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LEONARDO
SCIASCIA LA
CONTROSTORIA DELL’ITALIA CONTEMPORANEA (conversazione tenuta presso il Liceo Socrate il 26 Aprile 2007) Vorrei
innanzitutto chiarire quello che non farò e quello che farò in questa
conversazione: non esaminerò sistematicamente tutta l’opera di Sciascia
(sarebbe impossibile dar conto degli oltre quaranta titoli in uno spazio
che, per quanto ampio possa essere, ha i limiti che impone il rispetto che
ho della vostra pazienza ), né osserverò sempre scrupolosamente
l’ordine cronologico delle date di pubblicazione dei suoi libri, anche
se nel loro succedersi è possibile individuare una linea di sviluppo
utile riguardo al tema che mi sono proposto; cercherò invece di estrarre
da qualche sua opera quel che serve per discutere il senso profondo che la
presenza di Sciascia ha avuto nella vita culturale e politica
dell’Italia del secondo Novecento, la sua ansia di verità e giustizia,
le sue analisi critiche della storia contemporanea (la “controstoria”
dell’Italia civile di contro alle immagini false ed edulcorate di
un’Italia ufficiale con la sua classe dirigente tesa a perpetuare il suo
dominio) accompagnate da una altissima tensione etica, che lo avvicina,
pur con molte differenze, a Pasolini nella volontà di smascherare
le contraddizioni e i falsi miti di un’Italia tronfia
della sua modernità conquistata spesso a discapito della moralità
e della giustizia sociale. Si
può affermare che il tema centrale di tutta l’opera di Sciascia sia
stato l’irrisolto interrogarsi sul rapporto tra etica e politica, tema
che ci lascia intravedere in filigrana tutta la ricchezza dei riferimenti
culturali (Montaigne, Pascal, gli Illuministi francesi, Manzoni ) e nello
stesso tempo si presenta, proprio nel suo essere sofferto e irrisolto, di
estrema attualità per noi, nel tempo odierno. E
allora inizio questa conversazione su Leonardo Sciascia
leggendo una piccola favola e una poesia che lo scrittore siciliano
scrisse agli inizi degli anni ’50, prima del libro che è unanimemente
considerato il suo esordio nella letteratura, “Le parrocchie di
Regalpetra”, del 1956. Il
primo testo è tratto da “Favole della dittatura”, del 1950,
ventisette apologhi il cui modello lontano è senz’altro Fedro e quello
più vicino “La fattoria degli animali” di Orwell: “Superior stabat lupus”: e l’agnello lo vide nello specchio torbo
dell’acqua. Lasciò di bere, e stette a fissare tremante quella
terribile immagine specchiata. “Questa volta non ho tempo da perdere”,
disse il lupo. “Ed ho contro di te un argomento ben più valido
dell’antico: so quel che pensi di me, e non provarti a negarlo”. E
d’un balzo gli fu sopra a lacerarlo. La
differenza con l’antecedente latino sta nell’impazienza del lupo
nell’esercitare il suo potere distruttivo: egli non ha intenzione di
perdere tempo, come fece il suo antenato, a prospettare una serie di
giustificazioni, terribili ed insieme ridicole, per sbranare il
malcapitato agnello. L’arroganza e l’impazienza del lupo, nella secca
sentenziosità della favola, rappresentano esemplarmente alcune delle
direzioni verso le quali si indirizzerà la scrittura di Sciascia:
l’ironia sempre accompagnata da una forte tensione morale, la satira
storico-sociale (le “Favole” alludono alla dittatura fascista)
sempre in grado di trasformarsi in allegoria della brutalità e
della irragionevolezza del
potere, di qualsiasi segno esso sia, la meditazione sull’ingiustizia e
sulle logiche di inganno e sopraffazione che essa comporta. La
poesia è quella che apre la raccolta “La Sicilia, il suo cuore”, del
1952: Come Chagall, vorrei cogliere questa terra dentro l’immobile occhio del bue. Non un lento carosello di immagini, una raggiera di nostalgie: soltanto queste nuvole accagliate, i corvi che discendono lenti; e le stoppie bruciate, i radi alberi, che s’incidono come filigrane. Un miope specchio di pena, un greve destino di piogge: tanto lontana è l’estate che qui distese la sua calda nudità squamosa di luce – e tanto diverso l’annuncio dell’autunno, senza le voci della vendemmia. Il silenzio è vorace sulle cose. S’incrina, se il flauto di canna tenta vena di suono: e una fonda paura dirama. Gli antichi a questa luce non risero, strozzata dalle nuvole, che geme sui prati stenti, sui greti aspri, nell’occhio melmoso delle fonti; le ninfe inseguite qui non si nascosero agli dèi; gli alberi non nutrirono frutti agli eroi. Qui la Sicilia ascolta la sua vita. Due
