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LA POESIA DI MARIO LUZI

La ricerca dell’assoluto nel caos della realtà

(conversazione tenuta presso il Liceo Socrate il 10 Maggio 2007) 

di  Nicola Moretti

********************

Il nostro è un ponte, o forse il sogno di un ponte
verso un tempo di ragione, se mai verrà.

                                   (M. Luzi, da Ipazia )

testi di Mario Luzi >>

Prima di iniziare vorrei affrontare rapidamente una questione preliminare.  

Credo che abbiate tutti ricevuto il fascicoletto contenente una breve antologia, da me curata, di poesie e di qualche testo in prosa di Mario Luzi. E’ ovvio che è solo mia la responsabilità del criterio di scelta di queste liriche e di questi testi: come ogni antologia, essa è limitata e parziale, ma mi sono sforzato di renderla il più possibile rappresentativa dell’intero itinerario poetico di Luzi, benché esso, svolgendosi nell’arco di settant’anni, mal sopporti le riduzioni a cui inevitabilmente si è costretti nel breve tempo concesso ad una conversazione quale è quella di stasera. La complessità della ricerca espressiva e del senso della poesia di Mario Luzi è tale che i suoi molteplici aspetti (ad es., il rapporto con la letteratura italiana e straniera del ‘900, il rapporto con Dante e la sua Commedia, con le arti figurative, con le filosofie contemporanee, con la politica; la sua religiosità; il suo teatro, la sua saggistica) meriterebbero analisi e approfondimenti di ben altra dimensione e spessore; tuttavia, qualche indicazione sarà da me fornita nel corso di questa conversazione, che, lo ribadisco, mira essenzialmente a proporre al vostro ascolto la personalità e la voce di uno dei più grandi poeti della nostra epoca, a cui è tempo che la Scuola dedichi maggior attenzione.  La mia conversazione, allora, sarà, o cercherà di essere, un esercizio di lettura e commento, dai quali sia possibile – è la mia speranza – per ciascuno di voi ricavare in seguito, nella rilettura personale dei testi, qualche suggestione e qualche stimolo per nuove e anche diverse riflessioni.

Per presentarvi la poesia di Mario Luzi  e iniziare a parlarvi del tema con cui ho intitolato questa conversazione (“la ricerca dell’assoluto nel caos della realtà”) vorrei leggere una sua lirica del 1985, tratta dalla raccolta “Per il battesimo dei nostri frammenti”, e qualche riga tratta da sue considerazioni sulla poesia e sull’essere poeta. La lirica è

Vola alta parola

Vola alta, parola, cresci in profondità,

tocca nadir e zenith della tua significazione,

giacché talvolta lo puoi  - sogno che la cosa esclami

nel buio della mente –

però non separarti

da me, non arrivare,

ti prego, a quel celestiale appuntamento

da sola, senza il caldo di me

o almeno il mio ricordo, sii

luce, non disabitata trasparenza…

La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?

( “Vola in alto, parola, e diventa anche più profonda, raggiungi le punte estreme  - lo zenith e il nadir – della tua capacità di cercare e dare significato, perché talvolta ne sei capace; tu, parola, sogno che gridi ad alta voce quello che esprimi nelle tenebre di una mente che non comprende; ma non allontanarti da me, non arrivare, te ne prego, a quell’incontro divino – la significazione o Dio? O entrambi? – da sola, senza il mio calore vitale, senza il ricordo di me. Sii luce, non un semplice involucro senza sostanza, senza traccia di umanità. Che cosa deve essere la poesia?  Deve rivelare l’anima, il significato profondo delle cose, o dare voce alla sofferenza del poeta?”)

In questi versi è delineato il nucleo della poetica luziana: la parola deve essere alta e profonda, esperire la direzione in basso  -la vita,la sofferenza,la realtà caotica nei suoi frammenti difficilmente ricomponibili- e quella in alto, la tensione verso la luce; come un sogno, nel buio della mente deve rischiarare ciò che l’uomo non riesce a vedere e a comprendere, permettendogli così di capire e di dare un nome e un senso a ciò che ha intorno. Ma all’altezza e alla profondità la poesia, per non svuotarsi e divenire senz’anima, deve aggiungere il calore e l’umanità di chi l’ha espressa.

Questa funzione della poesia era stata già argomentata e discussa nelle riflessioni contenute nel saggio “Discorso naturale” dell’ ’84 :

Il poeta, secondo me, è alla pari come individuo con tutto l’altro che vive, pensa e soffre, per quanto abbia in più la possibilità di cavare un senso dalla vicenda del mondo. E’ insomma un personaggio, fra i tanti, della commedia, anche se lui ha l’uso e il privilegio, forse, della parola.

Quello che a me spetta, a me in quanto scrittore di oggi, è di non alzare la voce, di non sopraffare il dettato, di non soverchiare il discorso col mio ego e di lasciare parlare le cose….

Se la poesia esiste, essa è dovunque. Se la poesia esiste non esiste solo nel taglio della mia mente, non esiste solo nel desiderio della mia attuazione individuale, la poesia è nel mondo, è scritta nel mondo, è dovunque,e io devo soprattutto trovarla. Devo essere il mediatore di questo riconoscimento, di questa cognizione.

Si delineano così alcune costanti dell’opera luziana, che , come una sorta di filigrana, la rendono riconoscibile nelle varie forme e nei vari sviluppi che essa avrà nei settant’anni di attività, dal 1935 al 2005: l’umiltà,la coscienza di avere il privilegio e la possibilità di trarre un senso “dalla vicenda del mondo”, il voler lasciare parlare le cose  per ascoltarle, per essere il mediatore, secondo un’impronta platonica, tra la realtà e la sua  vera cognizione.

