La  Stamperia
del
Socrate

Il progetto
Home u La Stamperia  u scrivere       

Responsabile: Angela Maria Basile

 Contatti

Mondo Classico e dintorni.

Altri Studi

Forum


Il Giardino di Murasaki         

Di Angela Maria Basile 


 

“….. La manifestazione estetica è, più di ogni altra,
la configurazione sentita di una negazione della mortalità”

G.Steiner

 

 Katsuhita Hokusai

 


 

Marguerite e Murasaki

 

“Affacciata alla torre di Yű Liang primamente vi ho scorta
eravate più flessibile del salice che alligna sul Wu Chang;
incontrarvi e perdervi è stato come l’ombra di un sogno.
Oh, ditemi se la vostra anima ha dimora nella pioggia  o nelle nuvole del cielo”

Liu Yű-hsi (772-842 d.C.)  (1)

 

Marguerite Yourcenar, in una delle sue Novelle Orientali, racconta gli ultimi giorni di Genji il Rifulgente, l’Hikaru Genji nato dalla fantasia fertile e dalla sensibilità di  Murasaki Shikibu, vissuta in Giappone nell’epoca Heian, (794 –1185).

Nella prigione dorata della corte dei Fujiwara, nell’allora capitale Heian-kyō, (l'attuale Kyoto), Murasaki scrive per l’intrattenimento dei gentiluomini e delle dame di corte il suo ‘diluviale’ Genji Monogatari (il romanzo di Genji): inizia così la tradizione del romanzo giapponese, con quello che oggi si può considerare uno dei  capolavori della letteratura mondiale, tanto radicato nell’immaginario giapponese da fornire materia, personaggi, ispirazione, ad altri generi letterari e costituire un termine di riferimento nei comportamenti quotidiani.

Non è possibile citare qui tutti gli autori che a vario titolo hanno attinto al Genji Monogatari, come non lo si potrebbe fare per opere come la Divina Commedia di Dante o per Giulietta e Romeo di Shaekespeare. Possiamo comunque ricordare che una delle opere più note del teatro del Nō (il teatro classico giapponese), tutt’oggi rappresentata nelle scuole, è “La dama Aōi” di Zeami (1363-1443), che mette in scena appunto la morte per possessione diabolica della Principessa Aōi,  Prima Moglie di Genji, causata dalla gelosia di Dama Rokujō; e ancora, Jun’ichiro Tanizaki (1986- 1965), grande estimatore del Genji Monogatari, nel romanzo Vita segreta del Signore di Bushū, ambientato nel sec. XVI (1932) fa recitare alla crudele, ma raffinatissima Dama Kikyō una poesia modellata sui versi composti da Genji per la Signora-del-villaggio-dei-fiori-caduchi. (2)

La tradizione del Genji Monogatari non è peraltro affidata soltanto alla letteratura. Anche la pittura ha attinto ampiamente alla vicenda del Principe Splendente. I primi rotoli illustrati (Genji monogatari emaki)  risalgono alla fine dell’epoca Heian e sono stati diffusi attraverso copie e rifacimenti  fino ai numerosi Genji-e del periodo Edo (1603 - 1868). Vale la pena di ricordare i celebri  paraventi dipinti da Tawaraya Sotatsu (1576-1643). 

Le copie più antiche del Genji monogatari emaki (1130) sono conservate al Tokugawa Art Museum di Nagoya e al Gotoh Museum di Tokyo. La Hitachi ha realizzato recentemente una riproduzione in formato digitale dell’emaki di Tokyo, presentata al pubblico italiano presso l’Istituto di Cultura Giapponese di Roma (febbraio 2009),  nell’ambito delle celebrazioni per i  1000 anni del Monogatari di Murasaki Shikibu. In questa occasione il professor Hideki Jotsutsuji, vicedirettore del Tokugawa Art Museum, ha tenuto una interessante conferenza su origini ed evoluzione della iconografia di Genji e della corte Fujiwara, senza dimenticare Asakiyumemishi, la popolare versione manga disegnata da Waki Yamato negli anni ’80. Sulla scorta dei festeggiamenti del millenario Osamu Dezaki, autore di anime, ha realizzato una versione animata in 11 puntate, il Genji monogatari Sennenki.

 

Del resto la sensibilità di Murasaki Shikibu è quella che ispira gli Haiku di Bashō(1644-1694), e i dipinti di  Utamaro e Hokusai, i romanzi di Kawabata e il cinema di Kurosawa; quella che spinge ancora oggi i giapponesi a festeggiare Sakura, la fioritura dei ciliegi, e l’imperatore del Giappone a visitare i giardini di Katsura a Kyōto, solo per vedere i riflessi del plenilunio nello stagno. 

Riassumere la storia di Genji, che si sviluppa in 54 capitoli, paradossalmente non è difficile, poiché il fascino del romanzo non è certo nella complessità della trama, bensì proprio nella sua frammentarietà, che, fino a Kawabata, rimane uno degli aspetti più suggestivi della narrativa giapponese.

 

Figlio di un Imperatore, “che visse non importa quando”, e della bellissima e dolcissima Kiritsubo, sua concubina, Genji possiede una bellezza e un fascino “che formavano lo stupore e la gioia di quanti lo vedevano”, tanto che “persone di matura esperienza si dichiaravano meravigliate che una creatura simile fosse potuta nascere in quei tempi degeneri”, “uno che non sembra di questo mondo”.

Escluso dalla successione per la condizione non altolocata della madre, (3)   egli è, tuttavia, superiore a tutti i gentiluomini della corte nel comporre poesie e nel suonare il kotō, nella cura dell’abbigliamento intonato alle stagioni e nel profumo che emana nell’atto di incedere.

 

Sposato alla raffinata e scostante Aōi, figlia del Ministro della Sinistra, che egli scoprirà di amare solo al capezzale di morte di lei (“Aōi no maki” cap. IX ), Genji passerà da un amore all’altro, intrecciando rapporti più o meno durevoli, ma mai banali e frivoli, vissuti sempre con intensità emotiva anche quando il suo comportamento potrà apparire inconsapevolmente crudele. Egli, insomma, possiede al massimo l’irogonomi, quella capacità di amare e rendere felici le donne che costituisce  l’ideale maschile dell’antica aristocrazia giapponese, in particolare della corte Heian.

 

Dei tanti personaggi femminili che lo circondano tre assumono un ruolo chiave nella vita del Principe: Kiritsubo, Fujitsubo e Murasaki. La prima è la madre, fugace apparizione nella vita di Genji, morta per troppo amore, quello dell’Imperatore, che l’ha esposta allo spirito malevolo dei cortigiani gelosi. E’ la nostalgia della madre perduta che spinge Genji  ad innamorarsi di Fujitsubo prima ancora di vederla, solo per averne sentito decantare la straordinaria somiglianza con la Dama defunta.

 

Ma Fujitsubo è la moglie dell’Imperatore suo padre, e dunque inaccessibile a Genji, se non per una brevissima notte d’amore; ne nascerà un figlio, creduto legittimo dall’Imperatore, che costituirà un rimorso perenne per i due amanti e spingerà Fujitsubo a sottrarsi definitivamente al Principe; questi, dal canto suo, continuerà ad amarla “de lohn” e a  cercarne i lineamenti, la voce, la lucentezza dei capelli nelle donne che incontrerà. Nessuna, tuttavia, può eguagliare “il sogno”, tranne Murasaki, nipote di Fujitsubo e a lei somigliante come una goccia d’acqua.(4) Genji, diciassettenne, incontra Murasaki quando lei ha nove anni e prova il desiderio irresistibile di plasmarla; certamente la Dama di Heian-kyō, costretta nel mondo chiuso e artificiale della corte Heian, benché colta al punto di aver imparato il cinese all’insaputa perfino dei suoi familiari,  non poteva conoscere il mito di Pigmalione, ma il bisogno dell’uomo di  fingere nel pensiero la Bellezza di cui innamorarsi e realizzarla nell’arte non conosce evidentemente barriere di tempo e di spazio.