sono le immagini della Sicilia in questa poesia: l’una è quella
rappresentata dai corvi che volteggiano lentamente su greti assetati, su
stoppie bruciate e su alberi radi, filiformi, colti nel riflesso
dell’immobile occhio di un bue “chagalliano”, mite e paziente,
“miope specchio di pena”; l’altra è quella di una Sicilia
antichissima, attraversata dalla stessa pena e dallo stesso “greve
destino” di oggi e di sempre. Le due immagini si sovrappongono,
finiscono col coincidere, mentre si rifiuta la nostalgia di una Sicilia
mitica, in cui le ninfe sfuggivano all’inseguimento degli dèi e non
v’erano eroi a nutrirsi dei frutti degli alberi, come in un Eden
perduto. Il
filtro attraverso cui Sciascia vuole cogliere il dolore della sua terra è
l’immobile occhio del bue, sfiancato dalla fatica; così come la Sicilia
può ascoltare la sua vita nel silenzio “vorace sulle cose”, nel
silenzio corposo che avvolge la condizione umana, non nell’elegiaco
rimpianto di una poesia alta, nel “flauto di canna che tenta vena di
suono”. Come
nella favola del lupo e dell’agnello, Sciascia anche qui manifesta la
volontà di schierarsi con gli umili, con i diseredati, e di bandire dalla
sua poetica ogni nostalgia per una letteratura che non sia fatta di parole
adeguate a cose concrete, vere, aliene da miti e menzogne. Nello
stesso tempo comincia a strutturarsi, nel ricordo di altri scrittori
siciliani come Verga, Pirandello,
Brancati, Vittorini, l’immagine della Sicilia come metafora
di una condizione più
generale, che risale su su non solo geograficamente, a significare i mali
dell’intera nazione, ma anche moralmente, a indicare, attraverso il
termine di “sicilitudine”, da lui stesso coniato, un complesso stato
d’animo, fatto di paura, di insicurezza, di vulnerabilità, che si
trasforma in follia, in difesa di privilegi spesso illusori, in
“capacità – come scrive ne “La corda pazza” – di rendere le
cose nuove strumenti di regole antiche”. Già
con “Le parrocchie di Regalpetra”, del ’56, Sciascia avvia la sua
“controstoria” dell’Italia.
Il libro, sul modello della letteratura neorealistica e meridionalistica,
è una inchiesta sulla vita e sulla storia di un immaginario paese
siciliano (dietro il quale si può vedere Racalmuto, il paese natale di
Sciascia): la scoperta delle contraddizioni, delle miserie della
mafia,delle prepotenze presenti nella vita della provincia siciliana,
delle alleanze tra preti, notabili e capi mafiosi, delle disumane
condizioni degli operai delle zolfare e delle saline, dell’odio verso le
istituzioni nel quale vengono educati i ragazzi poveri, è già il punto
d’avvio della storia di una “sconfitta della ragione”, che insieme
all’altra “ossessione” (così le chiamò lo stesso Sciascia),
quella della giustizia, sarà lo strumento per smascherare i mali
dell’Italia post-bellica e del boom economico, i protervi giochi di
potere della classe dirigente, le utopie sociali usate per affermare e
perpetuare arrogantemente autoritarismo e privilegi. “…
Credo nella ragione umana – scrive nella prefazione a “Le
parrocchie…” - , e nella
libertà e nella giustizia che dalla ragione scaturiscono; ma pare che in
Italia basta ci si affacci a parlare il linguaggio della ragione per
essere accusati di mettere la bandiera rossa alla finestra. […] Ho tentato di raccontare qualcosa
della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto
lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla
ragione.” La differenza tra il toponimo vero (Racalmuto) e quello finto (Regalpetra) è un principio di straniamento: indica la non coincidenza della scrittura con la realtà, e la vanificazione del neorealismo, non solo sul piano letterario (nel libro alla realtà si mescola l’invenzione, all’analisi critica il fittizio, il possibile, che contengono caratteri più completi della realtà), ma anche su quello ideologico. Il neorealismo era stato l’espressione dell’ottimismo post-bellico, ma ben presto il quadro cambia. L’esaurirsi
