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La
grazia lieve e la disperazione senza sgomento nella poesia di Giorgio Caproni
di Nicola Moretti ******************** …
non lo sopporto più il rumore della storia….
…
il mare in luogo della storia…. ( G. Caproni, da Il franco cacciatore )
Ci
sono tempi in cui più insistentemente che in altri ci si chiede che
cosa sia e che cosa debba essere la poesia, quale funzione essa abbia
e quale significato rappresenti nell’interrogarsi più generale
degli uomini sul senso della propria esistenza. Nella
storia politica e sociale del secondo Novecento italiano sono stati
due i momenti in cui il dibattito si è fatto intenso e ha messo in
campo le migliori voci della cultura. Il primo risale agli anni ’60,
agli anni del traumatico passaggio da una civiltà arcaica e contadina
alla crescita industriale e ad un neocapitalismo che veniva vissuto
contraddittoriamente: all’entusiastico ottimismo di molte forze
politiche e sociali fece da contraltare l’acuta coscienza critica e
disincantata, da parte di non molti intellettuali, dei nuovi
meccanismi economici all’origine del consumismo e della
trasformazione di valori che ne sarebbe derivata. Tutto questo
coinvolgeva direttamente la poesia: la radicalità delle sue risposte
fu una novità senza precedenti, manifestandosi esse da una parte
nella svalutazione della lirica e della tradizionale figura del poeta
(come nella produzione dell’ultimo Montale, in Pasolini, nel gruppo
63), dall’altra nel rifiuto “di eccessi parodistici e di riti di
avvilimento masochistico” – scrive Enrico Testa[1]-
e nel recupero coraggioso di un senso che i sostenitori della “morte
della letteratura” davano per perduto o impossibile: accettazione
della precarietà e della mutevolezza dell’esistenza, e
riflessione-racconto sullo scorrere del tempo, sulla realtà della
natura, sui cambiamenti della società. Il
secondo momento è quello del “sentimento della fine”[2],
che negli ultimi due decenni del Novecento ha attraversato, come una
sorta di filigrana, gran parte della produzione culturale italiana, e
non solo italiana: la fine delle grandi ideologie, quelle che nel
bene, e più spesso nel male, avevano contraddistinto la storia del
secolo, lasciava spazio a una sensazione di sfinimento, di crisi delle
tradizionali categorie con le quali si conosceva il mondo, di
incertezza sul cammino progressivo dell’umanità, di perdita di
valori, di generale depauperamento morale e spirituale di un’epoca. Di
quella stagione viviamo ancora gli esiti, immersi come siamo nel mondo
della “morte di Dio”, dell’impossibile risposta al “perché?”,
di un nichilismo che, lungi dall’essere potente e tragico strumento
di conoscenza, essendo legato ad una esaltazione acritica della
tecnica e del mercato, genera insensatezza, sofferenza, percezione
della propria inessenzialità, rifiuto delle tradizionali pratiche di
aiuto, ricerca del senso del proprio esistere in protesi esterne, e
non in “un’arte del vivere che dovrebbe consistere nel conoscere
le proprie capacità e nell’esplicitarle secondo misura.”[3]
Giorgio
Caproni ha attraversato la seconda metà del Novecento, come altri
poeti della sua stessa generazione, rispondendo in maniera originale e
personalissima a tutte le sollecitazioni che gli eventi e le
trasformazioni storiche e sociali proponevano: la sua poesia a partire
già dagli inizi, ma soprattutto dagli anni ’60 farà del tema della
morte e del nulla il centro di una riflessione e di un canto che
affrontano coraggiosamente le più acute lacerazioni del nostro tempo.
Il suo essere –come scrive Pier Vincenzo Mengaldo[4]
- “poeta moderno senza simbolismo” , cioè senza illusioni su una
possibile ricomposizione dell’armonia tra soggetto e realtà
esterna; la grazia leggera e incantata con cui nei suoi versi ci parla
della perdita, della inappartenenza, della ricerca di un senso, del
mistero (del “nulla oltre il nulla”) che si apre al di là del
“muro” della solida realtà oggettiva terrena; la stoica e
umbratile speranza nella “calma disperazione”: sono alcuni
elementi che rendono attualissimo questo poeta, per quella sua
“nativa unione – scrive ancora Mengaldo [5]
- di esattezza visiva e fluidità melica, di intellettualismo e
pathos”. Caproni
non rientrava affatto nei movimenti e nelle scuole poetiche dei tempi
che attraversò: accostato, volta per volta, agli ermetici, a Montale,
ai poeti liguri che egli certamente amò, a Saba, a Penna, a
Bertolucci e soprattutto a Betocchi, conservò sempre una sua
peculiarità umana e intellettuale, e una concezione della poesia
intesa come “Musica più idee”, come rifiuto del solipsismo e del
narcisismo, come espressione di libertà e di disobbedienza a ogni
forma di sopraffazione e di massificazione, come “estensione della
verità”, per renderla cioè ancora più ampia e misteriosa; i due
passi seguenti, tratti da La
scatola nera[6],
e riferiti a due periodi diversi della produzione critica di Caproni,
ne danno una lucida testimonianza: …
Benediciamo i poeti che ci riconciliano col linguaggio: loro che
veramente “dicono” la verità in quanto usano il linguaggio non
come mezzo di conoscenza ma come essenza: cioè a dire come verità in
atto. Loro che, coi loro nomi, creano o più modestamente pongono altri
alberi, sassi, uomini, fatti, sentimenti, illuminazioni, senza
alcun secondo fine, bensì soltanto per estendere
la verità, cioè per rendere ancora più ampia e misteriosa la verità,
al contrario dei filosofi che la definiscono e quindi la limitano, la finiscono, l’uccidono.
( “La Fiera Letteraria”, 22 Maggio 1947) L’esercizio
della poesia rimane puro narcisismo finché il poeta si ferma ai
singoli fatti esterni della propria esistenza o biografia. Ma ogni
narcisismo cessa non appena il poeta, partendo dalle proprie personali
esperienze, e costruendo con esse le proprie metafore, riesce a
chiudersi e a inabissarsi talmente in se stesso da scoprirvi, ripeto,
e portare a giorno, quei nodi di luce che sono non soltanto dell’io,
ma di tutta intera la tribù…Si arriva al paradosso che quanto più
il poeta si immerge nel pozzo del proprio io, tanto più egli
allontana da sé ogni facile accusa di solipsismo: appunto perché in
quella profondissima zona del suo io,
è il noi: un io che, dalla
singolarità, passa immediatamente alla pluralità. La funzione
sociale – civile – della poesia, sta, o dovrebbe stare, appunto in
questo…… Poesia significa in primo luogo libertà. Libertà e
disobbedienza di fronte a ogni forma di sopraffazione o di
annullamento della persona: di fronte a ogni forma di
irreggimentazione o, peggio, di massificazione.