 

La bambina crescerà educata da Genji e rimarrà sempre al suo fianco, insieme figlia moglie madre, amorevole e saggia; anche quando l’infedeltà dello Sposo la farà soffrire ella nasconderà le lacrime dietro le maniche del kimono e comporrà il dolore in versi raffinati e arguti, felice perfino  di allevare la figlia generata al marito da un’altra donna.

 

Perché Genji non si acquieterà nell’amore della sua creatura, bensì continuerà ad inseguire la bellezza, dovunque essa appaia fugacemente; dietro i muri cadenti di un palazzo in rovina o tra le cortine di seta di un padiglione, rivelata dal suono di un liuto o dal profumo di un fiore già decomposto; animato, in questa ricerca insaziata, dallo stesso miscuglio di misticismo e miscredenza del persiano Khayyam (sec.XI) (5)

 

 

 

“Quella cetra era intonata in chiave d’autunno, e lei la sonava con sentimento così tenero che sebbene la musica venisse di dietro le persiane chiuse, sonava moderna e appassionata, e del tutto in accordo con la mite bellezza del chiaro di luna.”(Genji Monogatari)

 

 

 

Dunque Murasaki Shikibu insegue  il suo personaggio da un amore all’altro, amandolo lei stessa,  per centinaia di pagine, ma non trova altro che fogli bianchi da dedicare alla sua morte, e le poche parole con cui si apre il capitolo 42, “Genji lo Splendente era morto e non c’era nessuno che lo potesse eguagliare”; poi l’attenzione si sposta sulle vicende dei suoi emuli, il figlio Kaoru (figlio presunto in quanto nato dalla relazione segreta della Terza Sposa di Genji con il figlio dell’amico, cognato e rivale, To no Chujo) e il nipote Niou.

 

Dal rifiuto di Murasaki di rappresentare la morte di Genji nasce la storia che ne offre M.Yourcenar. La scrittrice francese riempie le pagine vuote di Murasaki e racconta di come Genji, perduta la sua amatissima Murasaki, ingannato dalla Terza Sposa, la Principessa del Palazzo dell’Ovest, come lui stesso aveva ingannato l’Imperatore suo padre con Fujitsubo, l’indimenticabile Principessa dei Glicini, (6) consapevole ormai di non poter più essere il protagonista dell’eterna commedia della vita, decida di finire i suoi giorni in un eremitaggio, sottraendo la propria vecchiezza alla vista di coloro che lo hanno amato o odiato, ammirato o invidiato, ma ignorato mai.

 

Genji era ancora bellissimo, e questo provava una volta di più al principe che era proprio tempo di andarsene”. La via dalle “risonanti pietre” (7) non è, però, facile da percorrere per quel principe che “una volta dirigeva con un colpo di ventaglio” la vita leggiadra degli “abitanti delle nuvole”, animandone le feste scandite sui ritmi  delle stagioni, “il cui ciclo ora ruota lontano da lui”; il suo animo è ancora inviluppato nelle passioni della vita, il suo Karma turbato per i molti peccati commessi perché egli possa immergersi nel fluire delle cose e affidarsi all’eternità (il “fueki ryūkō”). Né può consolare la sua tristezza priva di  ritegno la Signora-del-villaggio-dei-fiori-che-cadono, una delle tante dame di palazzo che hanno vissuto nell’alone della luce che irradiava dalla sua bellezza; ella, memore di qualche istante di felicità che egli le ha distrattamente regalato tanti anni prima,  è venuta a condividere la sua solitudine; ma “le sue maniche” sono “ancora impregnate del profumo che usavano le sue mogli defunte” e dunque Genji la scaccia, per ben due volte, poiché ella gli ha riportato il “ricordo del (suo) peggior nemico, il bel principe dagli occhi vivi” e “il gusto delle creature dai polsi stretti, dai lunghi seni conici, dal riso patetico e docile”.

 

Quelle creature lui le ha amate e per ognuna ha trovato i versi raffinati e i gesti eleganti per corteggiarle, conquistarle e poi consolarle per averle lasciate sole, in balia di quelli che i poeti provenzali avrebbero chiamato i ‘lauzengier’, preso da altre emozioni.

 

Ora le donne della sua vita non vivono ormai solo che nello spazio angusto, nel tempo troppo breve  che è la memoria di un vecchio; un vecchio cieco che la piena del mutamento travolgerà  assimilando il suo al destino dei fiori, delle nuvole, degli astri. Ha scritto un poeta del ‘900, che con Genji condivide il valore dell’amore e della conoscenza, che vivono solo nell’esperienza che si rinnova:

 

"Solo l'amare, solo il conoscere

conta, non l’avere amato,

non l’aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato

amore. L’anima non cresce più.”

“Disamore, mistero, e miseria

dei sensi, mi rendono nemiche

le forme del mondo, che fino a ieri

erano la mia ragione d’esistere”.

 

Per Pasolini è il rapporto conflittuale con le proprie pulsioni e il saccheggio che della vitalità naturale opera la mortuaria società delle merci; per Genji sono la cecità e la ‘brevitas’ della vita ad impedire l’adesione alla bellezza del mondo.

 

“Non mi lamento di un destino che condivido con i fiori, con gli insetti, con gli astri. In un universo dove tutto passa come un sogno, non ci perdoneremmo di durare sempre. Non mi addolora che le cose, gli esseri e i cuori siano perituri, dal momento che una parte della loro bellezza è fatta di questa sciagura. Ciò che mi affligge è che siano unici……Saranno in fiore altre donne, sorridenti come quelle che ho amato, ma il loro sorriso sarà diverso…..Altri cuori si spezzeranno sotto il peso di un amore insopportabile, ma le loro lacrime non saranno le nostre lacrime. Mani umide di desiderio continueranno ad intrecciarsi sotto i mandorli in fiore, ma la stessa pioggia di petali non si sfoglia mai due volte sulla felicità umana”.

Un tempo per Genji “la certezza di ottenere in ogni istante della [sua] vita una rivelazione non destinata a rinnovarsi, rappresentava il fiore dei segreti piaceri” ora muore “pieno di vergogna, come un privilegiato che abbia assistito da solo a una festa sublime data una volta sola”.

 

Murasaki, dunque, non ha voluto raccontarci la sconfitta del suo personaggio, che fino alla fine non ha saputo mettere in atto l’intento più volte dichiarato di ritirarsi dal modo, secondo quella che è una prassi usuale per il buddismo; ci ha pensato la scrittrice occidentale, che con la ‘sorella giapponese’ condivide ‘l’umanità illimitata’, “la disponibilità alla com-passione universale, la capacità smisurata di mistico mescolamento al mondo affettuoso dei fenomeni della natura” (Silvia Wagner).

 

Grazie all’erudizione,  Marguerite Yourcenar di nuovo, come già per Zenone e per Adriano, ricrea la magia di sostituirsi ad un altro (ma quale grande scrittore non lo fa?) e offre a Genji le parole per rimpiangere le sue donne svanite nelle nebbie del tempo: così, per l’ultima volta, egli evoca l’immagine evanescente della Principessa Azzurra e della Signora-del-Padiglione-delle-campanule, della Signora Cicala–del-giardino e della Signora-della-Lunga-notte; e quella già sbiadita di Sciujō, l’ultimo amore, l’ultima illusione, che non farà in tempo neppure a diventare un ricordo.