E’ un codice, questo, sempre risorgente nella vivace creatività di Luzi, espressa nelle 16 raccolte di poesia, nel teatro, nella saggistica, ma continuamente mobile, tanto da costituire la falsariga di un viaggio di immaginazione e conoscenza, promesso sin dall’avvio della sua ricerca espressiva.

Gli inizi dell’attività poetica di Luzi avvengono nei modi dell’Ermetismo fiorentino, nel 1935, con la raccolta “La barca”, in cui certo orfismo e certo preziosismo stilistico propri di quella scuola (la poesia per pochi iniziati; il suo carattere evocativo; la concentrazione linguistica; l’isolamento in uno spazio interiore) sono temperati da una problematica esistenziale di profonda impronta cristiana (Sant’Agostino in particolare) che ha già contorni ben definiti, affrontando temi e riflessioni che in forme diverse si ritroveranno nelle altre raccolte: il rapporto tra uomo e tempo, la fugacità del tempo umano, la sua inessenzialità e labilità, la realtà folta di oggetti e situazioni minimali, di cui si sottolinea l’inconsistenza, l’angoscia del mutamento su cui, però, prevale “il fascino di una incognita dolorosa”, come dirà in uno scritto del 1997 (“Ricerca della propria immagine”), che è anche un quasi definitivo bilancio:

Il mutamento, la metamorfosi: questo è stato e resta il tema dei temi della mia poesia, ed è giusto che anche il mio intimo autoritratto ne sia investito e perfino reso impossibile. Mai però ho sentito questo tema come sola commemorazione elegiaca di ciò che si perde: il sentimento della perdita non manca, è anzi drammatico; tuttavia mi pare abbia in passato prevalso su di esso il fascino di una incognita dolorosa.

Mutamento, metamorfosi, perdita: il divenire di se stessi e della storia è avvertito

come dramma, ma anche come possibilità,  dolorosa ed insieme fascinatoria, del poeta moderno di dare forma all’esistente, al mistero della creazione che si riflette nel mistero della creazione artistica; e come possibilità di sperimentare il nuovo.

Nella lirica “Toccata” in termini auditivi ( il titolo appartiene alla terminologia musicale, ed evoca una composizione libera, ma anche virtuosistica, con la funzione di preparare all’ascolto dei brani  successivi) viene sottolineato il tema della passività e dell’evanescenza del transito umano nella storia:

Toccata

Ecco aprile, la noia                                                                           

dei cieli d’acqua  di polvere,                                                             

la quiete della stuoia                                                                        

alla finestra, un tocco                                                                       

di vento, una ferita;                                                                           

questa aliena presenza della vita                                                      

nel vano delle porte                                                                          

nei fiumi tenui di cenere                                                                  

nel tuo passo echeggiato dalle volte.                                                

                                                

In uno stile nominale, sottolineato da rime e allitterazioni, con la totale ellissi del verbo, si addensano i segni della vita che però non si rivela esplicitamente nella presenza di figure umane, tranne che in quel “tu” indefinito (o meglio, definito da un aggettivo possessivo) dell’ultimo verso; ne risulta un sentimento di estraneità nei confronti della vita, segnalata attraverso termini e figure di assenza e di passaggio ( le finestre, il vano delle porte, i fiumi “tenui di cenere”, colore quaresimale, che indica la caducità della vita; il passo echeggiato dalle volte), mentre la noia, l’aprile e la sua ferita rinviano a precisi modelli culturali importanti nella formazione di Luzi: il simbolismo francese ( Mallarmé in particolare) e la poesia di Eliot.

Nella lirica “Alla vita” i temi si fanno più complessi, si arricchiscono di espansioni che segnalano già la maturità del poeta, nonostante egli sia  ancora alla prima raccolta:

Alla vita

 

Amici ci aspetta una barca e dondola

nella luce ove il cielo s’inarca

e tocca il mare,

volano creature pazze ad amare

il viso d’Iddio caldo di speranza

in alto in basso cercando

affetto in ogni occulta distanza

e piangono: noi siamo in terra

ma ci potremo un giorno librare

esilmente piegare sul seno divino

come rose dai muri nelle strade odorose

sul bimbo che le chiede senza voce.

 

Amici dalla barca si vede il mondo

e in lui una verità che procede

intrepida, un sospiro profondo

dalle foci alle sorgenti;

la Madonna dagli occhi trasparenti

scende adagio incontro ai morenti,

raccoglie il cumulo della vita, i dolori

le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.

Le ragazze alla finestra annerita

con lo sguardo verso i monti

non sanno finire d’aspettare l’avvenire.

 

Quello della barca che dondola in mezzo al mare e da cui si guarda il mondo è un “topos  che ha origini antiche, classiche e stilnovistiche, dantesche ( pensiamo a “Guido i’ vorrei…, o a  molte similitudini e metafore della Divina Commedia); in Luzi esso ha una torsione spirituale nuova, significando una distanza che non è indifferenza o lontananza dalla vita, ma aspetto imprescindibile della condizione umana da cui scaturisce una tensione verso la luce, verso Dio, come fanno gli uccelli (le “creature pazze”) nel loro volo, scomposto in basso e in alto ma inebriato dalla indefinita (“occulta”) distanza. La barca è anche il luogo della riflessione, in cui si coglie la verità: essa consiste nel “sospiro profondo”, nel ritmo che scaturisce dalla tensione tra nostalgia e desiderio: nostalgia delle origini, delle scaturigini, delle “sorgenti”, e desiderio delle “foci”, dello sbocco nel “gran mar dell’essere” che è l’eternità, Dio, l’assoluto. Pur nei segni di dolore, di ferita (la Madonna che scende incontro ai  morenti; la faccia inumidita dal pianto; la finestra “annerita”, segno di lutto), lo sguardo delle ragazze verso i monti indica la incessante attesa del futuro, la speranza.[1]

