd. a Giorgio Caproni. L’opera in versi, I Meridiani Mondadori, 1998

[5] P.V. Mengaldo  op. cit.

[6] G. Caproni La scatola nera. Prefazione di G. Raboni, Garzanti 1996; pgg. 23 e 38

[7] G. Caproni La scatola nera, cit. pag. 157

[8] P.V. Mengaldo, op. cit. pag. XV

[9] R. Luperini La scrittura e l’interpretazione, vol. 6° t.I, pag. 449, Palumbo 1998

[10] “luoghi di comunicazione fra eros e morte, fra infanzia e maturità” le ha definite Franco Fortini

[11] E. Testa, op. cit., pag. 19

[12] Giovanni Raboni, da Giorgio Caproni. Tutte le poesie, Garzanti,1983

[13] G. Caproni La scatola nera, op.cit. pag. 190

[14] G. Ferroni Dopo la fine, cit. pag. 110

[15] Da un’intervista del 1988 di Caproni: Questo “muro della terra” per me significa il limite che incontra, ad un certo momento, la ragione umana….So che il destino di qualsiasi ricerca è imbattersi nel ‘Muro della terra’ oltre il quale si estendono i “luoghi non giurisdizionali” dove la ragione non ha più vigore… è da lì che comincia la ricerca poetica. 

[16] Cfr. anche il tema di A. Tabucchi Notturno indiano, che esce negli stessi anni (Sellerio,1984)

[17] G. Ferroni Profilo storico della letteratura italiana, Einaudi, 1992, pag. 1101

[18] G. Pampaloni, Tutte le poesie di G. Caproni, Garzanti 1983, Nota, pag. 632

 

 

 

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