( dalla conferenza in occasione della laurea honoris
causa conferitagli dall’Università di Urbino, 1984) Ma
c’è un terzo passo, tratto da una recensione del ’62 di Caproni
ad una raccolta di un altro poeta, Leonardo Sinisgalli[7],
che chiarisce essenziali linee
di poetica: La
poesia, si sa, è leggera come una piuma, più di una piuma,
addirittura come l’aria. E’ d’essenza eterea, volatile, e per
questo forse non sopporta gli scossoni e gli scarti bruschi di quel
gran carrozzone che, con relativo corteggio di trombe e di grancasse
pronte ad acclamare ogni volta il capolavoro del giorno, è diventata,
dico soprattutto per il romanziere, la ‘professione’ dello
scrittore. […] Il
poeta è sempre un dilettante. Scrive quando gli viene di scrivere,
come starnuta quando gli viene da starnutare, o s’innamora quando
gli viene di innamorarsi; né può quindi organizzarsi o fondare
un’industria, un commercio, un mercato. Per
di più il poeta è un gran testone. E’ pronto ad ascoltare tutti,
magari ad intimidirsi, ma poi continua a far come gli pare, o meglio
continua a far soltanto quello che può fare o gli vien di fare. Dopo
tanto cancan di accuse, di denigrazioni, di sollecitazioni più o meno
pelose, ecco che infine, calmatesi molto le acque più per stanchezza
del troppo vociare che per convinzione, stringi stringi sono proprio i
poeti di ‘ieri’ ad apparire i più vivi, coi loro piedi di piombo,
tra i ‘poeti d’oggi’. La
lunghezza della citazione è compensata dalla chiarezza e
dall’importanza di quanto scrive Caproni: a queste linee di poetica,
e alla morale di libertà e di intima coerenza che ne scaturisce, egli
fu sempre fedele. Ma
la fedeltà alla coerenza del proprio io non è di ostacolo alle
variazioni e ai mutamenti di una sensibilità che si matura a contatto
con l’amore, la morte, la guerra: ci sono evidenti costanti nella
poesia di Caproni (il viaggio, la città, gli odori, le nebbie, il
congedo, l’esilio), ma anche vistose variabili, che marcano
significativi passaggi biografici e storici. Nelle
prime raccolte (Come
un’allegoria 1936, Ballo a
Fontanigorda 1937, Finzioni
1941, Cronistoria 1943) gli esiti più efficaci e felici sono nelle
canzonette sensuali e nell’attenzione a particolari momenti, suoni,
odori. Con la preferita misura metrica del settenario e con l’uso
frequente di rime e allitterazioni, Caproni conferisce alla sua poesia
una particolare cantabilità; l’impressione è di grande e raffinata
semplicità in cui la naturalezza con la quale vengono vissute
esperienze di amore e di dolore diventa riflessione sulla generale
vicenda umana, e non solo sul proprio io. Leggiamo,
ad esempio, “Ricordo” e “Borgoratti”, tratti da Come un’allegoria:
RICORDO
BORGORATTI Ricordo una chiesa
antica,
Anche le vampe fiorite romita,
ai balconi di questo paese, nell’ora in cui
l’aria s’arancia
labile memoria ormai e si scheggia ogni
voce
dimentica la sera. sotto l’arcata
del cielo.
Come un’allegoria, Eri stanca,
una
fanciulla appare e ci sedemmo sopra
un gradino
sulla porta dell’osteria. come due
mendicanti.
Alle
sue spalle è un vociare
confuso d’uomini – e l’aspro Invece il sangue
ferveva
odore
del vino. di meraviglia, a
vedere ogni uccello
mutarsi in stella nel cielo. Nella
prima, il tessuto musicale della poesia, ottenuto con le
allitterazioni più che con la rima, la precisione icastica di ogni
elemento visivo, la struttura “a fisarmonica” della canzonetta,
sono i mezzi, maturi e originali, per far risaltare le note affettuose
e quasi “crepuscolari” di un amore sentito già come perdita, e la
sensualità che, conservando il suo fervore, si trasforma in
meraviglia per lo spettacolo naturale offerto dal cielo serale. Nella
seconda (Borgoratti era il sobborgo orientale di Genova dove abitava
Olga Franzoni, la ragazza di cui Caproni era innamorato e che sarebbe
morta i primi di Marzo del ’36) un paesaggio semplice e popolare,
degno di un pittore “macchiaiolo”, sottolineato dalle citazioni
carducciane della porta dell’osteria e dell’”aspro odore del
vino”, diventa lo sfondo di una inquietudine (“mia e altrui”
dice Caproni in un’intervista all’ “Avanti!” del 1965) e la
scena della labilità e dell’oblio, al di là del puro significato
letterale o figurativo della parola: appunto, “come
un’allegoria” la realtà è forse qualcosa d’altro che sfugge
alla ragione. Nelle
prove delle prime raccolte il fascino della poesia di Caproni è nella
sensuale freschezza, nel godimento del mondo sensibile, in
un’euforia fisica che trasforma la realtà in favola, in mito, nel
mito della giovinezza, dell’entusiasmo dell’amore e della vita, ma
con la presenza anche di momenti di trasognata malinconia: nella
raccolta Ballo a Fontanigorda
del ’38 (Fontanigorda è una località della Val Trebbia,
sull’Appennino Ligure, dove Caproni fu insegnante dal ’35 al
’38) alla sensuale esplosione di vitalità fisica che accompagna il
canto d’amore del poeta si alterna un turbamento sottile,
un’inquietudine che come una “folata”, un fremito leggero,
altera, anche se di poco, la “gaia danza” della giovinezza: QUESTO ODORE MARINO
BALLO
A FONTANIGORDA Questo
odore marino
Mentre per la pastura che
mi rammenta tanto
si
sparge l’amaro aroma i
tuoi capelli, al primo
d’una sera silvana, chiareggiato
mattino.
al suono dei clarinetti
chiari,
fra luci di colori Negli
occhi ho il sole fresco
e risa, s’infatua gaia del
primo mattino. Il sale
la
danza d’una montana del
mare…
allegria.
Insieme,
Bruciano
alla bramosia come
fumo d’un vino,
segreta, le carnagioni ci
inebriava, questo
giovani. A farne inquieta odore
marino.
l’aria,
una folata
basta fino al confine Sul
petto ho ancora il sale
ultimo
della prateria. d’ostrica
del primo mattino. Nel
nuovo amore per Rina, colei che divenne poi moglie di Caproni e a cui
è dedicata la raccolta, non manca però, in chiusura, a fare da
momento di riflessione, il ricordo di Olga Franzoni, in una
rievocazione bellissima, nella quale l’armonico alternarsi di
settenari e ottonari, con l’inserimento del lungo novenario del
secondo verso, i frequenti enjambements,
le anastrofi e gli iperbati, le rime e le assonanze conferiscono al
componimento una intensa musicalità, che attenua solo un po’ la
malinconia di un sentimento della vita che prende precocemente atto
del morire, del “chiudersi”, dello spegnersi, del “passare”: AD OLGA FRANZONI Questo
che in madreperla
bocche per gaie rincorse di
lacrime nei tuoi morenti
sa l’aria,e per scalmanate occhi
si chiuse chiaro
risse, paese,
stasera ancora
ora che spenti
rimuore sfocando il lume già
sono e giochi e alterchi
nel fiume, qui dove bassa chiassosi,
e di trafelate
canta una donna china
sopra l’acqua che passa. Anche
le liriche di Finzioni, del
’41, presentano le stesse tematiche e l’uso del settenario, il
verso della canzonetta settecentesca e popolare, ma in esse c’è una
più complessa configurazione del rapporto tra soggetto e mondo;
leggiamo, ad esempio: SONO DONNE CHE SANNO
ROMANZA
Sono donne che sanno
Torna
il tempo dei cori così
bene di mare
giovani, delle risate
all’aria
che sera inebria
che all’arietta che fanno
d’erbe, quando folate a
te accanto al passare rubano
alle mandole
dolci d’amore l’arie
senti sulla tua pelle
futili – le melodie fresco
aprirsi di vele
che
a serenate e a sagre
chiamano, e a carmagnole.
e alle labbra d’arselle deliziose
querele.