 

Dopo la seconda raccolta “Avvento notturno”, del ’40, nella quale la poesia è compiutamente  ermetica, fatta di immagini preziose, di oggetti lussuosi, di paesaggi esotici, emblemi intellettuali freddi, enigmatici, privi di referenti concreti, quasi ad esorcizzare, nella dimensione di una totale astrazione letteraria, l’incubo della guerra, “Un brindisi”,del ’46, è opera di rallegramento e di augurio: ma il poeta non si lascia conquistare da una facile allegria o da un superficiale ottimismo, cogliendo piuttosto, attraverso raccolte atmosfere autunnali ed invernali, e dialoghi familiari o con una imprecisata interlocutrice, il profondo e tormentato rapporto tra storia e metastoria, tra un tempo immanente, che ha tutti i caratteri della transitorietà e della labilità, della desolazione e della tristezza, e un tempo trascendente, che esprime la tensione verso la persistenza, verso l’assoluto.

La lirica “Croce di sentieri”, scritta nel ’42, è rappresentativa di tale orientamento, di una scelta che punta ancora, attraverso immagini di passaggio, di assenza, di immobilità, a mettere in evidenza l’essenza spirituale dell’universo, conoscibile per via intuitiva, indipendentemente dalla storia umana:

Croce di sentieri

 

Sfuma l’acqua precipite i pendii,                                                                    

più le siepi non ronzano e le more                                                                  

si coprono di bruma. Tu devii                                                                         

dalla tua ombra, a poco a poco è sera.                                                            

 

Vaghe, più vaghe errano dietro un velo                                                           

di polvere le vespe, i cani ansanti                                                                   

e le viottole:l’aria intorno al melo                                                                   

s’annebbia, un breve spirito trascorre.                                                            

 

I ruscelli profumano di miele

e di menta svanita sotto i ponti

minuscoli ove passi insieme al sole

ed ai lenti colori della vita.

 

Dietro i tuoi quieti passi che mi lasciano

qua seduto sull’argine nel bianco

splendore della polvere, che fugge,

che si stacca per sempre dal mio fianco?

La voce dei pastori nelle gole

dei monti si raggela, dalla selva

esce fumo e si tinge di viola,

le mie vesti si velano di brina.

Paesaggio e atmosfere autunnali; una immagine acquatica legata al tema del transito (qui c’è anche un passaggio di stagione); una vaga presenza femminile che reca i segni del distacco attraverso la metafora dell’ombra che, col calare della sera, sembra allontanarsi dal corpo che la proietta; l’interrogazione (“ che fugge, che si stacca per sempre dal mio fianco?”) che è piuttosto una constatazione dell’immobilità del poeta mentre la donna si muove, crede nella vita, nel movimento: l’ultima quartina rappresenta l’io lirico fatto cosa tra le cose, sull’argine, a raffigurare la immobilità e la sospensione dell’essere, di chi crede nell’altra vita e si separa dal divenire, dal movimento, dalla storia. La “croce di sentieri” del titolo, oltre a rappresentare un bivio in cui i due protagonisti prenderanno strade diverse, l’una per il divenire, l’altro per il persistere, allude alla tematica cristologica e religiosa sottesa a tutta la lirica e sottolineata dal fumo che “si tinge di viola”, colore quaresimale, purgatoriale: l’esistenza umana è intesa cattolicamente come transito, passaggio per l’al di là.

Una nuova fase della poesia di Luzi si apre nel ’52 con la raccolta “Primizie del deserto”: l’assenza e l’immobilità degli anni precedenti lasciano il posto ad una inquietudine profonda che si traduce da un lato in paesaggi tetri, aspri, perennemente scossi dal vento (il “deserto”), dall’altro nella costante ricerca di un ponte tra essere e divenire, mutamento e identità, nell’incerta speranza che questo possa in qualche modo lenire la penosa insensatezza del vivere. E’ ancora il tempo il protagonista di questa poesia, il tempo della realtà che scandisce il cammino dell’esistenza, consentendo talvolta anche all’arido deserto della vita di generare “primizie”, i frutti della speranza. Le ragioni della storia si lasciano intravedere dietro i desolati paesaggi della raccolta, ispirati dalla distruzione operata dalla guerra da poco terminata, dalle difficoltà della ricostruzione, dall’asprezza di un dibattito politico che non consente più l’oblioso porto della stasi, dell’immobilità: il poeta si pone alla ricerca di un più complesso senso della realtà, per cui il giudizio sul mondo non si traduce in un rifiuto o in un assenso, ma in atteggiamento interrogativo che non esclude la possibilità di modificare la realtà degli uomini e delle cose. Cominciano a cambiare lo stile, che tende verso un andamento narrativo prima sconosciuto, e , in parte, i contenuti, che si aprono a memorie di adolescenza e ad ambienti della quotidianità urbana, anzi borghigiana, in una sorta di topografia e geografia interiore. La lirica “Nella casa di N. compagna d’infanzia” può rappresentare esemplarmente questi sviluppi:

Nella casa di N. compagna d’infanzia

Il vento è un aspro vento di quaresima,                                              

geme dentro le crepe, sotto gli usci,                                                   

sibila nelle stanze invase, e fugge;                                                     

fuori lacera a brano a brano i nastri                                                  

delle stelle filanti se qualcuna                                                            

impigliata nei fili fiotta e vibra,                                                          

l’incalza, la rapisce nella briga.

 Io sono qui, persona in una stanza,                                                          

uomo nel fondo di una casa, ascolto

lo stridere che fa la fiamma, il cuore

che accelera i suoi moti, siedo, attendo.