 

 

“Ditemi dove, in quali rive,

è Flora la bella Romana,

dov’è Archipiada e Taide, che le fu cugina germana?

Eco parlante quando vaga

un frastuono su fiume o stagno,

che bellezza ebbe più che umana?

…..

Dov’è la sapiente Eloisa

…..

E Bianca al giglio somigliante……

Bice, Alice, Berta piè-grande,

Aremburgi  che il Maine teneva,

Giovanna buona di Lorena….

dove son, dove, Vergin suprema?

…….

Principe, saper non vi prema dove son quelle…”

 

perché sarebbe come voler impedire alla neve di sciogliersi al sopraggiungere della primavera; è delle parole di F. Villon che la “modernità del passato” della Yourcenar questa volta si è avvalsa, per esprimere il rimpianto per la caducità della bellezza?  E si è trattato di una citazione consapevole, oppure di uno di quei ricordi fissati nel codice genetico del grande scrittore e che affiorano in sequenze di parole e in immagini poetiche ad esprimere una sensibilità che non conosce barriere di tempo e di spazio?  E allora la domanda successiva: è poi fondato il rimpianto di Genji  che non ci sia “un angolino di terra asciutta per affidargli qualche lettera ingiallita e qualche ventaglio dalle sfumature sbiadite…”?  Ed è di Murasaki o non piuttosto di Marguerite ?

Considerando l’ ispirazione buddista del romanzo, quello che potrebbe colpire in Genji  è la sua difficoltà ad accettare la legge dell’impermanenza, difficoltà per altro condivisa con altri personaggi del romanzo; la stessa Fujitsubo, che fa consapevolmente la scelta della monacazione, nell’atto di abbandonare il mondo esprime parole di rimpianto quando detta alle sue ancelle “Sulla vita e sui suoi crucci posso aver gettato l’ultimo sguardo, pure ci sono cose di questa terra che non dimenticherò tanto presto…” (Murasaki Shikibu, Storia di Genji, il principe splendente, pag.296)

 

Eppure ci sono momenti in cui Genji non aspirerebbe ad altro che a fondersi con il tutto. Come nella danza che compie per la Festa delle Foglie Rosse, dove appare all’Imperatore e alla sua corte come una sorta di miracolo o di religioso portento, quasi “la visione di un altro mondo”.

“Quando finalmente sotto il rosso fogliame degli alti alberi d’autunno quaranta uomini si disposero in cerchio coi loro flauti, e un forte vento alpestre che squassava i tronchi dei pini aggiunse alla loro musica le sue selvagge armonie, e tra i mulinelli delle foglie cadute la danza del Mare Blu si scatenò d’improvviso nel suo smagliante splendore, tutti gli spettatori furono presi da un rapimento prossimo quasi al terrore” (Murasaki Shikibu op.cit., pag.182).

 

O ancora come nell’esilio di Suma, dove una sera, mentre la luce del tramonto si riverbera sul mare e le “torreggianti montagne gettano una così strana radiosità su di lui”, Genji guarda passare una fila di barche al largo della baia e ascolta i rematori cantare. Così lontane erano quelle barche, da sembrare un convoglio di piccoli uccelli posati sulle profonde acque del mare. Allo sciacquio dei remi si mescolava quasi indistinguibile lo strido delle anitre selvatiche, e al lamento di ciascun migratore si assortiva pronta la voce del compagno che lo seguiva”.

 

Il principe non può che ritrarsi da quello squarcio di infinito (“Quanto diverso dal loro il suo destino”), non senza, tuttavia, che anche i presenti colgano, attraverso il candore della sua mano sui grani scuri del rosario, un bagliore della bellezza da lui intravista, che li consola “dell’assenza delle donne che avevano lasciate”.

 

Eppure la tentazione di abbandonasi all’oblio è forte, come dimostra un sogno che lo visita durante una violenta tempesta, quando gli sembra che il Re del Mare, invaghitosi di lui, lo inviti a seguirlo nel suo Palazzo. No, egli non desidera seguire il Re Drago nell’oceano sconfinato; sono la realtà e la finitudine ad occupare i suoi pensieri e ad attrarre i suoi desideri: “quando vedrò di nuovo i fiori della città che la primavera dischiude, gettato come sono dalla fortuna sulle nude montagne della riva?”( Murasaki Shikibu, op.cit., pag. 327)

 

L’ansia del ritorno sembra placarsi nel bellissimo paesaggio di Akashi, dove l’apparizione dell’isola di Awaji gli ispira il verso “Oh isola maculata di spuma che per me non eri niente, persino un dolore come il mio in questa notte di meravigliosa bellezza tu hai il potere di guarire!”e ancora una volta egli ha il potere di destare negli altri la sua stessa percezione. “Il suono della sua cetra raggiunse la casa sul pendio vicino, mescolato coi sospiri delle pinete e il sussurro delle onde estive. L’effetto che ebbe tutto questo sull’immaginazione della sensibile damigella nella casa in collina si può facilmente intuire. Perfino i vecchi contadini legnosi…”.

 

 

 

“Awaji, grano di spuma allo sguardo lontano”

 

 

Nei silenzi incantati della baia Genji si lascia guidare dalla musica della Dama di Akashi, la raggiunge, in una splendida notte di luna attraverso un percorso impervio, e rimane presso di lei, come Ulisse presso Calipso, come Rinaldo nel giardino di Armida, mentre il tempo si ferma; ma come Ulisse e come Rinaldo non resisterà al richiamo “della donna [Murasaki] nel suo palazzo lontano”("Se alla sola che ama quel che io amo potessi mostrare ciò ch'io vedo, questa luna che giace sommersa sul fondo del golfo!" e più avanti "O tu, mio puledro color del latte, dal mantello come un raggio di luna di questa notte d'autunno, portami come un uccello attraverso l'aria finch'io veda per un solo minuto la signora ch'io amo"). Né a quello degli impegni di governo e della paternità.

 

Tuttavia c’è un particolare su cui vale la pena di soffermarsi; Genji, il cui solo conforto, nei giorni dell’esilio, era stato immaginare la gioia e l’esultanza con cui un giorno avrebbe ripercorso il cammino verso la città, ora che quel giorno è venuto, non può non sentire la gioia del ritorno; e, tuttavia, alle deliziose aspettative si mescola “lo strano timore di non riuscire mai più a rivedere i luoghi del suo esilio!; dopo mesi d’amore, solo ora scopre quanto sia bella la dama di Akashi; e a lei dona la propria cetra come pegno del suo ritorno (“Immutabile sono come le corde centrali di questa mia cetra, che vi lascio finché ci ritroveremo”).

 

 

 

 

Isole, Giardini, Paradisi 

 

Forse perché mi addormento

pensando a lui,

mi è apparso in sogno?