delle speranze suscitate dalla Resistenza e dall’entusiasmo della
ricostruzione fisica e morale che si scontrano con la delusione per la
sconfitta della sinistra nelle elezioni del ’48; la guerra fredda e la
politica dei blocchi (i paesi occidentali nella NATO, fronteggiata dal
Patto di Varsavia a guida sovietica); gli orrori dello stalinismo rivelati
da Kruscev nel ’53; i carri armati a Budapest nel ’56;
in Italia,le rivendicazioni economiche e sociali e le lotte
sindacali da un lato, dall’altro
la costruzione di un sistema di potere, quello democristiano, in cui la
politica è sempre più al servizio di interessi privati: questo è il
quadro generale che spinge Sciascia a tornare al romanzo storico, a
cercare in un passato recente o più lontano le ragioni di un fallimento,
e non legittimazioni ideologiche (come nel romanzo storico del primo
Ottocento) o una memorialità raffinata e decadente (come nel
contemporaneo Gattopardo di
Tomasi di Lampedusa). Nel
’58 esce “ Gli zii di Sicilia”, una raccolta di tre racconti di
invenzione, benché preparati anche da ricerche di archivio (La zia
d’America,La morte di Stalin, Il Quarantotto), a cui nel ’61 si
aggiungerà L’antimonio. L’opera
demistifica, con implacabile spirito critico, miti e ideologie: il
miraggio dell’America per gli emigranti di inizio secolo, il culto di
Stalin negli anni ‘30-50, il Risorgimento, il patriottismo fascista. Si
precisa meglio il tema della “sconfitta della ragione” nel
confronto-scontro tra mito (quello familiare e degli ideali
politici) e politica, vista come pratica del trasformismo e
dell’opportunismo: le speranze si scoprono inconsistenti, si creano
nuove contraddizioni, basate spesso su “imposture” e autoinganni, su
scelte ideologiche viste come abbagli, che perpetuano repressione e
oppressione. E
sul tema dell’impostura, dell’inganno perpetrato imponendo false
credenze, Sciascia costruisce, con pazienti e appassionate ricerche
d’archivio, uno dei suoi romanzi più belli, “Il Consiglio
d’Egitto”, nel ’63. Ecco la trama dell’opera. Nella
Palermo di fine ‘700, sullo
sfondo dei conflitti tra il viceré riformatore Caracciolo e
un’aristocrazia di stampo feudale retriva e gelosa
dei propri privilegi, si muovono i due protagonisti: l’astuto
abate Vella, che conquista fama e vantaggi economici facendo credere a
nobili e clero di tradurre dall’arabo due codici sulla storia dei
musulmani e dei normanni in Sicilia, ma in realtà inventandoli di sana
pianta; e l’avvocato Francesco Paolo Di Blasi, brillante intellettuale
di idee illuministe che ordirà una rivolta giacobina e verrà per questo
torturato e giustiziato. Le
due vicende corrono parallele ma finiscono paradossalmente per convergere
su una medesima interpretazione della storia: l’astuto Vella, che
costruisce il suo inganno per ricattare gli aristocratici e trarne
profitto, giustifica il suo operato affermando che la storia di per sé è
tutta un’impostura, in una riflessione bellissima e amara, che svela
quale sia il senso del passaggio degli uomini sulla scena del mondo: Tutta un’impostura. La storia non
esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie che sono andate via da
quell’albero, un autunno appresso all’altro? Esiste l’albero,
esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno; e a
un certo punto se ne andrà anche l’albero: in fumo, in cenere. […]
Vostro nonno ha scritto la sua storia? E vostro padre? E il mio? E i
nostri avoli e trisavoli?... Sono discesi
a marcire nella terra né più né meno che come foglie, senza lasciare
storia… C’è ancora l’albero, sì, ci siamo noi come foglie nuove…
E ce ne andremo anche noi… L’albero che resterà, se resterà, può
anche essere segato ramo a ramo: i re, i viceré, i papi, i capitani; i
grandi, insomma… Facciamone un po’ di fuoco, un po’ di fumo: ad
illudere i popoli, le nazioni, l’umanità vivente… La storia! E mio
padre? E vostro padre? E il gorgoglio delle loro viscere vuote? E la voce