Tu dove sei? sparita anche la traccia…

Se guardo qui la furia e se più oltre

l’erba, la povertà grigia dei monti.

In un paesaggio desolato, percosso dal vento primaverile (“di quaresima”, con forte connotazione simbolica), con i fluttuanti residui di una festa , probabilmente di Carnevale (“i nastri delle stelle filanti”), l’io lirico in una stanza nel fondo di una casa ascolta i battiti del suo cuore e lo stridere della fiamma, della vita intorno a sé, e attende, interrogando un’assenza e volgendo lo sguardo, al di là della furia che imperversa, ai monti lontani, brulli e grigi nel cielo nuvoloso. Nel ricordo de “La casa dei doganieri” di Montale vengono affrontati in tono colloquiale i temi di fondo, con un interrogativo che è, sì, senza risposta, ma rompe il solipsismo dell’io lirico e la tendenza all’accentramento su di sé che come una corteccia aveva impedito un vero dialogare e un vero confrontarsi del poeta con gli altri, con la storia.

Ed anche in “Canto” il poeta, interloquendo con una vaga immagine femminile, ritorna sulle sue tematiche preferite (il mutamento e la “quietudine”, cioè la mutazione e il persistere; il tempo come “aspro viaggio” della vita che contiene nascita, malattia, morte, affetti e perdita):

Canto

 

Dove vai che nel vento arido corri                                                       

una di quelle vie senza stagioni                                                           

dietro i cui muri luminosi                                                                    

un passo che rintroni aizza i cani                                                        

e sveglia l’eco? Visti dalla casa                                                          

da cui ti guardo, dove il corpo vive,                                                   

movimento e quietudine si sfanno.                                                     

                                                                                                             

T’invoco per la notte                                                                            

che viene e per il sonno;                                                                       ,

tu che soffri, tu sola puoi soccorrermi                                                 

in questo cieco transito dal tempo

al tempo, in questo aspro viaggio

da quel che sono a quello che sarò

vivendo una vita nella vita,

dormendo un sonno nel sonno.

Tu, adorata, che soffri come me,

di cui mi dà vertigine pensare

che il tempo, questo freddo

tra gli astri e sulle tempie e altro, contiene

la nascita, la malattia, la morte,

la presenza nel mio cielo e la perdita.

Sono presenti formule che esprimono a pieno l’ideologia cattolica dell’autore e quindi i temi del passaggio, della transizione e della transitorietà, cui fa da contrasto l’ingenua e quasi patetica resistenza dell’uomo al tempo, che trova uno dei suoi simboli più ricorrenti nel motivo della casa e della vita domestica, e che oppone i minimi valori del privato quotidiano allo sfacelo dei giorni e alle delusioni della storia.

La poesia di Luzi, con la raccolta “Onore del vero”, del ’57, arriva alla maturità, nella delineazione di un mondo ridotto a fenomenologia dell’inessenziale, a manifestazione del precario, dell’apparenza, sì che le cose rinviano,secondo una prospettiva religiosa, all’assoluto trascendente. Il titolo della raccolta nasce da una riflessione sulla realtà, sul vero,  in  anni  di  aspre  polemiche  intellettuali  suscitate  negli  ambienti  del neorealismo e del neosperimentalismo.

Luzi delinea la sua nozione di realismo naturale, che compendia le tesi sostenute in numerosi suoi scritti, come quello del luglio ’54, “Dubbi sul realismo poetico”, chiara sintesi del punto di vista critico del poeta:

Non nella realtà secondo la nozione che implica di essa il realismo, ma nella natura percepita con purezza, nella sua voce profonda e continua che informa i linguaggi degli uomini risiede la possibilità di conciliare il dissenso tra soggettivo e oggettivo, tra l’assoluto ideale e il concreto storico.

Sono riflessioni importanti per comprendere l’evoluzione della poesia di Luzi.

Leggiamo, ad esempio, “Onde”:

   Onde                                                                                                  

Qui è la lotta con se stesso del mare                                                    

che nelle cale livide si torce,

si svelle dalla sua continuità,                                                               

s’innalza, manda un fremito e ricade.                                                  

Il mare, sai, mi associa al suo tormento,                                              

il mare viene, volge in fuga, viene,                                                         

coniuga tempo e spazio in questa voce                                                

che soffre e prega rotta alle scogliere.                                                                                                                                                          

La “lotta del mare con se stesso”, in questo apparente impressionismo paesaggistico, si fa riflessione sul tema di fondo della poesia luziana, il conflitto tra movimento e stasi, tra mutamento e continuità, tra divenire ed essere: il tormento del mare, che consiste nelle sue continue metamorfosi, è il tormento del poeta, attraverso l’umanizzazione dell’ultimo verso ( la “voce che soffre e prega rotta alle scogliere”), che celebra l’incontro con il tempo e le cose, ma anche il confronto con la sua intimità in evoluzione.

I versi de “La notte lava la mente” chiudono la raccolta “Onore del vero”.

La notte lava la mente

La notte lava la mente.

Poco dopo si è qui come sai bene,

fila d’anime lungo la cornice,

chi pronto al balzo, chi quasi in catene.

Qualcuno sulla pagina del mare

traccia un segno di vita, figge un punto.

Raramente qualche gabbiano appare.

Nelle due terzine di endecasillabi, precedute da un ottonario, di matrice palesemente dantesca, Luzi rievoca un rito iniziatico e propiziatorio che, in una descrizione che contamina il primo e l’ultimo canto del Purgatorio (cfr. i vv.142-145 del c.XXXIII ), sembra sintetizzare l’intera architettura del secondo regno ultramondano, il regno che associa il tempo del divenire, il tempo della storia, alla tensione verso l’eterno, l’assoluto. “La notte lava la mente” richiama le abluzioni espiatorie cui Dante viene sottoposto da Virgilio e, nel paradiso terrestre, da Matelda che lo esorta a lavarsi e a bere l’acqua del Lete e dell’Eunoè per farsi degno della luce.