Non tu ritorni: e i giorni
che
già furono a questi
simili, dall’allegrie
d’allora
ora a più agre
note fan punto. E pare,
tu ormai remota e sola
e
in lacrime, nell’odor d’aglio
che sera toglie ai gigli
sian
vissuti per sbaglio. Nel
primo componimento gli otto settenari, che pur
formano,sintatticamente, un solo periodo, sono da Caproni divisi in
quattro distici, peraltro legati tra loro anche da nessi grammaticali
e dalla rima: la narrazione e la descrizione di un quadretto, di un
“idillio”, vengono così intimamente erosi da
un elemento intellettualistico (la struttura ricercata),
sottolineato anche dal titolo della raccolta “Finzioni”: esso è
ambiguo e ironico, rimandando da una parte alla “fictio”, al
termine latino che indica le figurazioni dei poeti, dall’altra allo
scarto ineliminabile tra il soggetto e la realtà, il mondo esterno.
Non c’è idillio in Caproni (Calvino lo vide benissimo) perché,
nonostante la concretezza degli sfondi e degli scenari in cui si
svolge il suo canto, “il poeta – scrive Mengaldo[8]
- benché profondamente finga
un ambiente consuetudinario e fraterno, in realtà è un ospite o un
passante”. In
Romanza è più chiara
questa estraneità: le allusioni evidenti alla poesia leopardiana, che
mettono in campo il ricordo e la rimembranza visiva e auditiva, a cui
si aggiunge anche la concretezza olfattiva di quell’ “odor
d’aglio che sera toglie ai gigli” (cioè il trasformarsi di un
sentore dolce in uno acre a causa del passar del tempo, del venir meno
della vita), imprimono già ai versi di Caproni una fluidità canora e
un sofferto intellettualismo che la parola poetica non cela ma, nello
stesso tempo, rende lieve: “Musica più idee”, come ebbe a
scrivere il poeta qualche anno più tardi. La
raccolta Cronistoria, del
’43, è segnata dall’incontro con Roma, dove Caproni insegnò e
visse dal 1938, e dalla guerra, nella quale il poeta combatté sul
fronte occidentale (“un capolavoro di insensatezza – scriverà in
un articolo sull’ “Unità” nel 1995 -; ero ossessionato dallo
sdegno, più che dall’orrore e dalla paura”); dal ’44, invece,
scelse di partecipare come partigiano alla guerra di liberazione sui
monti della Val Trebbia. Più
che contenere riferimenti precisi agli eventi bellici, questa poesia
è percorsa da un senso scabro della vita e da una contenuta
disperazione, soprattutto nella sezione dei 18 “Sonetti
dell’anniversario”, dedicati ancora al ricordo dell’amata Olga
Franzoni, dolcemente evocata a Roma, lontano dai luoghi della sua
esistenza, attraverso i segni dell’assenza e della perdita prodotti
da soffi di vento, fruscii di erba, brezze serali, nebbie, vetri
appannati: SONETTI PER L’ANNIVERSARIO XII
XVII Basterà
un soffio d’erba, un agitato
Il tuo nome che
debole rossore moto
dell’aria serale, e il tuo nome
fu sulla terra! Dal vetro che già più
non resisterà, già dissipato
brucia
al dicembre e s’appanna al vapore col
sospiro del giorno. Sarà come
timido del mio fiato che non sa quando,
per gioco, cedevi l’amato
rassegnarsi
a tacerti, io che città calore
della mano al marmo – come
vedo, fioca di nebbie, cui un ardore quando
il tuo sangue leggero, alitato
ultimo
di cavalli e foglie dà appena
dal tuo labbro, sulle chiome
la parvenza del sangue?.. Nell’albore dei
pioppi s’esauriva in un rossore
umido
cui si sfanno anche le mura vago
di brezza: e io sentivo la pena
dure di Roma, già altra paura di
quel lungo tuo eccedere in amore
ora
è nel petto – già altro, mio amore, disilluso
e lontano, tu la pena
è lo schianto se all’improvviso d’una di
non essere sola nel nitore
voce che chiama, soltanto il rossore d’un
presagio d’addio – tu già serena.
d’una sciarpa carpisco nella bruma. La
forma metrica del sonetto di endecasillabi, propria della grande
tradizione lirica italiana, sembra quasi controllare e contenere un
dolore che il passar del tempo (l’anniversario) non scalfisce nella
sostanza, ma rende semmai più dolce, più sfumato: senonché,
l’assenza della tradizionale ripartizione in quartine e terzine, lo
snodarsi del canto in due/tre lunghi periodi e una sintassi che va al
di là della misura del verso, grazie anche ai numerosissimi enjambements,
imprimono ai versi una tensione che deborda dall’ordine imposto dal
metro, riempiendoli così di inquietudine lieve, come lievi sono i
segni dell’evocazione e del ricordo. Le
raccolte degli anni ’50 e ’60 ( Anni
tedeschi, del ’47 e Stanze
della funicolare del ’52, poi confluite ne Il
passaggio di Enea, del ’56; Il
seme del piangere, del ’59; Congedo
di un viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee, del ’64)
segnano il momento della maturazione dell’esperienza poetica di
Caproni e un capitolo importante per la storia della poesia del
Novecento. La
poesia della guerra nei 12 sonetti di Anni
tedeschi lascia su uno sfondo molto lontano il racconto degli
eventi e della sua esperienza di partigiano; essa canta piuttosto
l’orrore e la tristezza, rievoca con grazia lieve le figure della
madre e del padre nel loro dolore, e oppone alla barbarie bellica il
desiderio di una vitalistica sensualità:
I
LAMENTI VII
Ahi i nomi per l’eterno abbandonati
Le giovinette così nude e umane
sui sassi. Quale voce, quale cuore
senza maglia sul fiume, con che miti
è negli empiti lunghi – nei velati
membra, presso le pietre acri e l’odore
soprassalti dei cani? Dalle gole
stupefatto dell’acqua, aprono inviti
deserte, sugli spalti dilavati
taciturni nel sangue! Mentre il sole
dagli anni, un soffio tronca le parole
scalda le loro dolci reni e l’aria
morte – sono nel sangue gli ululati
ha l’agrezza dei corpi, io in che parole
miti che cercano invano un amore
fuggo – perché m’esilio a una contraria
fra le pietre dei monti. E questo è il lutto
vita, dove quei teneri sudori,
dei figli? E chi si salverà dal vento
sciolti da pori
vergini, non hanno
muto sui morti – da tanto distrutto
che il respiro d’un nome?... Dagli afrori
pianto, mentre nel petto lo sgomento
leggeri
dei capelli nacque il danno
della vita più insorge?...Unico frutto,
che il mio cuore ora sconta. E ai bei madori
oh i nomi senza palpito – oh il lamento.