Avessi saputo ch’era un sogno,

mai mi sarei svegliata”  

Ono no Komachi, (epoca Heian)

   

 

C’è una fiaba giapponese che racconta la vicenda di un pescatore, Urashima, il quale, innamoratosi di una dea marina, la segue sul fondo del mare, dove vive per “tre anni”, felice dell’amore di lei; un giorno, preso dalla nostalgia della sua casa e dei suoi cari, chiede di poter fare ritorno al suo paese, anche solo per breve tempo; Urashima, però, trova che tutto è cambiato poiché quelli che l’amore gli ha fatto apparire come tre brevi anni in realtà sono stati ben trecento; né gli sarà possibile tornare dalla sua dea, poiché ha trasgredito al divieto di aprire un cofanetto che ella gli ha donato prima della partenza e il cui contenuto si è trasformato in polvere, dissolvendosi nel vento, mentre egli stesso invecchia e muore in un istante. La vicenda di Urashima si ripropone, con delle varianti, in mille altre fiabe, non solo orientali. Talvolta anche con quello che comunemente può essere inteso un lieto fine, come per La Bella e la Bestia di Perrault, ad esempio, o la Sirenetta di Andersen; ma quanto dolore, intanto, prima che la vicenda si sciolga. Bella, dopo aver abbandonato il giardino dove era felice dell’amore della sua Bestia, ritornata alla vita reale, non  ritrova più l’amato padre e deve affrontare la cattiveria delle sue sorelle prima di riuscire a tornare nel giardino incantato; la Sirenetta, in cambio dell’immortalità,  sperimenta l’ingratitudine e la credulità del principe al quale l’ha sacrificata..

 

Quale significato può mai avere questa sospensione del tempo che caratterizza i luoghi eccentrici dell’Odissea e della Gerusalemme Liberata, della fiaba di Urashima e del Genji monogatari, nei quali i personaggi sembrano perdersi, felici e smemorati e tuttavia pronti al ritorno, anche quando esso si propone difficile e doloroso? anche se sarà un nuovo esilio?

 

Afferma Magris (Negli interstizi del tempo) che il tempo  scorre tanto più lento quanto più siamo in grado di opporgli “un nucleo centrale di valori”, che dia senso alla nostra vita e si proponga dunque come una forza centripeta che impedisca alla nostra esistenza di dissolversi; ora il valore  fondamentale della vita dell’uomo, quello che più di ogni altro è atto a rafforzare il suo centro di gravità spirituale e, dunque, a fermare gli attimi in un’eterna durata, in una felicità senza tempo, è l’amore.

 

Ma, talvolta, la felicità senza tempo e senza mutamento  può essere una prigione: tra l’ amore assoluto e la morte non c’è differenza; lo sanno bene i personaggi di Yasunari Kawabata (1899 – 1972); In “Mille gru  e nel “Disegno del piviere”, che ne costituisce il seguito, Kikuji vive in una dimensione temporale sospesa tra la vita e la morte, in un intreccio indissolubile di presente e passato, attraverso il quale egli cerca di fermare il tempo che minaccia la fragilità della bellezza; diventa così amante della signora Ota, che è stata l’amante di suo padre, ormai defunto, quasi che questo possa far rivivere il tempo perduto e dare dunque più intensità al presente; allo stesso modo anche Fumiko, la giovane figlia di Ota, alla morte della madre, si identifica in lei innamorandosi di Kikuji. Simbolo della continuità con i due genitori, due antiche tazze da cerimonia del tè rimaste a testimoniare la loro unione. Sarà Fumiko a sottrarre Kikuji alla spirale vita-morte concedendosi a lui dopo avere spezzato la tazza shino appartenuta a sua madre. Gesto liberatorio per entrambi: Kikuji sposerà la signorina Inamura Yukiko e Fumiko intraprenderà un viaggio verso la città di suo padre che la porterà nel cuore del Giappone; la rivelazione della bellezza della natura, la sua vitalità si oppongono in Fumiko alla pulsione di morte che, nel primo racconto, aveva indotto Kikuji, e con lui il lettore, a crederla suicida. Piangevo, e tra le lacrime le ondeggianti spighe di susuki si trasformavano in una macchia argentea indistinta, ma il mio era un pianto di liberazione, non di dolore così ella scrive in una delle  bellissime lettere all’uomo amato, che occupano la  parte più importante del Disegno del piviere.

 

Il sentimento della bellezza della natura, l’aspirazione alla sua pienezza vitale è una costante dello spirito e della cultura giapponese; basti ricordare il bellissimo film Dersu Uzala  di Akira Kurosawa,(1910- 1998) che nella sua autobiografia racconta “Una volta mi sono alzato prestissimo per sentire il suono dei fiori di loto mentre si schiudono e vi assicuro che è un suono meraviglioso” e Sugata Sanshiro, il campione di judo dell’omonimo film di Kurosawa, acquisisce consapevolezza di sé e diventa degno di combattere nell’inattesa rivelazione della bellezza racchiusa nella musica misteriosa prodotta dai petali dei fiori di loto che si schiudono all’alba.

 

 

D’altra parte vivere per un ideale, per quanto bello e puro esso sia, può essere molto pericoloso e comportare la morte come prezzo: Fumiko scrive in un altro passo della lettera “La pace che ho provato giacendo all’ombra del pino, immersa nei miei pensieri, è stata così profonda che ho desiderato di non dovermi alzare mai più, quasi fossi in paradiso” e Kikuji imporrà la castità di un amore non consumato alla bellissima moglie in una dolorosa ricerca di purezza e perfezione.

 

Non sappiamo come sarebbe continuata la loro vicenda: una lezione che Kawabata, per sua stessa dichiarazione, deriva dalla tradizione letteraria del suo paese, avviata dal Genjimonogatari, è la ricerca di una scrittura “naturale”, libera da schemi precostituiti, che scorra mutevole come il fluire inarrestabile della vita; perciò i suoi romanzi non hanno fine e i suoi personaggi si rincorrono da un racconto all’altro.

 

Avrebbero i due innamorati continuato ad oscillare tra il richiamo della morte, come promessa di felicità senza tempo, e il desiderio  della vita e del suo pulsare nelle mille forme della natura? O avrebbero finalmente compreso, come dimostra il ruolo che Chikako, la mezzana, svolge nella vicenda, che anche la volgarità, il rumore, la bruttura possono essere una via d’accesso alla bellezza?

 

Kawabata per sé stesso ha scelto il suicidio, ma i personaggi di un romanzo non possono, indipendentemente dalla volontà del loro autore, vivere di vita propria e sentire, perciò, il richiamo della realtà quotidiana? Per chi sia nato personaggio sarebbe la scelta più giusta poiché egli esiste solo nel racconto e nessun racconto può parlare dell’eternità senza tempo. Neppure Dante parla del luogo dove “tutti li tempi son presenti”, ma solo del “grande dialogo amoroso, ricco di storia e di mutamento”che lo ha portato fino a quel punto; dal quale vuole tornare, perchè solo nella storia e nel tempo gli uomini possono raccontare e raccontarsi; oltre c’è solo il silenzio.

 

Murasaki, che, come Dante, ama la vita, ne ha concesso il dono al suo personaggio, perché gli uomini veri, come i personaggi dei romanzi, amano la vita e la amano con tanto maggiore intensità in quanto la sentono caduca, breve, sottomessa alle leggi del tempo che scorre e tutto travolge; per questo Ulisse e Rinaldo sentono la nostalgia del quotidiano e abbandonano quelle isole dei morti, che sono il giardino di Armida e il mondo di Calipso; per questo il virgiliano Melibeo, deve abbandonare la siepe che sussurra delle voci delle api iblee, poiché essa non è la vita; la vita pulsa, invece, nella violenza, nell’ingiustizia e nel caos della città.

 

Il  luogo del sogno, vero o falso che sia, rimane, tuttavia, impresso e può talvolta rivelarsi improvvisamente nell’apparizione di una donna gentile che passa per via o nel profumo dei limoni, nello splendore di un geranio di sera o nel canto di una fanciulla che tesse la tela. L’uomo si protende per ascoltare il mistero dell’Essere che in quei momenti si rivela, per afferrarne “la dolcezza affascinante e il piacere che uccide”(Baudelaire).

