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Leopoldo Gamberale, Plauto secondo Pasolini, QuattroVenti 2006, pgg. XI- 208

recensione di Nicola Moretti


La produzione critica sulla figura e sull’opera di Pasolini non ha conosciuto soste nei trent’anni e più trascorsi dalla sua scomparsa; soprattutto ( ma non solo ) negli anni a cavallo dei decennali della sua morte la fioritura di convegni, di studi, di saggi, di iniziative editoriali è stata intensa e ci ha rimandato un’immagine sempre più problematica, sfaccettata e complessa di uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento.[1] Un settore particolare di tale produzione critica riguarda il rapporto che Pasolini ebbe con la cultura classica: indubbiamente appaiono più indagate le suggestioni che provengono a Pasolini dalla letteratura greca ( il frammentario tentativo di tragedia Edipo all’alba del 1942; la traduzione dell’Orestea di Eschilo e di parte dell’Antigone di Sofocle (vv. 1-282); la composizione del dramma teatrale Pilade; la figura di Sofocle e le tematiche sofoclee (dalle Trachinie a Edipo) nel dramma Affabulazione;i film Edipo re, Medea, Appunti per un’Orestiade africana; il romanzo postumo e incompiuto Petrolio, il cui piano di scrittura prevedeva l’inserimento del testo greco delle Argonautiche di Apollonio Rodio)[2], ma si sono via via infittite anche le analisi sulle presenze del mondo latino nella sua opera.

Dal punto di vista quantitativo esse non sono così numerose quanto quelle che si riferiscono alla cultura greca, e questo dato pone il problema dell’interpretazione del rapporto che Pasolini ebbe con la civiltà letteraria latina. Virgilio e Tibullo sembrano essere i numi tutelari e i modelli del suo sentimento della campagna nella poesia friulana, e sono all’origine anche della sua riscoperta e rivalutazione della poesia di Pascoli: la sua tesi di laurea sul poeta romagnolo, nel 1945, si apre con l’analisi e il commento di un Poema Conviviale, “L’etéra” e di uno dei Poemata Christiana, il “Fanum Apollinis”, in cui appare il tema dell’ ”Ignotus vere Deus”, del dio cristiano che dà salvezza, sollievo e conforto, non divenuto ancora istituzione.

La presenza di una campagna virgilianamente sentita (insieme ad un pascolismo di fondo) dura per tutti gli anni ’50, anche quando le borgate romane e i “ragazzi di vita” si saranno sostituiti ai campi e ai contadini friulani.

Ma un rapporto più diretto di Pasolini con la letteratura latina risale alla fine degli anni ’50: in un’intervista condotta da Adolfo Chiesa su “Paese Sera” del 25/26 Maggio 1959 risulta che in quel periodo lo scrittore era impegnato a tradurre “ l’Eneide in versi”[3].

E’ da qui che parte – dopo una Premessa e un “Quasi un intermezzo” molto interessante sulla traduzione pasoliniana dell’Orestea e dell’Antigone -  il bel libro di Leopoldo Gamberale Plauto secondo Pasolini (ediz. QuattroVenti, Urbino, 2006), che riprende e in parte corregge altri due precedenti interventi sulla materia[4]. Il cuore del libro riguarda la traduzione che Pasolini fece del Miles Gloriosus di Plauto (di cui si dirà fra poco), ma ugualmente importante è l’analisi che il professor Gamberale, ordinario di Letteratura Latina all’università di Roma ‘La Sapienza’ e filologo di grande valore, conduce sulla versione degli undici versi iniziali del I° libro dell’Eneide.