terrestri,
ecco che oppongo: oh versi! oh danno! Il
primo sonetto – disse Caproni in un’intervista del 1988 – “
racconta l’effetto che mi fece il vedere questi cadaveri
all’obitorio, i primi partigiani caduti in combattimento”: essi
sono “nomi per l’eterno abbandonati sui sassi”, sulle dure
pietre dei monti, e solo il guaire soffocato dei cani, i “miti
ululati” e i lamenti riescono ad esprimere lo sgomento; le parole
(la poesia) sono inadeguate, “morte”, inadatte a restituire
l’orrore di quei “nomi senza palpito”, senza vita. La
distanza e la contrapposizione tra vita e arte è presente anche ne Le
giovinette così nude e umane: in tono leggero, delicatamente
sensuale, per nulla malizioso, la scena mette in campo la vita nella
sua semplicità fatta di fisicità, di colori, di odori, e l’esilio
in “una contraria vita” del poeta, il suo ritiro in un mondo di
parole dove i corpi sono ridotti a semplici nomi:
questa coscienza del carattere artificiale e della
“finzione” della letteratura consentirono a Caproni la “spietata
lucidità conoscitiva della ricerca più recente del poeta dinanzi
alla crisi, individuale e storica insieme, del rapporto con la realtà
e dei suoi significati e valori”.[9] In
questi anni compare anche la tematica del viaggio, che avrà un posto
centrale nella successiva produzione di Caproni. Nelle
Stanze della funicolare
(poemetto di 12 stanze di endecasillabi precedute da un Interludio),
nel viaggio verticale della funicolare col suo scavalcare e toccare
diversi quartieri di Genova , fino a Staglieno, dove sorge il famoso
cimitero, e fino a perdersi nella nebbia, c’è il racconto-allegoria
della vita umana vista come inarrestabile viaggio verso la morte,
attraverso le varie fasi, rappresentate dal buio e dalla galleria (il
ventre materno) , la nascita, l’infanzia, la giovinezza, la maturità: Perché
è nebbia, e la nebbia è nebbia, e il latte nei
bicchieri è ancor nebbia, e nebbia ha nella
cornea la donna che in ciabatte lava
la soglia di quei magri bar dove
in Erebo è il passo. E, Proserpìna o
una scialba ragazza, mentre sciacqua i
nebbiosi bicchieri, la mattina è
lei che apre nella nebbia che acqua (solo
acqua di nebbia) ha nella nebbia molle
del sole in cui vana scompare l’arca
alla vista. La copre la nebbia vuota
dell’alba, e la funicolare già
lontana e insipida, scolora nella
nebbia di latte ove si sfa l’ultima
voglia di chiedere l’ora fra
quel lenzuolo di chiedere l’alt. Nel
paesaggio reale e al tempo stesso fantastico di una Genova diventata,
dopo il distacco nel ’38, “luogo dell’anima”, scena di
un’”epopea casalinga” (l’espressione è di De Robertis) che si
può leggere anche in chiave freudiana, appaiono anche altre immagini
care a Caproni: le latterie[10]
e i bar nelle albe invernali, i vicoli, le biciclette, i fanali, le
“ragazze in amore”, simboli concreti di una civiltà urbana
attraversata dai segni del lavoro, della umanità operosa, della
comunicazione e dello scambio tra gli uomini. “Si
avvia qui – scrive Enrico Testa[11]-
il trattamento, tra onirico e realistico, degli spazi urbani di Genova
[in seguito anche di Livorno]; si incontrano i luoghi caratteristici
della sua poesia… sfondi purgatoriali di sparizioni e attese…;
l’ora topica dell’alba, il motivo della nebbia che cala a
confondere la vista ed esautora ogni ipotesi di trascrizione mimetica
del reale”; la nebbia tornerà spesso nella poesia di Caproni, e sarà
il segno del mistero, dell’inafferrabilità del senso ultimo della
vita, del confuso sentiero che circonda il “muro della terra”,
dell’impenetrabilità del “nulla oltre il nulla”. Ma
è nel poemetto intitolato Il
passaggio di Enea, del ’56, che Caproni mette meglio a fuoco il
senso dell’esistenza come viaggio, come transito, come passaggio tra
un’epoca e l’altra ma anche tra la vita e la morte: nella nota che
accompagna la raccolta il poeta ci informa che l’idea del poemetto
gli nacque “guardando il classico monumentino ad Enea che, col padre
sulle spalle e il figlioletto per la mano, stranamente e curiosamente,
dopo varie peregrinazioni, a
Genova è finito in Piazza Bandiera presso l’Annunziata, una delle
piazze più bombardate della città”. Il
mito di Enea con Anchise
sulle spalle e Ascanio condotto per mano si fa inquietante, diventa
“prosopopea”, personificazione del poeta, ma anche di tutti gli
uomini, che vedono così rivelate a se stessi la impossibilità a
esistere in una realtà ferma e stabile, e la condanna a fuggire e a
muoversi, a cercare altre mete accettando la consunzione del passato. Il
poemetto (anch’esso, come le Stanze
della funicolare, preceduto da una Didascalia
con presenza di settenari e ottonari, e formato da 5 stanze di
endecasillabi) racconta un’ “epopea casalinga” insidiata dallo
sfacelo di una civiltà i cui valori Caproni vorrebbe portare in
salvo, come Enea in fuga da Troia: è la rappresentazione di una crisi
storica, evidenziata dalla “Didascalia” iniziale, in cui la libera
associazione delle immagini (la casa cantoniera, le tenebre notturne,
i rumori, il balenio dei fari delle automobili attraverso le stecche
delle persiane) sottolinea la realtà di un mondo poetico assediato
dalla civiltà delle macchine, degli “ammotorati viandanti”:
DIDASCALIA
******** Fu
in una casa rossa:
Nel
pulsare del sangue del tuo Enea la
Casa Cantoniera.
solo nella catastrofe, cui sgalla Mi
ci trovai una sera
il piede ossuto la rossa fumea di
tenebra, e pareva scossa
bassa che arrazza il lido – Enea che in spalla la
mente da un transitare
un passato che crolla tenta invano continuo,
come il mare.
di
porre in salvo, e al rullo d’un tamburo
ch’è uno schianto di mura, per la mano Sentivo
foglie secche,
ha
ancora così gracile un futuro nel
buio, scricchiolare.
da non reggersi ritto. Nell’avvampo Attraversando
le stecche
funebre d’una fuga su una rena delle
persiane, del mare
che scotta ancora di sangue, che scampo avevano
la luminescenza
può mai esserti il mare ( la falena scheletri
di luci rare.
verde dei fari bianchi) se con lui
senti di soprassalto che nel punto, Erano
lampi erranti
d’estrema
solitudine,sei giunto
d’ammotorati
viandanti.
più esatto e incerto dei nostri anni bui? Frusciavano
in me l’idea che
fosse il passaggio d’Enea. Enea
diventa così proiezione individuale, tentativo di autoritratto, una
risposta alla perdita di identità, negli anni della guerra fredda ma
anche alla vigilia dell’avvio della civiltà industriale; il senso
di solitudine è intenso, indotto anche da dolorosi eventi familiari,
come la morte della madre nel ’50 e del padre, a Bari, nel ’56.