 

 E cerca di farli durare, di renderli eterni. Catullo moltiplica i baci per moltiplicare gli attimi all’infinito e opporli all’ “una brevis lux”.

 

Ovidio e, dopo di lui, Bernini, bloccano per sempre Dafne nel momento doloroso di sospensione tra il bisogno di una forma e la necessità del mutamento; e Proserpina si dibatte tra le braccia di Plutone, in quell’unico, vero momento di vita che non appartiene più alla madre Demetra e non ancora al Signore degli Inferi, suo sposo.

 

Orazio si vanta di avere innalzato un monumento “aere perennius”, più duraturo del bronzo; ossimoro felice, poichè il fascino della sua poesia  è nella brevità della vita, nell’invito a darle valore attraverso le piccole cose quotidiane: la risata di una fanciulla alla quale si sia strappato un pegno d’amore, o il vino bevuto con gli amici sullo sfondo delle nevi perenni del monte Soratte. 

 

 

 

 

 

“…e Proserpina si dibatte tra le braccia di Plutone, in quell’unico, vero momento di vita che non appartiene più alla madre Demetra e non ancora al Signore degli Inferi, suo sposo.

 

   

 

 

Il Giardino di Murasaki e il Mono no Aware

   

“Mai più sognerò la Montagna sul Dorso della Tartaruga, 

perché qui su questa barca 

ho trovato una malìa che per sempre mi salverà, 

col mio nome, dagli assalti della caducità  

Murasaki  Shikibu, Genjimonogatari

   

 

Ai piedi di un monte ancora più maestoso, il Fujiyama, che sembra essere la rappresentazione stessa dell’ Essere, della sua eternità e del suo mistero, le dame e i cavalieri della corte Heian si provano ad opporre, alla legge dell’impermanenza, l’immobilità di un mondo chiuso in se stesso, regolato da un rigido cerimoniale, che, cristallizzando la bellezza, esorcizzi il dolore e la malattia.

Il giovane Siddharta, uscito per la prima volta dal suo palazzo, aveva scoperto, nella malattia, nella vecchiezza e nella morte, l’infelicità degli uomini,  e aveva iniziato da quel momento il suo viaggio di purificazione che lo avrebbe portato a diventare Bodhisattva. Gli aristocratici Heian preferiscono, invece, tornare entro le mura protettive del palazzo imperiale e raccontarsi un’altra storia; quella della bellezza che può sconfiggere il tempo.

Cesare Brandi nei suoi “Viaggi in Oriente” descrive il giardino giapponese come “il più naturale e il più coatto dei giardini”; le collinette, i tronchi nodosi degli alberi piegati dal vento, le pietre qui e lì scheggiate e consumate dal tempo, i ponticelli irregolari, i cerbiatti ‘ricciutelli come in un  Pisanello’: tutto vi sembra frutto del caso ed è invece opera sapiente dell’uomo, che nel giardino rappresenta il fueki ryūkō, il perenne cambiamento e l’eternità.  Brandi si sofferma a descrivere lo stagno coperto di muschio(9) dei giardini di Katsura, dove il visitatore prova  l’illusione malinconica che il tempo si sia fermato e che, a dispetto di Eraclito, ci si possa bagnare due volte nella stessa acqua.

 

 

………lo stagno coperto di muschio  dei giardini di Katsura, dove il visitatore prova  l’illusione malinconica che il tempo si sia fermato e che, a dispetto di Eraclito, ci si possa bagnare due volte nella stessa acqua.

 

 

 

Al di là del tempo, delle mode e degli individui, rivive, dunque, nel moderno giardino giapponese, lo spirito dei giardini nei quali i kumoi no uebito, gli aristocratici “abitatori delle nuvole” dell’ epoca Heian inventarono la loro bella favola fatta di feste stagionali, di danze di bimbi-farfalle e bimbi-uccelli, di corteggiamenti al chiaro di luna, regolati da complicatissimi cerimoniali, nei quali rappresentare il luogo del sogno e della nostalgia.

Il giardino di Katsura fu voluto dal principe Toshihito (XVI sec.) proprio per ricreare, nei luoghi stessi del romanzo (a Katsura Genji aveva dei possedimenti) il bellissimo giardino di primavera di Murasaki, che l’omonima scrittrice descrive appunto come un luogo irreale, frutto della poesia e dell’arte.

 

Qua e là si  vedevano spuntare al di sopra della nebbia i rami più alti di un lontano frutteto, così carichi di fiori da dar l’impressione che fosse stato sciorinato in aria un tappeto variopinto. In lontananza si arrivava appena a scorgere gli appartamenti di Murasaki, distinti dal verde più cupo dei rami di salice che accarezzavano i suoi cortili e dal baluginare dei suoi frutteti in fiore, che perfino a quella distanza parevano diffondere il loro profumo tra le isole e le rocce. Nel resto del mondo i ciliegi erano ormai quasi spogli; ma qui pareva che ridessero della morte…..”

 

Il profumo di quei ciliegi in fiore, impresso sulla tela dai grandi pittori calligrafi giapponesi, Utamaro (1753 –1806), Hokusai (1760-1849), Hiroshige (1797-1858) per citarne alcuni, ha attraversato l'oceano approdando nelle tele di Manet e di Van Gogh.(10)

 

 

"... Qui non ho bisogno di giapponeserie, perchè mi dico sempre che qui sono in Giappone e che di conseguenza non ho che da aprire gli occhi e dipingere diritto davanti a me ciò  che mi colpisce…”(Van Gogh, lettera alla sorella)

 

 

 Ma se l’Ukiyo, il “mondo fluttuante” delle geishe e dei mercanti, al quale appartiene Hokusai, ha saputo raccogliere lo spirito del mondo Heian, tuttavia lo ha anche distrutto, portando nella terra di Yamato il tempo del commercio e del danaro. Cesare Brandi nota come i ciliegi in fiore di Murasaki non esistano più nel Giappone di oggi; “l’umidità del paese”, forse. O, forse, i fiori dei ciliegi sono caduti come quelli del “Pescheto” di Kurosawa, poiché l’avidità ha scacciato gli spiriti danzanti che li abitavano. Come cantava il poeta Ki no Tsurayuki,(935) “non  del vento è la colpa, se i fiori cadono; persino sulla montagna spianano i campi”.

 

Ma questa è storia del XIX sec.

 

Nell’XI secolo il Giappone si presentava come una serie di scatole cinesi: un’isola, chiusa al resto del mondo, che conteneva un’ altra isola, la  corte imperiale, nel cuore della quale aveva sede il microcosmo delle nyōbo, l’elite delle dame(11). Cuore e metafora di questo mondo inaccessibile, il giardino di Murasaki.

 Qui, come figure in un quadro di un paese fatato, esse (le dame ospiti di Murasaki) trascorsero il giorno a guardare ammaliate, e invidiavano il boscaiolo sulla cui ascia erano finalmente spuntati verdi germogli” (12).. E’ un momento di intensa emozione per le dame, che affidano ai versi il compito di rappresentarla. “Mai più sognerò la Montagna sul Dorso della Tartaruga (13), perché qui su questa barca ho trovato una malìa che per sempre mi salverà, col mio nome, dagli assalti della caducità”, recita una di loro.(Murasaki Shikibu, op. cit., pag.662)

 

Lontano da questo luogo si può essere molto infelici, e non solo per un eroe da romanzo come  Genji, ma anche per una persona in carne ed ossa come la Dama di Sarashina, una delle figure più interessanti della letteratura giapponese.