della loro fame? Credete che si sentirà, nella storia? Il
Di Blasi, promotore di un’azione rivoluzionaria (anch’essa
“impostura” perché manda allo sbaraglio i suoi compagni di fede
politica, da lui convinti) sperimenta in prima persona il fallimento della
Ragione nella lotta contro il Potere, invincibile perché costruito da
sempre sulla menzogna e sul sopruso: una vera vita civile è impossibile. Le
vicende dell’abate Vella e dell’avvocato Di Blasi rappresentano dunque
due tentativi di intervenire sulla situazione politica, sull’ordine
esistente, per modificarlo, non importa se con l’inganno o con
l’avventurismo rivoluzionario: sono due ipotesi di controstoria
negativa, due utopie di segno diverso, ma alla fine convergenti nel
medesimo segno dell’impostura. In
questo romanzo si delineano con grande nitidezza due direzioni della
ricerca di Sciascia: 1) la missione della letteratura di riscrivere la
storia, per prenderne coscienza e interpretare i fatti in una luce di
possibile verità (se la storia è un’impostura, un inganno, la
letteratura può aiutare a riconoscere questo inganno e quindi a redimere
la storia, a darle un senso); 2) la inquieta presenza di un illuminismo
come tensione alla spiegazione razionale delle cose, ma senza la garanzia
che la ragione sia sufficiente a spiegare tutto e a vincere su tutto. Essa
è rifiuto dell’intolleranza e della superstizione, e anche negazione di
ogni utopia storicamente definita. Il razionalismo di Sciascia diventerà
sempre più problematico e sofferto, senza ottimismi ideologici né
fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità:
restare fedeli alla ragione per lui è una scelta morale, che rifiuta la
rassegnazione e richiede invece un continuo lavoro di ricerca e
approfondimento. Nascono
così i racconti-inchiesta, che hanno come modello la “Storia della
colonna infame” di Manzoni, autore molto amato da Sciascia: come Manzoni
Sciascia mira a smascherare l’impostura tramandata dagli atti ufficiali
del potere, della storia; come Manzoni conduce una accurata analisi dei
documenti dell’epoca, e ricorre allo strumento dell’ironia per
dimostrarne la faziosità e l’infondatezza; come Manzoni sceglie di
trattare periodi storici emblematici, in cui si manifestano i meccanismi
perversi e le logiche aberranti che si ripropongono in forme diverse nel
presente. Ecco
allora, nel ’64, Morte dell’inquisitore, con la straordinaria
figura di un recalmutese, fra’ Diego La Matina, che accusato e torturato
come eretico nel 1657 uccide l’inquisitore che lo interroga. Sciascia,
analizzando i documenti e argomentando con ragione e ironia, restituisce
verità storica al personaggio, la cui eresia consisteva in un bisogno di
giustizia e in un sogno di eguaglianza sociale: questa era la maniera, da
parte di Sciascia, di vivere la vigilia del ’68, il dibattito politico e
culturale contro l’autoritarismo e le varie “chiese” del sistema di
potere italiano, da quella cattolica a quella dei partiti con le loro
certezze e le loro strutture burocratiche. Altri
racconti-inchiesta importanti sono, per citare i più noti, La
scomparsa di Majorana, del ’75, in cui Sciascia sostiene che il
giovane fisico Ettore Majorana, brillante promessa della scienza italiana,
nel 1938 avrebbe inscenato il proprio suicidio, alla maniera del Mattia
Pascal pirandelliano, - in realtà si sarebbe nascosto da qualche parte,
forse in un convento – per sottrarsi alle logiche del potere fascista e
non soggiacere alla prospettiva concreta di un uso politico distruttivo
delle sue scoperte scientifiche; I pugnalatori, del ’76,in cui si
ricostruisce un oscuro episodio di violenza gratuita avvenuto nel 1862 in
una Palermo dove, attraverso il terrore suscitato da misteriosi assassini,
poteri occulti cercano di restaurare il regime borbonico: antecedente –
dice Sciascia –della “strategia della tensione”, male recente ma
anche antico, connaturato ad una pratica politica che si è ormai
consolidata nei loschi giochi di potere più o meno palesi d’Italia (Sciascia
pensava allo stragismo terroristico e alla loggia massonica deviata, la
famigerata P2 di Licio Gelli). E ancora, Dalla parte degli infedeli,