Alla madre Caproni dedicherà l’intera raccolta del ’59 Il
seme del piangere; al
padre, rimasto vedovo e trasferitosi a Bari, una bellissima poesia,
presente nell’Appendice de Il passaggio di Enea: ALBANIA Quanti
gabbiani chiari
per lui, gli autobus (rari -
bianchi, neri – a Bari!
sul
lungomare) umani
avevano di quei gabbiani Sul
mare che pullulava
gli
squittii rotti – a Bari. di
polpi teneri, urlava (lungo
la palizzata
Assaporava molluschi freddissima
e soleggiata)
la guardia di finanza: il
cuore sbigottito
guardava con gli occhi lustri in
un silenzio inaudito.
il collo d’una ragazza. Mio
padre era finito
Ma io ero da me via, e
solo (a letto) a Bari.
e di passaggio, a Bari: E
s’io non muovevo un dito
piangevo in quell’albania
di gabbiani – di ali. Il
gioco delle rime, l’amato alternarsi di settenari e ottonari, la
cantabilità dei versi, esprimono il dolore della solitudine e della
perdita con grazia lieve, sottolineata anche dall’elegia del
paesaggio marino, dal rincorrersi quasi festoso di colori e dal
sorprendente neologismo “albania”inteso come “biancheggiare”,
e fortemente musicale e straniante nella sua funzione segnica. Una
tappa importante della produzione di Caproni è la raccolta, del
’59, Il seme del piangere,
canzoniere, da molti considerato come la sua migliore opera, dedicato
alla madre Anna Picchi, della cui vita, dalla giovinezza alla sua
entrata nell’al di là, è straordinaria rappresentazione. Il
titolo, tratto da un’espressione dantesca (Purg. XXXI,v. 45-46),
segnala già la complessità della raccolta, quasi a mettere in
guardia, “in limine”, dall’apparente semplicità del canto,
dall’interpretarlo solo come ‘canzoniere d’amore’dall’aerea
leggerezza, come farebbe pensare uno stilnovismo di base, evidente
soprattutto in alcuni componimenti, ad esempio Preghiera,che riprende moduli espressivi della celebre ballata di
Guido Cavalcanti e la medesima tensione verso un transfert che si realizza però anche nel tempo e non solo nello
spazio: PREGHIERA Anima
mia, leggera
Ma tu, tanto più netta va’
a Livorno, ti prego.
di me, la camicetta E
con la tua candela
ricorderai, e il rubino timida,
di nottetempo
di sangue, sul serpentino fa’
un giro; e, se n’hai il tempo,
d’oro che lei portava perlustra
e scruta, e scrivi
sul petto, dove s’appannava. se
per caso Anna Picchi è
ancora tra i vivi.
Anima
mia, sii brava
e va’ in cerca di lei. Proprio
quest’oggi torno,
Tu
sai cosa darei deluso
da Livorno.
se la incontrassi per strada. I
versi danteschi in epigrafe (…udendo
le sirene sie più forte, / pon giù il seme del piangere ed
ascolta…) sono quelli rivolti da Beatrice a Dante nel Paradiso
Terrestre prima che questi si bagni nel fiume Lete: sono un invito,
quando si ascolterà la voce seducente degli allettamenti terreni, a
deporre la confusione e la paura, le due cause del pianto e del
dolore. E’ lo stesso invito che Caproni rivolge a se stesso,prima
che ai suoi lettori: cantare il “seme del piangere” significa
allora ascoltare le lancinanti “sirene” di un’ispirazione
poetica dolcissima, che è in grado di entrare in contatto con la
madre giovane, amata come una fidanzata, che passa per le strade di
Livorno con la fresca semplicità della sua persona, con la sua
preziosa fragilità; ma significa anche spingere lo sguardo
“oltre”, interrogare anche il Nulla verso cui si dirige la madre,
diventata anch’essa portavoce del poeta, prosopopea,
rappresentazione dell’umanità nel suo essere “dolente,
affaticata, smarrita viaggiatrice dell’Ade, come nella magnifica
poesia intitolata Ad portam inferi”[12]:
LA GENTE SE L’ADDITAVA
da AD PORTAM INFERI Non
c’era in tutta Livorno
“Signore cosa devo fare,” un’altra
di lei più brava
quasi vorrebbe urlare, in
bianco, o in orlo a giorno.
come il giorno che il letto La
gente se l’additava
pieno di lei, stretto vedendola,
e si voltava
sentì il cuore svanire anche
lei a salutare,
in un così lungo morire. Il
petto le si gonfiava timido,
e le si riabbassava,
Guarda
l’orologio: è fermo. quieto
nel suo tumultuare
Vorrebbe domandare come
il sospiro del mare.
al
capotreno. Vorrebbe
sapere se deve aspettare Era
una personcina schietta
ancora
molto. Ma come, e
un poco fiera (un poco
come può, lei, sentire, magra),
ma dolce e viva
mentre
le resta in gola nei
suoi slanci; e priva
(c’è un fumo) la parola com’era
di vanagloria
ch’è
proprio negli occhi dei cani ma
non di puntiglio, e andava
la nebbia del suo domani? per
la maggiore a Livorno come
vorrei che intorno andassi
tu, canzonetta: che
sembri scritta per gioco, e
lo sei piangendo: e con fuoco. L’immagine
del treno e del viaggio ritorna con maggiore consistenza metaforica nella raccolta del ’65 Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee, vero
punto di svolta e spartiacque nell’opera di Caproni. Vi si immagina
che un viaggiatore “cerimonioso”, che ha partecipato alla
conversazione dello scompartimento con gentilezza, rispetto delle
forme e modi di linguaggio desueti e fuori tempo, assunti quasi come
riti per differire il momento della dipartita, si congedi dai suoi
compagni di viaggio, scusandosi del disturbo arrecato, sistemando con
qualche difficoltà la valigia “pesante anche se non contiene gran
che” ( è il bagaglio delle esperienze e dei ricordi ), e confessi
di ignorare “il luogo del trasferimento”: è il congedo alla vita,
alla conoscenza, all’amore, con la consapevolezza di essere giunto
alla “disperazione calma, senza sgomento”.
***** Congedo
alla sapienza e
congedo all’amore. Congedo
anche alla religione. Ormai
sono a destinazione. Ora
che più forte sento stridere
il freno, vi lascio davvero,
amici. Addio. Di
questo, sono certo: io son
giunto alla disperazione calma,
senza sgomento. Scendo.
Buon proseguimento. Accanto
al viaggiatore, che scende dal treno augurando a tutti “buon
proseguimento”, in
un’originale impostazione teatrale del testo, che consente di
confrontare punti di vista diversi, di controbattere a taciti
interlocutori, e di abbandonare il tono del monologo, compaiono altri
personaggi, altre ‘prosopopee’, cioè altre personificazioni
dell’io del poeta: la guida prudente, che conduce il viaggiatore
disceso dal treno al di là della cresta del monte dove non c’è
altro che mormorii diversi, voci, brusii; il rude guardacaccia (figura
che avrà ampio sviluppo nelle raccolte successive); il preticello
indeciso. Tutte esprimono delicatamente, in un registro linguistico
medio e colloquiale inserito in una struttura fortemente segnata
dall’uso della rima, il loro essere ai margini, il loro rifiuto di
partecipare alla vita comune, la loro inappartenenza al mondo.
Questo tema è presente anche ne
Il gibbone, che prende spunto dal ricordo di un piccolo zoo di
Livorno e dalla bestia (una scimmia dalle lunghe braccia) vista lì: IL
GIBBONE No,
non è questo il mio paese.