Luzi, emancipandosi dal modello dantesco, immagina notturna questa iniziazione: la notte – osserva il critico Silvio Ramat -  è in linea con lo spirito poetico del Novecento, e potrebbe intendersi come luogo proprio dei sogni, presupporre così un sogno catartico: solo a mente pulita, in una ricreata verginità psichica e sentimentale, si è pronti al grande balzo, mentre sul mare i rari segni di vita attiva indicano, secondo un codice sempre presente in Luzi, la transitorietà e la inessenzialità degli eventi umani visti nella prospettiva religiosa.

Negli anni ’60 due raccolte, “Dal fondo delle campagne” e “Nel magma” danno forma alla costante riflessione di Luzi sulla realtà e sulla ricerca del senso più profondo di essa.

Prima notte di primavera

 

Che muore, che nasce                                                                          

ora che un brontolio di tuono sgretola                                               

l’altezza della notte, annunzio                                                            

improvviso di primavera che rompe il sonno…                                 

                                                                                                            

Generazioni su generazioni

d’uomini chi vinto chi levato                                                               

nella fierezza dei suoi mali, età                                                          

profonde con dolore una nell’altra,                                                   

in una sofferenza, in un sol punto

premono, fanno tutte ressa, e geme

e cigola da pila a pila il ponte

oscuro verso l’ultima campata

e la pianta protesa dalla radice al frutto.

Porto la mano sulla fitta, ascolto.

Prima notte di primavera, gonfia

e lacera tra l’avvenire e l’essere.

In “Prima notte di primavera”, tratta da “Dal fondo delle campagne”, del ’61, la stagione della rinascita e del verde della speranza ha preso il posto  degli scenari autunnali della prima poesia luziana, ma è anche momento di una intensa e dolorosa riflessione sul bilancio dell’esistenza umana: la primavera diventa immagine problematica (“gonfia e lacera”) del transito tra vita e morte, tra avvenire ed essere.

Luzi ha ormai chiaro che la socialità e un vivo senso della storia (“Generazioni su generazioni/ d’uomini chi vinto chi levato/ nella fierezza dei suoi mali…”) sono di gran conforto alla pena dell’uomo, ma avverte anche i limiti di questa esperienza contingente, ed esprime così il bisogno di affidarsi ad un’altra dimensione, alla luce che è al di là dell’”ultima campata” del ponte “oscuro” che è la vita.

Il “magma” del titolo della raccolta del ’63 è un’allusione alla complessità magmatica e sfuggente della realtà, alle sue trasformazioni incandescenti, ma anche alla vitalità ardente a lei connessa, alla possibilità di una conoscenza che avvenga nell’ardore di un sentimento etico profondo, di chiara matrice religiosa.

Il carattere prosastico della raccolta, l’abbandono dell’endecasillabo, il linguaggio divenuto più corposo, impuro, da un lato segnalano la crisi della dimensione propriamente lirica, dall’altro la decisione di immedesimarsi nello spessore magmatico della realtà storica, non certo per una volontà di impegno, per Luzi, in quegli anni, anacronistica, ma per un bisogno di parlare del caotico accadere e cercarvi un senso trascendente. In “Ma dove”, a partire dallo stesso titolo, il tema è quello della perdita, della alienazione, della lacerazione:

 

Ma dove

 

“ Non è più qui” insinua una voce di sorpresa                                   

“il cuore della tua città” e si perde                                                    

nel dedalo già buio                                                                            

se non fosse una luce                                                                         

piovosa di primavera in erba                                                            

visibile al di sopra dei tetti alti.                                                        

                                                                                                           

Io non so che rispondere e osservo

le api di questo viridario antico,                                                      

i doratori d’angeli, di stipi,                                                                                                                   

i lavoranti di metalli e d’ebani

chiudere ad uno ad uno i vecchi antri

e spandersi un po’ lieti e un po’ spauriti nei vicoli attorno.

“Non è più qui, ma dove?” mi domando

 mentre l’accidentale e il necessario

imbrogliano l’occhio della mente

e penso a me e ai miei compagni, e al rotto

conversare con quelle anime in pena

di una vita che quaglia poco, al perdersi

del loro brulicame di pensieri in cerca di un polo.

Qualcuno cede,qualcuno resiste nella sua fede

[ tenuta stretta.

 Il poeta non riesce più a cogliere “il cuore della sua città”, il senso dell’affaccendarsi di uomini-api nel “viridario antico”, in quello che una volta era un giardino, un Eden cittadino; quando “accidentale e necessario”, caso e necessità, si confondono e confondono la mente, disorientata dal caos, quando le “anime in pena” (immagine purgatoriale) nel loro essere moltitudine indistinta (“brulicame”) vanno in cerca di un “polo”, di un orientamento, per non cedere, come fa qualcuno, si resiste rimanendo stretti, abbracciati alla fede, come residua speranza.

Il discorso sulla confusione e sulla inspiegabilità della modernità, sul mancante discrimine tra bene e male, tra vero e falso, continua nella raccolta del ’71 “Su fondamenti invisibili”, titolo che segnala la certezza di una dimensione escatologica che funga da fondamento dell’esistenza, pur se tale dimensione è indominabile dalla ragione e dalla prassi umane.