Malgrado sia figlia del vice-governatore della provincia di Hitachi e di una dama della potentissima famiglia Fujiwara, nel suo diario(1060 ca) ella scrive di se stessa “Una come me, cresciuta in una regione ancor più remota di quella che si trova alla fine della Tokaido, chissà quanto doveva apparire rozza e provinciale”.

Perché Heian-kyō era ‘l’acropoli della cultura, dello stile di vita, dell’eleganza e del potere politico’ (G.C.Calza), il paradiso realizzato dalle persone colte e sensibili. Confinata in una provincia del nord, la dama di Sarashina smania per cogliere almeno un riflesso di quel mondo,  al quale sente di appartenere per nascita ed educazione e, ottenuta una delle rarissime copie in circolazione del Genji Monogatari, legge e rilegge i suoi cinquanta capitoli; sogna di amare un principe come Genji.

 

Ero sicura che sarei stata come Yugao amata da Genji o come Ukifune amata dal generale di Uji” (Le memorie della dama di Sarashina, a cura di Carolina Negri, pag.65) e più avanti, pur con molti sensi di colpa,  Tutto ciò che desideravo era che almeno una volta all’anno venisse a farmi visita un uomo di alto rango, bello e distinto come Genji lo Splendente, mentre io come Ukifune, nascosta in un villaggio di montagna, contemplavo i fiori, le foglie rosse, la luna e la neve nell’impaziente attesa di una magnifica lettera che di tanto in tanto potesse distrarmi dalla mia solitudine.”(op. cit. pag.80)

 Certo un monogatari è fiction; e come tale condannato tanto dagli ambienti tradizionalisti, imbevuti di confucianesimo cinese, quanto dal buddismo stesso(14); ma è curioso come il mondo in cui si muove Genji sia lo stesso descritto nei Nikki, i diari personali ai quali le dame, mescolando pubblico e privato,  affidano la cronaca minuziosa della vita di corte.

 

Così può accadere che Sei Shonagon, nelle sue Note del Guanciale (Makura no sōshi) racconti di come il potente Primo Ministro, Fujiwara no Michitaka (953-995) si commuova alla vista di un ciliegio sciupato  dalla pioggia e si adoperi a farlo sostituire prima dell’alba, affinché sua figlia, l’Imperatrice Sadako,  non debba soffrire alla vista di tanto scempio.. E nel cap. 178 la scrittrice raccomanda: “L’abitazione ideale per una donna che viva sola dovrebbe esser posta in un luogo del tutto selvaggio con un muro incompleto, e se ci fosse un laghetto dovrebbe essere lussureggiante di alghe, il giardino non invaso dalle artemisie, ma con ciuffi di tenera erbetta che spuntino qua e là tra la sabbia, in una semplicità davvero elegante”.

 

Raffinatezze, si potrebbe dire, di donne escluse dalla vita politica e sociale,  relegate in un mondo asfittico, dietro  cortinaggi che le nascondono perfino ai loro familiari e ai loro amanti (15), irrigidite entro gli strati di seta che compongono i loro abiti, private perfino del nome; non conosciamo, ad esempio, il nome della dama di Sarashina, né quello di Murasaki Shikibu, che lo deriva in parte dalla sua eroina e in parte dalla carica di “guardarobiere di palazzo”(shikibu) del padre o di un fratello. Per non parlare delle grandi dame della corte imperiale, che vengono chiamate con i nomi degli appartamenti in cui vivono (vedi nota 6).

Il limite di questa letteratura è, dunque, quello di escludere tutto ciò che non appartiene al mondo raffinato della corte. Nel Genji monogatari il popolo compare solo per assistere passivamente alle cerimonie, talvolta confusamente toccato dalla rivelazione della bellezza. Sei Shōnagon dichiara, senza mezzi termini, che “la neve caduta sulla casa di un povero è uno spettacolo sprecato, anche quando i raggi della luna indugiano sul tetto”; dei villani, poi, è meglio non parlare,  ne ho visti alcuni una volta ed erano così sgradevoli”, mentre si può piangere e ci si può ritrarre nella carrozza per non vedere delle guardie abbronzate e malamente incipriate che deturpano la bellezza di una processione.

 

Per altro sappiamo che nell’epoca Heian le congiure di palazzo, i giochi di potere e le guerre, come anche le epidemie, i terremoti e le inondazioni erano all’ordine del giorno, ma nessuna delle poetesse di corte ne parla, se non per brevi allusioni. Alla congiura che vide protagonisti i fratelli dell’amata Imperatrice Sadako, e che ebbe come conseguenza  l’esilio della stessa Sadako, Sei Shōnagon non dedica che pochi cenni.

 

Ma del resto questo discorso non vale anche per  la splendida rappresentazione che delle corti italiane ci hanno lasciato i nostri poeti del ’400 e ‘500? Cosa ci raccontano del ‘mestiere delle armi’ Sannazzaro o Poliziano, Bembo o Castiglione, Gaspara Stampa o Vittoria Colonna? E gli stessi Boiardo o Ariosto, che pure parlano di guerre?

 

 

 

 

 

la neve caduta sulla casa di un povero è uno spettacolo sprecato, anche quando i raggi della luna indugiano sul tetto

 

 

Perché i miei occhi ormai non possono più soffermarsi sulle brutture di questo mondo ed esserne distratti, posso disegnare a memoria e nel modo più puro tutte le meraviglie di Allah”, dice al Sultano che gli ha commissionato delle miniature Alì, il pittore cieco di un romanzo di O. Pamuk; e maestro Behzat, nello stesso romanzo, sceglie anch’egli la cecità, perchè “Cosa c’è di più bello che cercare di ricordare il mondo che vede Allah guardando i disegni più belli dell’universo?”.

 

Come quello in cui vivono Alì e Behzat, (o Ariosto e Bembo), anche il mondo delle dame giapponesi lo hanno disegnato gli uomini di potere a propria misura, ma è la memoria di un mondo già conosciuto, forse solo sognato, ad ispirare la poesia di queste, le miniature degli altri.

D’altra parte quegli shōjj sottili, traslucidi, mobili, attraverso i quali gli uomini spiano delle donne i lunghissimi capelli, le maniche dei chimono, i volti bianchi di polvere di riso, appena illuminati dalla luce lunare, (16) sono confini assai labili, attraverso i quali, se non entra il rumore delle guerre e delle carestie, con i fiori dei ciliegi e le foglie rosse dell’autunno può penetrare, tuttavia, il ritmo del tempo che scorre.

 

Perciò, come nello stagno immobile di un haiku di Matsuo Bashō (1644-1694) il salto di una rana porta il battito della vita dell’universo (Antico stagno:/ una rana vi si getta, /suono d’acqua), così la più piccola delle scatole cinesi della civiltà Heian, il gineceo delle dame di corte, risuona delle vibrazioni infinite della natura; e sono queste vibrazioni a trasformarsi in poesia. Fu certamente una donna ad esclamare per prima “AA, il profumo della peonia!” e un’altra a dire “Hare, la luce della luna”, e poi ancora “Cade la neve, aware!” esprimendo così il profondo coinvolgimento emotivo di fronte a una immagine talmente bella da produrre, a dirla con le parole di E. Pound, “quel senso di improvvisa liberazione, quel senso di libertà dai limiti di tempo e di spazio, quel senso di crescita improvvisa, che sperimentiamo alla presenza della più grande opera d’arte”.

Poi qualcuna affidò l’emozione del momento all’eternità della scrittura e, fondendo le due espressioni in un unico carattere, scrisse aware con l’ideogramma kana (17) che indica la malinconia, il dispiacere, la pietà, lo struggimento.