Qua -
fra tanta gente che viene, tanta
gente che va - io
sono lontano e solo (straniero)
come l’angelo
in chiesa dove non
c’è Dio. Come, allo
zoo, il gibbone. Nell’ossa
ho un’altra città che
mi strugge. E’ là. L’ho
perduta. Città grigia
di giorno e, a notte, tutta
una scintillazione di
lumi – un lume per
ogni vivo, come qui
al cimitero, un lume per
ogni morto. Città cui
nulla, nemmeno la morte, -mai,-
mi ricondurrà. Il
gibbone è un’altra prosopopea del poeta, e rappresenta anche il
senso di una poesia che esprime l’estraneità, la lontananza e
l’impossibilità del ritorno all’infanzia e alla giovinezza, o, più
in generale, alla pienezza del vivere. Che
cosa possiamo leggere nel “congedo” di Caproni dalla vita?
Più che un presentimento di morte, che forse c’è
ma non costituisce il senso più profondo di questa poesia,
c’è l’idea di una pluralità del soggetto che reagisce così alla
perdita della sua consistenza; c’è l’idea della storia intesa
come male da cui è esclusa ogni redenzione utopica o religiosa; c’è
la lucida e disincantata riflessione sul Nulla che è oltre la vita e
che sottrae senso alla vita stessa. Altri
poeti della generazione di Caproni sono in vario modo terrorizzati
dalla storia, dalle trasformazioni che
a metà degli anni ’60 stanno intervenendo nella civiltà
contadina e nelle città travolte dalle trasformazioni industriali, e
cercano un rifugio fuori di essa, trovandolo nella realtà popolare,
nella campagna, nella natura ( è il caso di Pasolini, Bertolucci,
Penna, Sereni), a volte nella trascendenza (come Mario Luzi). Caproni
accetta stoicamente i dati della modernità: la sua “disperazione
calma, senza sgomento”, il suo disincanto, il consapevole nichilismo
verso cui si avvia, sono la più lucida reazione all’assestarsi di
una nuova società e di una nuova cultura, alla nuova tragedia –
come venne interpretata dagli intellettuali più sensibili – che si
aggiunse a quella del sopruso e della guerra, “la tragedia, in
definitiva,- scrive lo stesso Caproni - dell’incapacità di
ritrovare un’umanità concreta e profonda nello stesso benessere e
nella morsa dell’industrializzazione che lo ha prodotto.”[13]
Come
il suo viaggiatore, Caproni è in una “peregrinazione che è insieme
ricerca e caccia”[14],
in una divaricazione tra l’aspirazione a partecipare
appassionatamente alle forme della vita, e il suo dislocarsi altrove,
il suo distaccarsi e ‘congedarsi’; anch’egli indaga sul limite
estremo, sull’ “ultimo borgo”, sui territori indeterminati che
sono ‘al di là’, sulla frontiera, sul “muro
della terra”, come intitola la raccolta, del ’74, che apre la
stagione conclusiva della sua opera. Il
titolo, anch’esso tratto da un’espressione dantesca, quella
dell’inizio del c. X dell’Inferno (Ora
sen va per un secreto calle,/ tra ‘l muro della terra e li martìri),
dove indicava la città di Dite e l’inferno vero e proprio, nella
poesia di Caproni segnala l’inizio di una nuova perlustrazione ‘al
limite’, ed è immagine del margine brevissimo che ci si trova a
percorrere a fine millennio, l’epoca della “fine della storia”,
come è stato più volte detto; il “muro della terra” è anche
metafora dello spazio sempre più stretto che in questo tempo tocca
alla poesia.[15] I
temi sono quelli già esperiti nelle raccolte precedenti: la
solitudine, il viaggio, la inappartenenza (la estraneità), la
contraddittorietà dell’esperienza, la coesistenza in ogni atto
conoscitivo e artistico di essere e non essere, di identificazione e
disappropriazione, di presenza e assenza: ma tutto il materiale
personale ( ci sono anche poesie ispirate alla guerra, ai ricordi
familiari, agli amici di giovinezza), tutto l’orizzonte culturale e
linguistico sembrano subire un processo di rarefazione e
essenzializzazione, radicalizzando, grazie anche alla forma
epigrammatica di molti componimenti, il messaggio che ne deriva, in
perfetto equilibrio tra oltranza estremistica (nichilistica) e tono
narrativo, lieve, aereo. Qualche
esempio sarà utile per cogliere la peculiarità di questa poesia:
L’IDROMETRA
ANCH’IO Di
noi, testimoni del mondo,
Ho provato anch’io. tutte
andranno perdute
E’ stata tutta una guerra le
nostre testimonianze.
d’unghie. Ma ora
so. Nessuno Le
vere come le false.
potrà mai perforare La
realtà come l’arte.
il
muro della terra.
SENZA ESCLAMATIVI Il
mondo delle sembianze
Com’è
alto il dolore. e
della storia , egualmente
L’amore, com’è bestia. porteremo
con noi
Vuoto
delle parole in
fondo all’acqua, incerta
che scavano nel vuoto vuoti e
lucida, il cui velo nero
monumenti di vuoto. Vuoto nessun
idrometra più
del grano che già raggiunse pattinerà
– nessuna
(nel sole) l’altezza del cuore. libellula
sorvolerà nel
deserto, intero. L’idrometra
(sorta di insetto dal corpo sottile e dalle zampe lunghe, atte a
camminare sull’acqua) e la libellula sono, nella loro impotenza e
inattualità, figure della “fine della poesia” nell’epoca della
“fine della storia”: ogni testimonianza andrà perduta, rimarrà
il deserto o un’acqua nera, profonda, immagini del Nulla che toglie
senso all’arte, alle manifestazioni dell’umanità. Nella
brevissima Anch’io il
tentativo di andare “oltre”, di cogliere quello che c’è
“dopo”, subisce un disincantato scacco conoscitivo; e di una
disillusione, di un’amara e stoica constatazione di come vanno le
cose umane ci parla il componimento Senza esclamativi, dedicato al dolore e all’amore ( profondo il
primo, crudele il secondo: ci ricorda “A se stesso” di Leopardi),
ma anche alle parole stesse della poesia, che riescono a dare solo
nella martellante ripetizione l’idea del vuoto che avvolge
l’intera esistenza umana, anche quelle esperienze che a noi sembrano
più forti e più mature ( è bellissima la metafora del grano che ha già
raggiunto la sua maturazione, l’“altezza del cuore”). Ancora una
volta, sono la solitudine, la perdita d’identità, l’assenza, i
protagonisti della poesia di Caproni. Ma
v’è nella raccolta un tema, destinato a pervadere di sé tutta
l’ultima produzione di Caproni, il tema dell’assenza di Dio, della
sua morte e della sua inesistenza: esso da una parte diventa
certificazione di una ricerca, di una domanda inesausta, destinata
dunque allo scoramento e alla disillusione, dall’altra, radicale
asserzione del vuoto alla cui opera il male collabora:
IL
CERCATORE
coperta la faccia.
Aveva posato
Si premeva gli occhi. la
sua lanterna sul prato.
Aveva Aveva
allargato
perso
completamente, le
braccia. Tutto
con la speranza, ogni traccia. quel
sole. Tutto quel
verde scintillio d’erba
I
COLTELLI per
tutto il vallone.
“Be’?” mi fece. Era
scoraggiato. Aveva
paura. Rideva
“Come
D’un tratto, il vento si alzò. puoi
farmi lume,”
L’albero, tutto intero, tremò. pensava.