del ’79, storia del vescovo Angelo Ficarra mandato via dalla diocesi di
Patti, in Sicilia, perché indisponibile, nel rovente clima del ’47,
alla vigilia delle elezioni che avrebbero sancito la vittoria dei partiti
di centrodestra, a piegare la religione ai bisogni della DC. Una
pagina terribile della storia d’Italia di pochi decenni fa fu quella del
rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, presidente della DC, da parte
delle Brigate Rosse, nel ’78. In lui i terroristi colpirono l’uomo
politico che si stava adoperando per porre fine alla esclusione
pregiudiziale del PCI dall’area governativa e per associarlo alla
gestione del potere. Questa prospettiva creò profonde spaccature nella
stessa Democrazia Cristiana e nell’area della sinistra, di cui la punta
estrema, appunto le BR, decise di portare l’attacco al cuore dello
Stato. Nello
stesso anno Sciascia scrive e pubblica un pamphlet “L’affaire Moro”,
in cui ricostruisce il periodo della segregazione dell’onorevole e il
dibattito politico scoppiato intorno alla vicenda. Egli attacca da un lato
la delirante ideologia dei brigatisti, dall’altro la DC e le altre forze
politiche che, a suo avviso, hanno preferito in nome dello Stato
sacrificare Moro piuttosto che trattare con le Brigate Rosse la sua
liberazione. L’inizio del libro, nella apparente dimensione di una
memorialità intima e rievocativa, rivela in realtà le coordinate intorno
alle quali si svolgerà la sua riflessione: Ieri sera, uscendo per una passeggiata,
ho visto nella crepa di un muro una lucciola. Non ne vedevo, in questa
campagna, da almeno quarant’anni: e perciò credetti dapprima si
trattasse di uno schisto del gesso con cui erano state murate le pietre o
di una scaglia di specchio; e che la luce della luna, ricamandosi tra le
fronde, ne traesse quei riflessi verdastri. […] Era proprio una
lucciola, nella crepa del muro. Ne ebbi una gioia intensa. E come doppia.
E come sdoppiata. La gioia di un tempo ritrovato – l’infanzia […]
– e di un tempo da trovare, da inventare. Con Pasolini. Per Pasolini.
Pasolini ormai fuori del
tempo ma non ancora, in questo terribile paese che l’Italia è
diventato, mutato in se stesso… Fraterno e lontano, Pasolini per me. Le
lucciole, la luce, il ricordo di Pasolini, che aveva scritto che per le
stragi iniziate nel ’69, con Piazza Fontana, bisognava processare la DC
e il sistema di potere da lei creato, di Pasolini che proprio attraverso
la metafora delle lucciole aveva parlato di un’Italia cambiata,
mostruosamente e irreversibilmente cambiata. Sciascia
crede ancora nella luce della ragione, che può smascherare inconfessabili
trame, che può inchiodare alle loro responsabilità i detentori del
potere che hanno preferito, alcuni con drammatica sincerità, altri con
ipocrisia e mala fede, consegnare alla morte un padre di famiglia, un uomo
lasciato solo con i suoi giustizieri, un uomo dal cui volto è caduta
pirandellianamente la maschera del personaggio politico, mostrando la
solitudine e la dignitosa disperazione di un essere umano. Si
potrà anche non essere d’accordo con quanto scrive Sciascia (il
dibattito che ne scaturì fu molto acceso, opponendo i fautori delle
trattative con le BR a quanti ritenevano che bisognava difendere con
fermezza lo Stato dall’attacco terroristico negando alle BR la dignità
di un nemico con cui si tratta); ma il nodo del rapporto etica-politica
viene trattato con altissima tensione morale e civile, sì che le sue
pagine sulla difesa degli insopprimibili diritti individuali hanno quasi
sapore profetico, se pensiamo a quante violazioni di essi vengono ancora
oggi perpetrate, spesso per oscuri giochi di potere. In
nome di questi diritti Sciascia polemizzerà con le Forze dell’Ordine e
i giudici dell’Antimafia (Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino), con il
loro uso del pentitismo: la denuncia di Sciascia e le polemiche che
seguirono sono contenute nel suo ultimo libro, A futura memoria (se il
futuro ha una memoria), pubblicato un mese dopo la sua morte, avvenuta
nel Novembre dell’ ’89. “La
sua posizione – scrive Luperini – è quella