Il mono no aware, che costituisce il tema centrale del Genji Monogatari e continuerà ad essere la nota dominante della cosiddetta letteratura ‘onnade’ giapponese (di mano femminile) (18), è appunto l’emozione delle cose, concetto estetico essenziale, nel quale si fondono l’amore scintoista per la contemplazione della natura e la convinzione buddista della continuità delle esistenze nel ciclo delle morti e delle rinascite. Esso nasce dal rapporto tra la vita e il sogno, tra la realtà e la visione ed è intriso delle “lacrymae rerum”, (sunt lacrymae rerum et mentem mortalia tangunt, Virgilio, Eneide, I, 462) che accompagnano la scelta del vivere e che sono fatte  di amore per la  bellezza e di malinconia per la sua fragilità, della solitudine dell’esilio e, insieme, di compassione, nel senso latino di “condivisione”(cum-patiri) del nostro sentire con tutto ciò che ci circonda e che partecipa del nostro destino. (19)

 

Solo una lingua come quella giapponese, vaga  ambigua  nebbiosa, e i caratteri raffinati, bellissimi, misteriosi di cui essa si serve, avrebbero potuto esprimere l’inesprimibile profondità del mistero, addirittura il suono del silenzio(20)  e, contemporaneamente, i godimenti inesauribili che ne scaturiscono per chi vi si accosta.

 

 

……le donne senza nome dell’epoca Heian imparavano ad affondare lo sguardo nello specchio che veniva loro offerto, scoprendo, per intuizione più che per un procedimento razionale,  quanto profondo fosse lo spessore della semplicità naturale;

 

 

 

E, mentre gli uomini esprimevano in cinese valori quali l’ossequio allo Stato e il rispetto della tradizione, che rimandavano alla dimensione sociale nella quale essi erano pienamente  calati, le donne senza nome dell’epoca Heian imparavano ad affondare lo sguardo nello specchio che veniva loro offerto, scoprendo, per intuizione più che per un procedimento razionale,  quanto profondo fosse lo spessore della semplicità naturale; e, intanto, conquistavano, attraverso la poesia, la dimensione della interiorità e la consapevolezza  della propria identità, a loro altrimenti negata. Credo che in questo senso vada intesa l’affermazione della dama nel giardino di Murasaki “qui su questa barca ho trovato una malìa che per sempre mi salverà, col mio nome, dagli assalti della caducità”.

 

 

 

 

 

 

Dance, Dance, Dance (*)

   

 

Grande lezione per il nostro tempo e per i nostri giovani, che rischiano di perdere la propria identità, con il senso della  bellezza, serializzata, (la fugacità è ormai quella della moda che tutto fagocita ed espelle), affidata tanto alla cura ossessiva del corpo in palestre e  beauty farm, quanto alla  mortificazione del piercing. Così Alda Merini in una recente intervista televisiva: “la chiamano moda ed è piuttosto perdita di identità”

Ma è anche la perdita della capacità di guardare il brutto, il male, nello speculum della poesia, come il Perseo di Calvino osserva e abbatte Medusa.

Diventa necessario, allora, creare una civiltà della poesia, riandando, come Bonnefoy all’Arrière-pays, l’Entroterra. Poiché, se il reale è l’unico luogo in cui vivere, solo il sogno rende possibile costruire il futuro, come ci racconta Saramago nella sua bellissima favola ‘Il racconto dell’isola sconosciuta”.

Guardando al luogo   “A Sud del confine,   a Ovest del sole”(*)   dove “Tutti i figli di Dio danzano”(*)

 

 

 

 Angela Maria Basile

Gennaio 2006  

Rivisto e integrato ottobre 2009


 


Note

 

(1).I. "Cos'è mai l'uomo, cosa non è. Ombra d'un sogno è l'uomo", Pindaro. (VIII Pitica, v. 95)

II.“Ancora non so spiegarmi / se queste cose che ascolto /sono realtà o illusioni.”(Calderon de la Barca, La vita è sogno)

“….dato che /la vita è tanto breve, /sogniamo, anima mia, /sogniamo ancora…”(Ibid.)

 

 

(2)  Il mondo guerriero dei samurai  conserva, in un contesto storico e sociale diverso, i cerimoniali della corte Heian; compresa l’abitudine a spiare la bellezza dovunque essa si riveli. Terukatsu, il protagonista del romanzo, si innamora perdutamente di una donna che ha intravisto nell’atto di acconciare la testa mozzata di un nemico.

 

(3). L’imperatore compensa lo scarso prestigio del proprio figlio Genji, affiliandolo al potente clan Minamoto. Sull’importanza che, nell’antico Giappone,  si attribuisce ai parenti del lato materno, per cui anche per il figlio di un imperatore la posizione della madre può essere determinante, si vedano le riflessioni sul Genji Monogatari di Lèvi_Strauss (Lo sguardo di lontano, pagg. 88-119).

 

(4). Interessante a questo proposito risulta il nome Murasaki, soprattutto se si tiene conto della caratteristica allusività della lingua giapponese. Il capitolo dedicato all’incontro di Genji con Murasaki bambina si intitola Wakamurasaki. Il termine appare composto dalla parola wakakusa (giovane erba, ma anche poeticamente moglie) e murasaki (un’erba particolarmente diffusa nella pianura di Musashi – ne parla anche la dama di Sarashina- da cui si estraeva il colore per tingere di viola le vesti); ma anche il glicine, che in giapponese si chiama fuji  è viola; nel colore viola, dunque, si sovrappongono e si fondono il sogno e la realtà; Genji realizzerà attraverso Murasaki, la sposa-bambina, il sogno di amare Fujitsubo, l’irragiungibile Signora-del-Padiglione-dei-Glicini.

 Per anni Murasaki era servita a tenere Dama Fujitsubo, almeno fino a un certo punto, lontana dai pensieri di Genij. Ma adesso, nel vedere quale straordinaria somiglianza ci fosse tra loro, egli si immaginò che fin dal principio Murasaki non avesse rappresentato se non una sostituzione e un simulacro della dama che gli negava il suo amore. Avevano entrambe lo stesso orgoglio, lo stesso riserbo. Per un momento si domandò se a vederle vicine sarebbe riuscito a distinguerle. Ma era assurdo! E infatti, si disse, probabilmente quella loro somiglianza esisteva solo nella sua immaginazione; da tanti anni Fujitsubo occupava tutti i suoi pensieri…”(Murasaki Shikibu, Genji Monogatari, pag.280)

  (5). “Per quanto di colori eleganti e di profumi io sia adorno / e snella statura  di cipresso abbia, e guancia di tulipano/, pure non so perché  sui muri di questa taverna del Mondo/ il Pittore dell’Eternità mi dipinse sì bello” (O. Khayyâm, Quartine, 5)

(6). Le spose imperiali derivano spesso il proprio nome dal luogo in cui vivono all’interno del Palazzo. Così Fujitsubo è la Signora del Padiglione dei Glicini, poiché i suoi appartamenti si aprono su un giardino caratterizzato dalla presenza di questi fiori.

 

 (7). Il monastero.“tra breve sulle strade di risonanti pietre i miei passi ritmeranno il loro canto” sono i versi che Genji compone nel periodo di melanconia seguito al definitivo rifiuto di Fujitsubo.