 

Il fiume

Quando si è giovani                                                                            

e uno per avventatezza o incuria                                                         

segna senza badarvi il suo destino,                                                     

molti anni o pochi giorni                                                                      

di vita irredimibile pagata tutta                                                            

                                                                                                               

o più tardi quando l’uomo non è più lui

e come dimesso da un giudizio                                                            

si regge con moti cauti                                                                         

in una sopravvivenza minuziosa                                                          

                                                                                                              

in un tempo e nell’altro                                                                         

in cui meno forte stride,                                                                        

meno crepita questo fuoco greco,                                                         

il fiume sceso giù dal giogo                                                                   

non ha tutte le voci                                                                                 

che oggi mi feriscono festose                                                                 

e cupe in vetta a questo ponte aguzzo.                                                    

Il fiume allora ha una voce sola                                                              

o vitale o mortale. Chi l’ascolta

ha un cuore solo o greve o tempestoso.

     

“Tu che tieni stretto il filo

di refe nel labirinto

dove sei che si scinde in tante voci

la voce che mi guida” esclamo io

non si sa bene a chi,

compagno fedele o ombra.

Sotto pruni di luce, oltre le pile,

fiammeggia a scaglia a scaglia un’acqua ambigua

tra moto ed immobilità. Fa freddo,

pure scendono in molti per le ripe

alle barche legate ai pali, in molti

tentano il fiume e la sua primavera

su e giù con i remi e le pagaie.

“Felici voi nel movimento” dico

mentre fisso dal ponte

chi naviga con abbandono o lena

e guardo come crea

nel molteplice l’unità la vita; la vita stessa.

In questa lirica, che sembra riprendere temi e immagini della prima produzione luziana, la consapevolezza della propria maturità e il bisogno di bilancio esistenziale per sé e per gli altri diventano pensosa meditazione sul tempo e ammirazione per l’operosità del mondo (“Felici voi nel movimento”), per la pulsante vita degli esseri umani, la vita che assomma in sé, come il fiume, molteplicità e unità. La posizione del poeta, oltre a rappresentare la immobilità della contemplazione, della riflessione, è metaforizzata dalla bellissima immagine dei “pruni di luce”, dei rovi fatti luce, segno di una spiritualità difficile, penosa,che rinvia all’iconografia cristologica, la corona di spine della Passione preludio alla luce della trascendenza.

Negli ultimi due decenni del secolo Mario Luzi conduce ad un livello  di elevatissimo senso religioso e valore artistico la propria lirica; pubblica le raccolte “Al fuoco della controversia” nel ’78, “Per il battesimo dei nostri frammenti”, nell’ ’85, “Frasi e incisi di un canto salutare”, nel ’90, la raccolta di saggi critici “Naturalezza del poeta”, nel ’95, e avvia la sua esperienza teatrale, un teatro in versi, caratterizzato dall’espressione dialogica di più voci “che cercano disperatamente – scrive Barberi Squarotti – di dare una risposta agli angosciosi interrogativi di un individuo sperduto nel dramma di una modernità ormai snaturata  e dal carattere apertamente antiumanistico”.

Di questa fase della produzione luziana vorrei leggere due liriche della raccolta “Al fuoco della controversia” che mostrano con molta chiarezza la funzione della poesia in un’epoca in cui la storia e la cronaca dei fatti contingenti si caricano di dolore e diventano grumi di dissipazione, di irrazionalità, frammenti bisognosi di purificazione ( il “fuoco” del titolo della raccolta) e di consacrazione ( il “battesimo” del titolo della raccolta dell’ ’85).

La prima è “Che vuoi dirmi ancora”; lo spunto è una foto di Marylin Monroe:

Che vuoi dirmi ancora, che altro vuoi farmi conoscere

e espiare – implora

sapesse almeno chi,

lo ignora del tutto, lo ignora disperatamente.

Piange anche di questo nella tortura del risveglio

la molto chiara e concupita vamp

usata, geme, in tutte le sue pieghe,

secca di tutte le sue linfe  - E può

da un momento all’altro

squillare il telefono, essere in linea il Presidente,

chiamarla ancora al lussurioso gioco

o a una frivola vacanza, lei

millenaria maschera terrosa

umiliata dalla primavera del mare,

dal mare lasciata in secco, che non è altro.

Tutto ghiacciato in una foto, tutto bruciato in un lampo.

Le angosciose domande iniziali non sono rivolte ad alcun interlocutore reale, forse solo a Dio, se la protagonista lo concepisse, non lo ignorasse.

E’ un’esperienza di dolore quella della diva bionda e molto desiderata, donna-oggetto disseccata della vitalità nella disperazione della solitudine; la telefonata del Presidente (Kennedy), che può arrivare da un momento all’altro, sarà solo un ulteriore momento di abuso, di sofferenza; ma nella poesia di Luzi il dramma individuale, la solitudine, la mancanza di senso di un’esistenza diventano condizione universale e ricorrente. Il dramma di Marylin è “millenario”, la diva è quasi un archetipo della donna sfruttata, che si trova al centro delle brame dei potenti: la sua bellezza, legata al ristretto tempo umano, è umiliata dalla primavera che per il mare ritorna sempre. La fotografia che con il lampo del flash ha fissato (“ghiacciato” e “bruciato”) un volto, un’espressione, diventa l’emblema della fulmineità, della estrema brevità della vita umana posta di fronte all’incommensurabilità del tempo naturale.

L’altra lirica è “Muore ignominiosamente la repubblica”:

Muore ignominiosamente la repubblica.

Ignominiosamente la spiano

i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.

Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.

Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,

si sbranano ignominiosamente tra loro i suoi sciacalli.

Tutto accade ignominiosamente, tutto

meno la morte medesima  - cerco di farmi intendere

dinanzi a non so che tribunale

di che sognata equità. E l’udienza è tolta.