di un intellettuale del dissenso pronto alla denuncia e alla
contestazione del potere, ma restio a inserirsi nei meccanismi delle lotte
collettive”: il giudizio coglie con grande precisione il senso
dell’opera di Sciascia, che non ebbe facili rapporti con le
organizzazioni politiche (nel ’75 fu eletto consigliere comunale del
PCI, ma si dimise dopo poco; nel ’79 fu eletto nelle liste del Partito
Radicale deputato in Parlamento da cui
si dimise nell’ ’83, dopo la sua relazione di minoranza sul
caso Moro), ma esercitò con profonda convinzione quell’azione di
denuncia che una società civile deve pretendere dagli intellettuali che
non siano “cortigiani del Principe” e abbiano il coraggio anche di
andare contro le opinioni correnti, di fare una loro “controstoria”
pur di mettere a nudo le magagne e le contraddizioni celate
inevitabilmente nelle pieghe della pratica del potere. La
democrazia molto probabilmente fu salvata proprio dalla posizione di
fermezza dello Stato contro le Brigate Rosse e dei giudici
dell’Antimafia che pagarono con la vita la lotta contro la mafia e i
poteri economici e politici che la sostengono: ma una società civile ha
bisogno delle provocazioni e degli stimoli di intellettuali “eretici”
come furono Sciascia e Pasolini, dei quali oggi avvertiamo la mancanza. Il
bisogno di investigare le forme complesse e profonde della realtà, di
ricercare il nesso profondo tra verità e giustizia, di analizzare il
rapporto tra etica e politica, lo troviamo anche nella narrativa
“gialla” di Sciascia, nei quattro romanzi polizieschi pubblicati dagli
inizi degli anni ’60 fino al 1974. Il
primo è Il giorno della civetta, del ’61: esso trae spunto
dall’assassinio del sindacalista comunista Miraglia, avvenuto nel ’47,
ed è anche una inchiesta sulla realtà siciliana, sul tema della mafia.
Ma è un “giallo capovolto”, che non si conclude con l’arresto del
colpevole, perché il protagonista –detective si scontra con il muro di
omertà e paura della gente, e vede crollare il castello di accuse
costruito contro il capomafia mandante del delitto. Bellodi, il capitano
del carabinieri venuto dal Nord, rappresenta lo sforzo ostinato della
ragione alla ricerca della giustizia e della verità, ma si muove tra
poteri e complicità che cancellano ogni traccia: il personaggio è
“positivo”, ingenuo, idealista (“mi
ci romperò la testa”, esclama alla fine del libro, alludendo alla sua
volontà di ritornare in Sicilia dalla natia Parma, dove è stato
allontanato), ma il romanzo è anche il segno della sconfitta, della
improbabilità della speranza di rinnovare e riformare all’interno il
sistema di potere creato da mafia, economia e politica. La Sicilia è un
paese “incredibile”, come viene definita da un personaggio del
romanzo, un paese incredibile che si rivela essere lo specchio della
realtà italiana, attraverso la metafora della “linea della palma”,
come si legge in un noto passo: … Forse tutta l’Italia va diventando
Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali
di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma,
cioè il clima che è propizio alla vegetazione
della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi
pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del
caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di
mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè
forte,degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma… Queste
parole erano scritte nel ’61, quando ancora di mafia ufficialmente non
si parlava, ed essa veniva considerata come fenomeno locale, alla stregua
di un fatto folcloristico: ed avevano invece sapore profetico, come la
cronaca degli anni seguenti dimostrò. La
forma del romanzo giallo, espressione, per tradizione del genere, di una
ideologia illuministica e positivistica sicura di sé, sicura di giungere
alla verità dopo una lettura indiziaria della realtà e dopo
consequenziali procedimenti logici, in Sciascia si scontra col permanere
di un pirandellismo di fondo, ridotto a fatto di costume, di mentalità,
di abitudini, da lui negato e rifiutato, ma presente nella visione
pessimista delle cose: la verità è relativa, esistono le verità.