“Come
Schiacciai
il grilletto. Crollò. può
forare la tenebra,
Lo vidi, la faccia spaccata in
tanta inondazione
sui
coltelli: gli scisti. di
luce?”
ah, mio dio. Mio Dio.
Piangeva
Perché non esisti? quasi.
S’era
Il
primo componimento, tratto dalla sezione “Bisogno di guida”, è
impostato sul paradosso del “nihil obscurius luce”: il mondo
dell’evidenza, della realtà oggettiva , non aiuta a vedere bene, in
profondità, a “forare la tenebra”. Paradossalmente, per ridare
speranza agli uomini, Dio va cercato proprio perché non c’è e non
si trova, in una sorta di religione laica e personale, di
“ateologia” (come la chiamò lo stesso poeta) o “teologia
negativa”: “ ah, mio dio. Mio
Dio. Perché non esisti?” – è la conclusione de I
coltelli, riferimento drammatico al male della guerra, in cui
Caproni si trovò di fronte un amico, ma sul fronte opposto: se ci
fosse veramente Dio, se fosse solo absconditus,
forse il male non ci sarebbe, oppure avrebbe un senso. Il
tema della ricerca di Dio e la figura del cercatore ritornano nella
raccolta dell’ ’82 Il franco
cacciatore, il cui titolo è ripreso dall’opera lirica di Carl
Maria von Weber su libretto di Friedrich Kind: in realtà tutta la
raccolta si presenta come una partitura musicale, non solo per le
didascalie che scandiscono lo snodarsi del canto (Larghetto,
Allegretto, Entremets, Coro, Aria del tenore), ma anche per le
sottili rispondenze che legano le varie parti del percorso tematico. La
ricerca di Dio diventa “caccia”: la poesia e, insieme ad essa, la
solitudine, sono un modo di porsi il problema di Dio; nell’Inserto in prosa presente nella raccolta, quasi a dividere il canto
con una pausa meditativa, si legge: Vi
sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere
Dio. Ma v’è una stoica accettazione più nobile ancora: la
solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolore come
un quarzo. Nera e trasparente (
e tagliente) come l’ossidiana. L’allegria ch’essa può dare è
indicibile. E’ l’adito – troncata netta ogni speranza – a
tutte le libertà possibili. Compresa quella
( la serpe che si morde la coda ) di credere in Dio, pur
sapendo – definitivamente – che Dio non c’è e non esiste. Il
cercatore si fa cacciatore; la ricerca del Dio inesistente si
accompagna ad altre ricerche impossibili, come quelle dell’infanzia,
di un passato che sfugge ormai definitivamente e che quindi non è mai
stato, dell’identità, del senso di se stessi e del mondo: la
promessa di riconoscimento e di riconciliazione data dalla musica si
fa vana, si dissolve, e così il cacciatore scopre di essere
“cacciato”, in una caccia che si svolge in cerchio, dove
l’inseguito insegue il suo inseguitore e non si può dire chi sia il
perseguitato e chi il persecutore. Questa è la paradossale natura di
ogni inseguimento nel tempo della perdita di identità[16], nel quale non bisogna
rimuovere, con la spensieratezza dell’incoscienza, che
“l’assassino” è in qualche modo anche “l’assassinato” , e
viceversa: RIBATTUTA
GEOMETRIA
Il guardacaccia,
L’importante
è colpire
con un sorriso ironico:
alle
spalle. -
Cacciatore, la preda
Come si forma un cerchio che
cerchi, io mai la vidi.
dove
l’inseguito insegue
il suo inseguitore.
Il cacciatore,
Dove
non si può più dire
imbracciando il fucile:
(figure concomitanti -
Zitto. Dio esiste soltanto
fra
loro, e equidistanti) nell’attimo
in cui lo uccidi.
chi sia il perseguitato
e
chi il persecutore.
GIUBILO
PROPOSITO Fischiettava,
il fucile
Fa freddo nella storia. in
spalla, spensierato.
Voglio
andarmene. Dove non
pensava, lui assassino,
anch’io, col mio fucile scarico, d’essere
l’assassinato.
possa
gridare: “Viktoria!” “
Fa freddo nella storia”: la poesia de Il
franco cacciatore delinea lo stato d’animo e la condizione di un
soggetto prigioniero di un vuoto dietro il quale non c’è nulla,
nemmeno il Nulla. Lo ha ben colto Giulio Ferroni, che così scrive:[17] E’ la situazione che le filosofie contemporanee definiscono come ‘morte di Dio’, morte non soltanto dei valori religiosi, ma anche della stessa solidità e oggettività del mondo, della solidarietà civile, dello spirito comunitario. Caproni avverte come gli anni dopo il ’68, al di là dell’apparente movimento verso nuove forme di liberazione, rappresentino una frattura radicale con il passato, la perdita di ogni possibilità di controllare razionalmente lo sviluppo dei rapporti sociali, la mutazione degli stessi caratteri delle cose. La sua poesia scende nel profondo di questa mutazione, riflette su di essa con sorprendente capacità di invenzione; ne ricava una strana gioia, con un uso sempre più lieve dell’ironia, del falsetto, con un abbandono a inafferrabili paradossi…” La
raccolta successiva, Il Conte di
Kevenhuller, dell’ ’86, riprendendo il tema della caccia,
sposta l’accento sulla preda, sulla fascinazione e sulla paura della
“bestia”, dell’ “altro” che in realtà si trova dentro di
noi. Anch’essa ha struttura da opera lirica (segnalata da varie
didascalie e dai titoli di alcuni componimenti: Il
Libretto, Altre cadenze, Quasi una cabaletta, Strumenti
dell’orchestra, Controcanto, Tre improvvisi sul tema, Smorzando, Due
madrigaletti, Arietta di rimpianto, Ciarlette nel ridotto), e
prende spunto dal governatore austriaco di Milano che in un decreto
del 1792 offrì una taglia a chi avesse ucciso una misteriosa belva
che si credeva si aggirasse nelle campagne intorno alla città e le
infestasse. Nella
poesia di Caproni la Bestia diventa il simbolo delle paure, delle
ossessioni che il potere e la società possono indurre,
dell’inafferrabilità del senso, dell’elusività di ogni
perentoria identità: la Bestia esiste e non esiste, bisogna cercarla
ovunque si è ma sfuggirà sempre; si colloca nella paura stessa che
suscita la sua estraneità, e nell’attimo stesso in cui la si colpirà
si fallirà il colpo: straordinaria metafora dell’inconsistenza del
nostro stato, dell’impossibilità di identificarlo con certezza: CERTEZZA (
Cadrà.