L’insistente ricorrenza dell’avverbio e l’uso di termini forti, come “bastardi”, “corvi”, “sciacalli”, chiariscono lo sdegno di Luzi per l’emergenza terroristica della cronaca recente; il poeta, tuttavia, riesce a “smaterializzare” la situazione per approdare alle predilette considerazioni di ordine filosofico ed esistenziale.

Indignato dalla situazione contingente, Luzi non ha paura di confessare il suo sogno di giustizia, pur sapendo che solo la morte, in un certo senso, è l’unica cosa seria e dignitosa, visto che nella storia la giustizia è impossibile (“l’udienza è tolta”, il tribunale sembra rinviare la sentenza a data da destinarsi).

A commentare il rapporto che Luzi ha con la storia e la realtà concreta degli accadimenti umani valgono le parole di Ipazia, la protagonista dell’omonimo lavoro teatrale dello stesso Luzi, del ’78. Ipazia è una filosofa e scienziata di Alessandria nel V sec. d.C., massacrata e bruciata nel 415 per ordine del vescovo Cirillo, in un rigurgito di fanatismo religioso oscurantista e intollerante.

Ipazia, erede della grande tradizione culturale greca,consapevole e presaga della sua fine, pronuncia queste parole:

La nostra causa è perduta, questo lo so bene. Ma dopo? Che sappiamo del poi?

Il frutto scoppiato dissemina i suoi grani. Il vento della tempesta di fanatismo e di barbarie si accanisce sul vecchio mondo, sferza i rami, svelle le radici, sommuove i fondamenti di tutto. Con il marciume porta via e disperde anche il sano. Ma dopo? Che sappiamo del poi?

Parole chiarissime, che riassumono i tratti salienti della poetica luziana: il senso doloroso del mutamento, e una assidua domanda metafisica, o, in altri termini, una continua ricerca dell’assoluto, un assoluto, tuttavia, mai dato per scontato, e anzi sottoposto alla costante verifica dell’esperienza delle cose umane e del mondo.

Voglio concludere questa conversazione sulla poesia di Mario Luzi parlandovi brevemente di una delle ultime raccolte e leggendo una lirica tratta da essa.

La raccolta, del ’94, è “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”, che ha la forma di un poema. Vi si immagina che il pittore senese, il pittore della luce come misura lirica delle immagini, come glorificazione della realtà naturale, morto in realtà ad Avignone nel 1344, avvertendo ormai l’approssimarsi della fine annunciata dall’età e dalla malattia, desideri tornare alla propria città natale. Ad accompagnarlo in questo viaggio – che è insieme ritorno e ripiegamento, nostalgia e desiderio, percorso di formazione e via crucis – sono la moglie Giovanna, il fratello Donato, la moglie di lui, anch’essa di nome Giovanna, un ragazzo di bottega e uno studente di teologia. Le tappe del viaggio terrestre sono scandite anche dal suo aspetto “celeste”, dalle incessanti meditazioni della brigata: sull’inafferrabilità dell’essere umano, sul timore della caducità dell’opera d’arte e sulla figura dell’artista, sul succedersi delle generazioni, sullo smarrimento di sé, sull’ossessione di ricercare la verità, sulla vita che è morte e sulla morte che è vita, sulla metafora del fiume, sulla vecchiaia, sul potere di una luce intellettuale che è dantescamente “piena d’amore”.

E la tensione verso la luce , l’”itinerarium mentis ad lucem” che potrebbe essere l’epigrafe conclusiva dell’opera di Luzi, costituisce il tema di alcune liriche, come

 

Simone e il suo viaggio

 

Vibrò

        etere fuso

                       nella trasparenza

        dell’aria

                         di luglio

                                      la mattina, esplose

nell’azzurro fuoco

e subito fluì

                     nel mediocielo il trillo.

                     Si aprì a quel richiamo

il cuore, sì

                     e lo patì, stilo di lutto

e d’ansia.

                     Ma entrava nella stanza

e nell’infermo

                         che ero gioia e spasimo

del ricominciamento

di sé da sé del mondo

e della fonte, macula

io e impurità,

                       di quel travaglio parte,

                        di esso accidentale

o previsto messaggero.

Luce s’illuminò da luce,

fu ogni oscurità, la mia non meno,

abbagliata fino a quando… oh verità

( “Purezza e limpidezza trasparivano nell’aria serena della mattina di luglio, si manifestarono intensamente nell’azzurro dove splendeva il sole, e all’improvviso il gorgheggio di un uccello si riversò e risuonò in mezzo al cielo. A quel verso, che sembrò un richiamo, il cuore si aprì e ne soffrì, come se si trattasse di una stilettata inferta dal dolore e dall’inquietudine. Ma nella stanza dove giacevo infermo entravano la gioia e il dolore lancinante del mio animo che anelava a ricominciare, a ripartire da se stesso, al rinnovamento del mondo, a ritornare alle origini, avvertendosi macchiato e impuro; e quel trillo era parte di quella sofferenza, ma anche atteso nunzio, presagio di un bisogno e di un desiderio. E da quel giorno così luminoso sgorgò una luce più profonda; l’inconsapevolezza che avvolgeva tutto, anche il mio animo, fu colpita da questa immensa luce della verità.”)

L’infermità di Simone, alter-ego di Luzi, è la malattia dell’inquietudine, di chi non può fermare il tempo, di chi è lacerato dalla vita che gli splende intorno e anela a ricominciare, a rinnovare se stesso e il mondo; la sua sofferenza nasce da un senso di perdita e dalla nostalgia, e approda al desiderio di verità, che come una immensa luce abbaglia e sgomina ogni oscurità.