Sciascia, ossessionato dalla ricerca della verità, rifiuta il “così è
(se vi pare)”; vorrebbe il “così è”, ma ne scopre
l’impossibilità in un sistema di poteri e di interessi connessi
(mafiosi e politici), per cui i “gialli” non concludono positivamente,
sono sempre il segno della sconfitta di chi indaga, di chi vuole giungere
alla soluzione di un mistero. La verità viene detta dalla letteratura
(come abbiamo già visto per il romanzo storico e per il
racconto-inchiesta), ma sotto forma di problematizzazione, di
interrogazione sempre più pessimistica sul valore e sul ruolo di una
ragione che ha i connotati illuministici (la luce di contro al buio
che domina ormai nei rapporti sociali e politici), ma è anche sogno,
aspirazione destinata ad essere frustrata. E
di una sconfitta parla anche il secondo romanzo giallo di Sciascia, A
ciascuno il suo, del ’66. Ci sono uccisioni misteriose in un paese
della Sicilia, una lettera anonima che cerca di depistare le indagini, una
coraggiosa inchiesta solitaria del professor Paolo Laurana, ostinato ma
impotente intellettuale di provincia che ricerca la verità: egli scopre
responsabilità e complicità impensabili, collusioni tra mafia e
politica, fino a cadere vittima nella trappola degli assassini. Di lui,
commentando sarcasticamente la sua indagine e la sua fine, uno dei
notabili locali dice che “era un cretino”. Ma
il romanzo,scritto dopo l’esperienza del primo governo di centrosinistra
(che vide nel ’63 al governo insieme la DC e il PSI) contiene analisi e
giudizi sulla situazione socio-politica contemporanea, in cui Sciascia
riconosce un’agghiacciante continuità col fascismo: “ fascista
– fa dire ad un personaggio – è
uno che arriva a trovarsi una piccola e magari scomoda nicchia di potere,
e da quella nicchia ecco che comincia a distinguere l’interesse dello
Stato da quello del cittadino, il diritto del suo elettore da quello del
suo avversario, la convenienza dalla giustizia.” Più che un
racconto sulla mafia Sciascia considera questo romanzo come il resoconto
del fallimento del centrosinistra. Il
contesto, del ’71, è il terzo
giallo: l’ispettore Rogas, in un paese indefinito, senza nome, indaga su
una serie di misteriosi assassini di giudici, e scopre una incredibile
rete di complicità tra poteri statali, interessi privati,forze di
opposizione e sedicenti gruppi rivoluzionari, anticipazione
“profetica” – da parte di Sciascia – sulla connessione tra servizi
segreti e Brigate Rosse. Alla fine Rogas soccombe: la ragion di Stato e
quella di partito impediscono che si faccia luce sulla “strategia della
tensione”. Il tema - fonte di accese polemiche dopo la pubblicazione del
romanzo – è quello delle connivenze e dei segreti equilibri di uno
spietato potere politico alla cui gestione l’opposizione è
corresponsabilizzata, anch’essa in nome di una presunta “ragion di
stato”: la politica, nelle sue forme negative, prevale su ogni esigenza
morale e civile. Sciascia col suo pessimismo non rassegnato registra un
reale processo di decomposizione della classe dirigente italiana. Il
quarto dei grandi gialli è Todo modo, del ’74 (il titolo è
preso dagli Esercizi Spirituali che Ignazio di Lojola prescrisse
all’ordine dei Gesuiti, da lui fondato): storia di misteriosi assassini
compiuti in un albergo-eremo in Sicilia, durante i ritiri
spirituali sotto la guida di un enigmatico prete, don Gaetano. Vi
partecipano vari notabili politici, banchieri e altri potenti, che in quel
luogo hanno modo di organizzare intrighi e traffici di potere. E' un
giallo senza soluzione, e questo, insieme al raffinato gioco letterario
(citazioni di varia provenienza,enigmi linguistici sparsi in tutto il