– celarsi – dentro la sua morte… Sicuramente
La
preda che ogni volta svia cadrà,
anche se non cadrà mai…
il piombo che la atterra, e svisa Ti
basterà crederlo…
ogni bersaglio…
Lei…
Lei… La
preda sempre eludente…
La preda che ti uccide uccisa Sempre
altra…
e ti risuscita…
La preda
La preda -
spara!- che infallibilmente
dalle
mille contorte centrata,
oltre il fumo
tracce, che immancabilmente delle
tue canne – oltre il grumo
colpita
fallirai dei
lecci – vedrai scappar via
nell’attimo in cui la abbatterai…)
Fino
alla sua morte, avvenuta il 22 Gennaio 1990,
Caproni continua a lavorare su
un nucleo tematico individuato già alla fine dell’ 86, con la
poesia Res amissa, che sarà il titolo della raccolta postuma, uscita il
’91. Se
la Bestia del Conte di
Kevenhuller è il Male (le paure e le ossessioni), la res
amissa (la cosa perduta) è il Bene, il “dono” che non
ricordiamo più né che cosa sia né da chi sia venuto, ma di cui
conserviamo solo una pungente nostalgia:
GENERALIZZANDO Tutti
riceviamo un dono. Poi,
non ricordiamo più né
da chi né che sia. Soltanto,
ne conserviamo -pungente
e senza condono- la
spina della nostalgia. Il
filosofo Giorgio Agamben, uno degli amici più stretti del poeta e
curatore della sua raccolta postuma, nella introduzione all’edizione
garzantiana di Res amissa riconduce
il tema del Bene perduto a quello della “Grazia amissibile” ( che
cioè si può perdere), presente nell’opera di uno degli autori
prediletti da Caproni, Sant’Agostino: nel De
natura et gratia questi
polemizzava con le tesi pelagiane relative all’inamissibilità della
Grazia, alle quali Caproni sembra invece vicino: la Grazia (il Bene)
è così profondamente infusa nella natura umana che essa non può
essere perduta, ma solo dimenticata, e,ormai inconoscibile, desiderata
con nostalgia. Caproni
stesso ricorda in un suo scritto come nacque in lui l’idea del tema:
“da un fatto molto banale, cioè dall’aver riposto un giorno una
cosa a me carissima così gelosamente da non essere poi riuscito a
rintracciarla.” Essa è dunque una cosa propria e nello stesso tempo
inappropriabile, è vicina a noi eppure non la vedremo mai: è
un’altra metafora di Dio, della sua “morte”, della sua
problematica inesistenza, e della responsabilità umana che discende
da queste tesi. Ne derivano una “calma disperazione” e un’ironia
delicata e profonda, talvolta anche amara, visibile in molti
componimenti: A CERTUNI
SU FRASE FATTA Dite
pure di noi
Non
restano testimonianze. -se
questo vi farà piacere -
Grande che sia o meschino che
siamo dei rinunciatari.
quanto
s’è fatto o detto Che
non riusciamo a tenere
non dura più di nebbia al mattino. il
passo con la Storia. Le
frasi fatte – sappiamo – sono
la vostra gloria.
CONCESSIONE Noi,
non ve le contestiamo.
Buttate pure via Essere
in disarmonia
ogni opera in versi o in prosa. con
l’epoca (andare
Nessuno è mai riuscito a dire contro
i tempi a favore
cos’è, nella sua essenza, una rosa. del
tempo) è una nostra mania. Crediamo
nell’anacronismo. Nel
fulmine. Non nell’avvenirismo.
La
scomparsa di Dio trascina con sé non solo la possibilità di
consistenza dell’io, ma anche ogni illusione sulla facoltà di
nominare oggetti ed eventi; si precisa così il rifiuto delle “frasi
fatte”, delle convenzioni, dei luoghi comuni di una modernità
rispetto alla quale si preferisce apparire rinunciatari, “essere in
disarmonia con l’epoca”, essere “anacronistici” e non
“avveniristici”. Nemmeno la letteratura e la poesia appaiono in
grado di andare al cuore delle cose, se vogliono presumere di cogliere
l’essenza e il significato della realtà.
In
occasione del Natale del 1989 Caproni scrisse, pubblicandola su
“Famiglia Cristiana” una poesia dal lungo e intenso titolo: DINANZI AL BAMBIN GESU’ PENSANDO AI TROPPI INNOCENTI CHE NASCONO,DERELITTI, NEL MONDO
Nel
gelo del disamore…
l’Erode ch’è in tutti noi. senza
asinello né bue…
Vedi
tu, che puoi Quanti,
con le stesse sue
avere ascolto. Vedi fragili
membra, quanti
almeno
tu, in nome suoi
simili, in tremore,
del piccolo Salvatore nascono
ogni giorno in questa
cui,
così ardentemente, credi, Terra guasta!...
d’invocare per loro
Soli
un grano di carità. e
indifesi, non basta
A che
mai serve il pianto a
salvarli il candore
- posticcio- del poeta? del
sorriso.
Meno
che a nulla. E’ soltanto
La Bestia
fatuo orpello. E’ viltà. è
spietata. Spietato Al
riconoscimento del Male e alla tenera carità verso i derelitti del
mondo si affianca la terribile considerazione sul “pianto posticcio
del poeta”, sulla pochezza e, in definitiva, sulla viltà delle sue
parole nell’affrontare le pene di una Terra
guasta: ma nelle mani di Caproni anche questa abiura diventa
sofferto canto. L’attualità
della sua poesia è in questa lotta “senza quartiere e senza
esito”, come scrive Geno Pampaloni[18], tra sentimento religioso
e sentimento esistenziale, tra memoria della fede e ateismo, tra
storia e metastoria (Fa freddo
nella storia. Voglio andarmene.), e anche tra l’essere complici
del male e l’esserne vittime. Caproni ci ha lasciato, allora, come Leopardi, una lezione di suprema saggezza, di grande coraggio conoscitivo e di immensa compassione: il suo disincanto, la sua riflessione sul Nulla, la grazia leggera della sua poesia sono gli strumenti con cui ci insegna che si può cercare gioia e tenerezza anche nel “deserto” del mondo contemporaneo, e che è possibile trovare valori e civiltà anche nel tempo della “morte di Dio”. Gennaio
2010 [1] E. Testa, introd. a Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, Einaudi 2005 [2] Cfr. l’ancora attuale G. Ferroni Dopo la fine. Sulla condizione postuma della letteratura, Einaudi 1996 [3] Cfr. U. Galimberti L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli 2007, Introduzione [4] P.V. Mengaldo introd. a Giorgio Caproni. L’opera in versi, I Meridiani Mondadori, 1998 [5] P.V. Mengaldo op. cit. [6] G. Caproni La scatola nera. Prefazione di G. Raboni, Garzanti 1996; pgg. 23 e 38 [7] G. Caproni La scatola nera, cit. pag. 157 [8] P.V. Mengaldo, op. cit. pag. XV [9] R. Luperini La scrittura e l’interpretazione, vol. 6° t.I, pag. 449, Palumbo 1998 [10] “luoghi di comunicazione fra eros e morte, fra infanzia e maturità” le ha definite Franco Fortini [11] E. Testa, op. cit., pag. 19 [12] Giovanni Raboni, da Giorgio Caproni. Tutte le poesie, Garzanti,1983 [13] G. Caproni La scatola nera, op.cit. pag. 190 [14] G. Ferroni Dopo la fine, cit. pag. 110 [15] Da un’intervista del
1988 di Caproni: Questo
“muro della terra” per me significa il limite che incontra, ad
un certo momento, la ragione umana….So che il destino di
qualsiasi ricerca è imbattersi nel ‘Muro della terra’ oltre
il quale si estendono i “luoghi non giurisdizionali” dove la
ragione non ha più vigore… è da lì che comincia la ricerca
poetica. [16] Cfr. anche il tema di A. Tabucchi Notturno indiano, che esce negli stessi anni (Sellerio,1984) [17] G. Ferroni Profilo storico della letteratura italiana, Einaudi, 1992, pag. 1101 [18] G. Pampaloni, Tutte le poesie di G. Caproni, Garzanti 1983, Nota, pag. 632 | ||||||||||||
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