La tensione alla luce compare anche nell’ultima poesia di Mario Luzi, scritta poche ore prima della sua morte, di cui è quasi un presagio:

Il termine, la vetta                                                                                      :

di quella scoscesa serpentina                                                                     

ecco, si approssimava,                                                                              

ormai era vicina,                                                                                       

ne davano un chiaro avvertimento                                                            

i magri rimasugli                                                                                       

di una tappa pellegrina                                                                               

su alla celestiale cima.                                                                               

                                                                                                                    

Poco sopra

alla vista che spazio si sarebbe aperto

dal culmine raggiunto…

immaginarlo

già era beatitudine

concessa

più che al suo desiderio al suo tormento.

Sì, l’immensità, la luce

ma quiete vera ci sarebbe stata?

Lì avrebbe la sua impresa

avuto il luminoso assolvimento

da se stessa nella trasparente spera

o nasceva una nuova impossibile scalata…

Questo temeva, questo desiderava

( 27 Febbraio 2005 )

 

L’aspro paesaggio della scalata, dal chiaro significato simbolico, lascia il posto ad una grande distesa di spazio immenso e di luce, a cui si giunge però con l’inquieta nostalgia del percorso compiuto: l’impresa della scalata, della vita, ha il suo assolvimento lì, nell’aria pura e luminosa dell’infinito, ma rinascono il timore e il desiderio di “una nuova impossibile scalata”, di una ricerca continua nella quale è racchiuso il senso dell’uomo.

Mario Luzi ci ha lasciato questa inquietudine e questo interrogarsi sulla condizione umana, l’esempio di una ricerca appassionata su ciò che può restare stabile e saldo in un universo che sembra sfaldarsi da ogni parte, che nel suo movimento vorticoso  rende impossibile ogni consistenza e richiede  punti fermi, antidoti alla sofferenza, alla dispersione e alla caduta di valori che affligge l’umanità dei nostri tempi.[2]

Luzi ha indicato una via religiosa per questa ricerca, nella quale però anche i non credenti, come è chi vi parla, possono riconoscersi, perché come in Dante, suo modello amato e continuamente ricreato, essa è impostata su un altissimo senso della comunicazione e del dialogo, sul drammatico bisogno di verità e conoscenza, e sulla partecipe comprensione della pena in cui consiste buona parte del vivere umano.

                                                                        Nicola Moretti    

Bibliografia essenziale delle opere di Mario Luzi (1914-2005)

Poesia:

 

1935                      La barca

1940                      Avvento notturno

1946                       Un brindisi    

      1947                           Quaderno gotico

      1952                           Primizie del deserto

      1957                           Onore del vero

      1961                           Dal fondo delle campagne  (pubbl. nel 1965)

      1963                           Nel magma

      1971                           Sui fondamenti invisibili

      1978                           Al fuoco della controversia

      1985                           Per il battesimo dei  nostri frammenti

      1990                           Frasi e incisi di un canto salutare

      1994                           Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini

      1998                           Un mazzo di rose

      1999                           Sotto specie umana

      2004                           Dottrina dell’estremo principiante

 

Le poesie di Mario Luzi sono state raccolte in due sillogi: una nel 1988, da Garzanti, col titolo “Tutte le poesie”; l’altra nel 1998, da Mondadori, col titolo “L’opera poetica” ( a cura di Stefano Verdino). E’ uscita postuma (nel 2007) un’antologia curata dallo stesso Luzi fino a pochi giorni prima della morte, col titolo “Autoritratto”, a c. di A. Mettel e S. Verdino (ed. Garzanti).

Da segnalare è anche “La ferita nell’essere. Un itinerario antologico”, a c.di Valerio Nardoni,

ed. La Biblioteca di Repubblica 2005.

Teatro

1978                      Libro di Ipazia

1983                      Rosales

1987                      Hystrio

1989             Corale della città di Palermo per Santa Rosalia

1990           Io, Paola, la commediante

1990              Il Purgatorio. La notte lava la mente

1995              Pontormo

1997             Cenere e ardori

2002             Il fiore del dolore

Saggistica (cenni):

Vastissima è la produzione saggistica di M. Luzi: su autori francesi, sulla letteratura italiana, sull’arte, sulla propria opera. Tra i titoli più importanti: L’inferno e il limbo (1949), Tutto in questione (1965), Vicissitudine e forma (1974), Discorso naturale (1984).

       

 



[1] “Anche nella sua giovanile stagione ermetica si nota ben altro che la rarefazione o la purezza, bensì la tensione e lo spasimo di segni mondani e concreti,raggelati in sigle attraversati da un vortice verbale, un disperato dibattersi di barbagli di viventi in forme raggelate, nell’ “avvento notturno” che andava dispiegandosi in Italia nel ’38-‘39” (Stefano Verdino, “Il principiante Mario Luzi”, in Mario Luzi “Autoritratto”, Garzanti, 2007)

[2] “La poesia di Luzi ha percorso simultaneamente i sentieri dell’immanenza e le vie lattee della trascendenza e ha realizzato la simultaneità di questo percorso attraverso progressivi, anche se talvolta impercettibili, spostamenti, all’interno dei quali irrevocabile appare la conflittualità degli opposti, la fede è misura del dubbio, spazio strappato all’oscurità e a essa riconsegnato, come un atto sacrificale oltre il quale il Sacro torna a riproporsi come interrogazione ed enigma….. Ciò […] evidenzia ed esalta, nella dimensione della modernità, lo spessore agonico di una testimonianza che riscatta, nel secolo apertosi con l’annunzio della morte di Dio, le domande degli uomini, e riconduce le ragioni della poesia alle ragioni della vita e della speranza” (Mario Specchio , “La Toscana di Mario Luzi. Una geografia interiore”, in “Mario Luzi. Autoritratto”, Garzanti 2007)

 

 

 

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