Di questa traduzione Gamberale sottolinea la scelta di versi lunghi abbastanza corrispondenti all’esametro, il loro ritmo libero e talvolta prosastico, la presenza di enjambements in numero appena più alto che nel corrispondente passo virgiliano, l’aver collocato il nome di Troia nel primo verso  e quello di Roma alla fine del settimo, come in Virgilio, ma soprattutto segnala alcune modifiche “intenzionali”, e di notevole importanza per comprendere il senso delle traduzioni dal latino di Pasolini: “canto la lotta di un uomo” al posto di “arma virumque cano” attenua alquanto il carattere guerriero dell’eroe e sembra interiorizzare la vicenda epica di Enea; “fato profugus” diventa “profugo… la storia spinse”, giustamente interpretato dallo studioso come “il primo segnale di un cambiamento che tocca tutto ciò che riguarda per così dire i ‘valori’ religiosi presenti nel testo latino”, non tanto nel senso di una marcata laicizzazione quanto in quello di una ricerca di forme religiose da un lato più individuali, dall’altro più generiche. Anche gli “déi” che Enea porta nel Lazio diventano “la sua religione”, e “insignem..pietate virum” viene tradotto con “quell’uomo così religioso”; “Musa” viene interpretata come “spirito” ( ma la soluzione in realtà non è molto felice), e le “tantae…animis caelestibus irae” di v. 11 si sono trasformate in “miseria di passioni nei cuori celesti”.

Questa analisi dimostra come, tra il 1959 e il 1960, Pasolini adotti scelte linguistiche, come nelle traduzioni dei tragici greci, lontane da ogni aulicità ed enfasi, incorrendo magari in qualche imprecisione subito sottolineata da filologi perplessi[5], ma funzionali ad una sua personale rivisitazione e appropriazione della cultura classica, usata come strumento per capire la propria condizione psichica, la propria storia, e per analizzare, attraverso i simboli del mito antico, i conflitti che si agitavano in quegli anni all’interno della cultura italiana e non solo italiana.

La traduzione dell’Eneide fu interrotta perché era già iniziato il rifiuto della letteratura nelle forme tradizionali, essendosi spostata l’attenzione dello scrittore verso altre forme di messaggio, che saranno il teatro e il cinema? In effetti, nella nota che accompagna la traduzione dell’Orestea di Eschilo, proprio nel ’60, Pasolini ci dice che questa fu fatta su richiesta di Vittorio Gassman “alla notizia che io stavo traducendo Virgilio”. Ma può esservi anche un’altra ragione: l’Eneide rappresenta il passaggio dal mito alla storia, anzi è il mito che si fa storia, o la storia che, dolorosamente accettata nella sua inevitabile logica, cerca la propria autolegittimazione nel mito. La civiltà latina appare a Pasolini più “sviluppata” e dunque più “storica” di quella greca, più lontana dal mito e dagli archetipi e dai significati ad esso legati: a questa dimensione di desacralizzazione della storia si aggiungerà quella della polemica e della satira antimilitarista presenti nella traduzione del Miles Gloriosus di Plauto.[6]

Sono dunque la storia e la satira le direzioni verso le quali si orienta il rapporto di Pasolini con la latinità classica? Penso si possa azzardare questa linea interpretativa, anche sulla base delle risultanze dello studio di Gamberale, benché lo studioso – con encomiabile ma ingiustificata modestia – si fermi dinanzi al problema delle interpretazioni più generali dell’opera di Pasolini, che considera di non sua stretta competenza.

Gamberale affronta con sicuro e collaudato metodo (collazionando gli originali e gli autografi, e richiamando le prese di posizione dell’autore sul teatro) parecchi e importanti aspetti della traduzione di Pasolini: la data di composizione ( che risale al 1961 e non al 1963, come si legge in quasi tutti gli studi su quest’opera); il titolo (Il Vantone, neologismo scelto dopo tentativi come “pallonaro” o “lavannaro”, più congrui al dialetto romanesco usato ma meno comprensibili ad un pubblico più vasto); le edizioni e le traduzioni di Plauto consultate; la scelta di mantenere, pur con qualche imprecisione, i nomi plautini dei personaggi; le soluzioni linguistiche e formali adottate, cioè il dialetto romanesco di Belli e l’alessandrino (il doppio settenario) della commedia di Molière; i cambiamenti intervenuti, riguardo al succedersi delle scene e al sistema dei personaggi, nelle successive rappresentazioni della commedia: nel 1963, nel 1976, nel 1983, nel 1993, nel 2001.