libro), riesce a creare quell’atmosfera di oppressione e di mistero, di
inquieta incertezza, che è la stessa che grava in quegli anni
sull’Italia. Il romanzo raffigura, agli occhi di Sciascia, la definitiva
contaminazione dei valori del cattolicesimo con la negatività del potere
politico. E’ interessante quello che Pasolini scrisse sul romanzo: “
Questo giallo metafisico è anche,
credo, una sottile metafora degli ultimi trent’anni di potere
democristiano, profondamente misteriosa, come ricostituita in un universo
che elabora fino alla follia i dati della realtà. I tre delitti sono le
stragi di Stato, ma ridotte a immobile simbolo.” Valore
conclusivo e di bilancio autobiografico e di un’intera generazione ha
l’ultimo grande romanzo di Sciascia, nel ’77, Candido, ovvero un
sogno fatto in Sicilia, imitazione creativa del racconto filosofico di
Voltaire. Il
romanzo narra i casi e le disavventure di un giovane siciliano, Candido
Munafò, dalla sua nascita, avvenuta in una grotta nel 1943,durante lo
sbarco anglo-americano, al ’77, che lo vede a Parigi, città di miti
letterari, libertari, afrodisiaci- dice Sciascia- ma anche del mito più
recente, quello del ’68. Il
“candore” del protagonista (come nel precedente volteriano) si applica
nella ricerca del vero e del semplice, ma si scontra con un mondo di
ipocrisia e finzione, scoprendo progressivamente il carattere oppressivo
di un sistema sociale che in apparenza è razionale, ma in realtà è
stupido e assurdo. Il
romanzo è, fondamentalmente, una traversata ironica e critica dei luoghi
dell’impostura, e cioè delle istituzioni: famiglia, scuola,
chiesa,amministrazione della giustizia, partito. Nelle vicende parigine
Candido appare contestatore che obbedisce all’istinto della vita e della
ragione: la sua contestazione non muove dall’ideologia ma dalla volontà
di vivere e di essere felice, e in questo è fratello dei giovani degli
anni ’70 che criticano la società e vogliono riconquistare la vita a
partire dai propri bisogni e dall’esigenza di una razionalità
alternativa rispetto alle ideologie totalizzanti. … Davanti alla statua di Voltaire don
Antonio si fermò, si afferrò al palo della segnaletica, chinò la testa.
Pareva si fosse messo a pregare. -
Questo
è il nostro padre – gridò poi – questo è il nostro vero padre. Dolcemente ma con forza Candido lo
staccò dal palo, lo sorresse, lo trascinò. -
Non
ricominciamo coi padri – disse. Si sentiva figlio della fortuna; e
felice. La
conclusione del romanzo è chiara: niente più ideologie, niente più
padri e maestri. Alla fine neppure Voltaire può essere riconosciuto come
“padre” perché corresponsabile dei valori e perciò anche dei delitti
di una cultura e di una ideologia che si erano presentati come universali
e invece erano solo borghesi: sconfitta dunque della ragione, oppure essa
è “un sogno fatto in Sicilia”, come recita il titolo. E’
il commiato di Sciascia dall’ideologia, prelude al silenzio letterario,
in una vicenda analoga a quella di Manzoni, autore molto amato da Sciascia,
come ho già detto. La
narrativa successiva (Porte aperte, Il cavaliere e la morte,
Una storia semplice sono i titoli più noti) ha qualcosa di
ripetitivo e di stanco;invece la saggistica letteraria (notevole quella
dedicata a Verga e Pirandello) e la riflessione storico-sociale continuano
fino alla sua morte, come abbiamo visto, consegnando alla sua generazione
e a quella successiva un esempio di onestà intellettuale e di alta
tensione morale di cui oggi avvertiamo il rimpianto e il desiderio, e che
rendono Leonardo Sciascia degno di avere un posto fondamentale
nella nostra migliore memoria e nella nostra coscienza civile.
Nicola Moretti
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