In garbata polemica con quanti espressero le loro perplessità e le loro critiche negative all’uscita del Vantone,[7] e senza toni apologetici, Gamberale rivaluta le scelte di Pasolini, commentandole alla luce della volontà dello scrittore di mantenere un equilibrio tra la purezza linguistica originaria del latino di Plauto ( di qui l’uso dell’arcaicizzante verso alessandrino) e la tensione ad uno stile popolare, ad un gusto “plebeo”, all’intento realistico e all’autonomia rispetto al modello di riferimento. Ma l’analisi non si ferma solo agli aspetti formali: anche i contenuti sono indagati, con garbo e intelligenza, senza preconcetti di natura ideologica, e proprio questo consente allo studioso di affrontare un aspetto del Vantone che è importante anche per la comprensione della più generale evoluzione del pensiero di Pasolini: mi riferisco ai caratteri del tutto particolari del suo marxismo.

Pasolini, reagendo ad una recensione molto negativa della rappresentazione del Vantone del ’63 ad opera del critico dell’”Unità” Aggeo Savioli, che gli rimproverava, tra l’altro, di non “aver arricchito la figura del guerriero millantatore di sfumature satiriche attuali, che la realtà odierna poteva probabilmente suggerirgli”, e di aver “impoverito e ingrigito [il testo] nel vocabolario e nel fraseggio”, inviò al direttore di quel giornale una lettera (16 Nov. 1963) in cui difese le sue scelte, dibattendosi in realtà tra la volontà di non snaturare il testo di Plauto interpretandolo in chiave marxista, e l’aspirazione ideologica ad attualizzarne gli spunti più vivi a livello sociale e politico:

“con una traduzione come il mio Vantone – scrive Pasolini – il pubblico esce dallo spettacolo munito di un’idea – farsesca, comica sì, ma esatta – di quello che fu una società funebremente deformata dallo schiavismo… Infine, ho reso con tutta l’immediatezza che mi era consentita l’antimilitarismo di Plauto nella sua concezione principale, il Generale (così ho tradotto il Miles); tanto è vero che quando egli chiede che cosa un servo gli àuguri, questi gli risponde: ‘vincere, sempre vincere’, che è un motto che non può essere privo di allusività per gli italiani”.

Gamberale commenta: “ Questo vuol dire, mi sembra, aver avvicinato il testo al pubblico moderno; ma averlo fatto a partire da alcuni elementi che sarebbero, secondo Pasolini, connaturati nel testo e nel mondo di Plauto. L’antimilitarismo e la condizione degli schiavi sono dati che possono essere accentuati ma che sono già nella commedia, e il secondo anzi connota ‘funebremente’ la società antica” (pag. 105). Per quel che riguarda l’antimilitarismo, poi, è vero che Pasolini non ha voluto calcare la mano sul personaggio di Pirgopolinice, tuttavia ha accentuato la condizione di miles qualificandolo come Generale: Gamberale osserva che lo scrittore non ha sempre colto elementi importanti, e talvolta ha perduto qualche buona occasione, come quando traduce i vv. 102-103: “Is publice legatus Naupactum fuit / magnai rei pubblicai gratia” con un generico “Un giorno, lui, lo mandano, co’ un pubblico incarico, / a un paese..”, trascurando così la solennità arcaica ( e dal sapore parodico) di quel magnai rei pubblicai, allusivo della grande imperialistica res publica  che sta per uscire dalla seconda guerra punica. In un altro caso la traduzione di Pasolini è stata, per così dire, marcatamente ideologica: è il passo (v. 209 e sgg.) in cui Plauto accenna alla prigionia di Nevio. L’analisi linguistica di Gamberale riesce a cogliere elementi importanti del testo plautino e della traduzione di Pasolini: in questa, di Nevio si dice che “ha per meta la rivoluzione”, cosa del tutto assente nel corrispondente passo latino, e le guardie (i “bini custodes” in Plauto) diventano, con l’ironia che appartiene al Pasolini dei primi anni ’60, i “vecchi, benedetti, fedeli poliziotti”.

Nella famosa lettera Il PCI ai giovani! dell’Aprile- Giugno 1968, pubblicata su “Nuovi argomenti”, Pasolini si schierò provocatoriamente a favore dei poliziotti, figli del popolo, contro gli studenti, figli della borghesia: ma sette anni prima, nel ’61, nel Vantone lo scrittore è schierato col “rivoluzionario” Nevio, e contro la repressione poliziesca.

Questi esempi mostrano l’acutezza delle analisi di Gamberale, il cui libro è rivolto non solo agli specialisti della materia, ma si raccomanda anche ad un pubblico più vasto, meno settoriale; un punto di pregio è rappresentato altresì dalla ricca bibliografia, che copre esaurientemente un vasto arco temporale.   

La seconda parte del libro è uno studio sulla traduzione del corpus delle commedie plautine in versi alessandrini ( questo è il punto di contatto col Vantone di Pasolini) del barese Salvatore Cognetti de Martiis (1844-1901), straordinaria figura di positivista, economista di valore, fondatore del Laboratorio di economia politica a Torino, e latinista e umanista completo, che ebbe l’amicizia e la stima di letterati e filologi del tempo, come Carducci, Graf, De Amicis.

La ragione di questa seconda parte non è solo nel breve “confronto anacronistico” tra i versi alessandrini di Cognetti e quelli di Pasolini: essa è anche nel riconoscimento, da parte di un filologo di professione, dell’importanza che anche traduzioni di “non addetti ai lavori” possono avere quando ci siano, da parte del traduttore, l’amore per le parole e i pensieri del passato, e il desiderio di integrazione tra antico e moderno.

 

Novembre 2007



[1] Segnalerei, tra i titoli più recenti: Gianni D’Elia L’eresia di Pasolini, ediz. Effigie, 2205; Giulio Sapelli Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini, B. Mondadori, 2005; l’introduzione di Pasquale Voza a Bestia da stile,  Palomar, 2005   

[2] Su tale materia cfr. E. Degani Rec. a Eschilo Orestiade trad. di P. P. Pasolini, in Riv. di Filol. 89,1961 (ora in Filologia e storia. Scritti di E. Degani, a c. di M.G. Albani e altri, I, Olms, 2004); U. Todini (a cura di ) Pasolini e l’antico. I doni della ragione, Ediz. Scientifiche Italiane, Napoli1995; M. G. Bonanno Pasolini e l’Orestea: dal teatro di ‘parola’ al ‘cinema di poesia’, in Pasolini e l’antico; Giulia Regoliosi Morani L’enigma e il mistero. La lettura pasoliniana del mondo antico Zetesis 1995, 2-3; M. Fusillo La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema, La Nuova Italia 1996 (ora in Carocci,2007); M. Fusillo Il dio ibrido. Dioniso e le Baccanti nel Novecento, Il Mulino 2006 (pagg. 212 e seguenti); T. De Mauro, F. Ferri (a cura di) Lezioni su Pasolini, Sestante 1997; I. Gallo Pasolini traduttore di Eschilo, in Pasolini e l’antico, cit.; P. Lago Pasolini e gli antichi: una nota sulle traduzioni, su internet www.pasolini.net/contrib_paolo_Lago-traduz.htm ( ma il sito, mentre scrivo queste note, risulta inattivo).

[3] Probabilmente doveva trattarsi della traduzione del solo I° libro – traduzione di cui nel Fondo Pasolini rimangono 11 versi -  nell’ambito di un’impresa editoriale più vasta che prevedeva l’Eneide tradotta da vari poeti.

[4] L. Gamberale Pasolini e Plauto. Aspetti teatrali di una traduzione, in Lezioni su Pasolini cit.; e un contributo per il convegno Il classico nella Roma contemporanea: mito, modelli, memoria, Roma 18-20 Ottobre 2000

[5] Cfr. ad es.,  E. Degani, cit.; U. Todini in Pasolini e l’antico, cit.

[6] E’ significativa la proposta di lavorare ad una riduzione teatrale dell’Apocolocyntosis di Seneca presente – così almeno sembra – in una lettera del 13 Sett.1968 di Pasolini ad Andrea Zanzotto (in P.P.Pasolini Lettere 1940-1975,voll.2 Einaudi, 1988); ma a tale proposta non ci fu seguito.

[7] Soprattutto U. Albini Recenti versioni di Plauto, “Atene e Roma” 12, 1967; cfr. invece l’apprezzamento di A. Traina in “Convivium” 33, 1965.

 

 

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