(8). “un piede nell’erudizione, l’altro nella magia; o più esattamente, e senza metafora, in quella ‘magia simpatetica’ che consiste nel trasferirsi con il pensiero nell’interiorità d’un altro”, da  M.Yourcenar, Taccuini di Appunti, in Memorie di Adriano, Einaudi, pag. 287)

 

(9). Nel romanzo di Kawabata, Il Disegno del piviere, il contrasto creato dal maglione bianco di una giovanetta sullo sfondo di un muro ricoperto di muschio produce una forte emozione nella giovane Fumiko: “Nei pressi dell’ingresso scavato nella roccia avevo notato una splendida giovane con un pullover bianco. Passava davanti a una parete rocciosa ricoperta di muschio verde, e sullo sfondo rosseggiavano le foglie degli aceri” pag. 60)

 

(10).  Nel periodo arlesiano Van Gogh dipinge la serie dei ciliegi in fiore sullo stile delle stampe giapponesi e da Arles  in una lettera alla sorella scrive: "... Qui non ho bisogno di giapponeserie, perchè mi dico sempre che qui sono in Giappone e che di conseguenza non ho che da aprire gli occhi e dipingere diritto davanti a me ciò  che mi colpisce…”; a Bernard scrive,  "... il paese mi pare bello come il Giappone per la limpidezza dell’atmosfera e gli effetti di colore gaio. Le acque fanno nei paesaggi delle macchie di un bel smeraldo e di un blu ricco tal quale si vede nei "crépon". I tramonti arancio pallido fanno sembrare blu il terreno. I soli sono di un giallo splendido…. “

Acclude alla lettera lo schizzo di un ponte levatoio contro un enorme sole giallo. Si tratta dello studio di un famoso dipinto del pittore francese, “Le  pont de Langlois” che Akira Kurosawa ricostruirà sul set del film "Sogni", per l’episodio “I corvi”, dedicato appunto a Van Gogh.

 

 (11). La definizione è di Katō Shūichi, autore di una Storia della letteratura giapponese-dalle origini al XVI sec., edita da Marsilio, 1987.

 

(12). Anche questa vicenda parla del tempo. Un cinese Wang Chih,  si era fermato tanto tempo a guardare due eremiti che giocavano a scacchi, da non accorgersi che erano passati tanti anni e nel frattempo dalla sua ascia erano spuntati dei germogli.

 

(13). L’Horai, l’Isola Immortale della mitologia scintoista.

(14). La condanna è, per altro, evidente proprio nelle memorie della dama di Sarashina, che si dichiara spesso pentita di non aver dedicato più tempo ai pellegrinaggi e alle letture edificanti. A un romanzo come il Genji Monogatari è probabile che i tradizionalisti preferissero l’ Ochikubo Monogatari, un romanzo che, raccontando una storia simile a quella di Cenerentola, si offriva come modello di comportamento per le donne dell’aristocrazia destinate al matrimonio.

 

(15). Verosimile, dunque, il curioso episodio in cui Genji ama una donna senza neppure riuscire a vederle il viso. Dopo numerosi tentativi per capire chi ella sia, sarà una schermaglia poetica a permettergli il riconoscimento. “Egli si avvicinò furtivo alle cortine di gala dietro cui stava seduta e prendendole la mano si arrischiò a sussurrare la poesia: -Se in questa gara di arcieri la mia freccia ha deviato era  perché solo nell’incerto crepuscolo del mattino i miei occhi avevano intravisto il brillare del bersaglio-. Ed ella, incapace di nascondere più a lungo che lo conosceva, rispose con i versi: -Se aveste saettato con gli strali del vostro cuore, anche senza che l’arco sottile della luna dardeggiasse alcuna lucentezza, avreste fallito il bersaglio?- Sì, era la sua voce. Genji ne fu deliziato” (Op.cit., pag.214)

 

(16). L’atteggiamento ha perfino un nome, ‘Kaimami’e  non può non ricordarci il voyeurismo del Decadentismo, ‘lo sguardo di maniaco’ di Baudelaire folgorato dall’apparizione della passante nel rumore cittadino.

 

(17). la scrittura giapponese riservata alle donne e disprezzata dalla intellighenzia maschile, che deteneva l’uso esclusivo del cinese.

 

(18). Nel Giappone di epoca classica si svilupparono due stili di scrittura; lo stile cosiddetto “femminile” riguardava temi riguardanti la sfera dei sentimenti  ed usava i kana, la scrittura riservata alle donne. Lo stile ‘maschile’ utilizzava, invece, i kanji, i caratteri cinesi, ed era riservato alla sfera dell’ufficialità, rigorosamente vietato alle donne. Nel tempo la distinzione è rimasta, pur avendo i due stili subito una trasformazione profonda. Lo stile ‘onnade’ continua ad essere privilegiato da scrittori, come Kawabata, attenti alle sfumature dell’inconscio, al palpitare del cuore e dei sensi.

(19) vedere il bellissimo articolo di Dario Giansanti, “Bellezza e Commozione, verso una definizione dell’estetica giapponese” pubblicato nel sito del Centro Culturale Italo-Giapponese di Napoli

 

(20). Il genere poetico giapponese più significativo è l’haiku; si tratta di una composizione che, nella sua brevità (17 sillabe secondo lo schema 5/7/5), riesce a cogliere intuitivamente le relazioni tra le cose dell’universo; il poeta si pone in ascolto della natura, ma la musica che essa produce necessita di silenzio per essere intesa anche nelle cose più piccole e insignificanti, le lucciole, la rana, i petali della peonia. Per questo il poeta giapponese non ha bisogno di riempire gli spazi; l’affollamento degli oggetti produrrebbe rumore e la ricerca di significato ad ogni costo, insignificanza. Per questo la poesia giapponese usa l’onomatopea, ma soprattutto necessita della pennellata dei suoi caratteri, la cui bellezza fa tutt’uno con l’eleganza minimalista delle parole; per questo i poeti hanno inventato anche caratteri che rendono l’immagine e il suono del silenzio, per quelle manciate di sillabe che, talvolta completano gli haiku; che non vogliono dire nulla e significano tutto.

 

(*) “Dance, Dance, Dance” (1998),  “A Sud del confine, a Ovest del sole” (1992), “Tutti i figli di Dio danzano”(2005) sono i titoli di tre romanzi di Haruki Murakami, scrittore giapponese tra i più interessanti dell’ultima generazione (1947). In tutti i suoi romanzi  malessere e ricerca del senso si intrecciano con il motivo della musica; attraverso la scoperta dei legami fra tutte le cose è possibile non perdere l’orientamento: basta continuare a danzare.

“Yoshiya si tolse gli occhiali e li ripose nel loro contenitore. Danzare non è male, pensò. Non è niente male. Chiuse gli occhi, e sentendo sulla pelle la luce bianca della luna, da solo, cominciò a danzare. Poiché non gli veniva in mente una bella musica che si adattasse al suo stato d’animo, danzò in accordo col fruscio dell’erba e il fluttuare delle nuvole. A un tratto si rese conto che qualcuno lo stava guardando. Riuscì a percepire distintamente di essere nel campo visivo di qualcuno. La sua pelle, le sue ossa, lo captarono. Ma di questo non gli importava nulla. Chiunque fosse, se voleva guardare, guardasse pure. Tutti i figli di Dio danzano!”

 

 

 

Bibliografia

 

·  Murasaki Shikibu, Storia di Genji il principe splendente, a cura di Adriana Motti  dall’edizione di Arthur Waley, Einaudi, Torino, 1992

·  Sei Shonagon, Note del guanciale, a cura di Lydia Origlia, Oscar Mondadori, A. Mondadori,1997

·  Kawabata Yasunari, Il disegno del piviere, Einaudi, Torino, 2005

·  Kawabata Yasunari,  Mille gru, 2002

·  M.Yourcenar, Le novelle orientali, Biblioteca universale Rizzoli, 1998

·  Haiku, a cura di Leonardo Vittorio Arena, BUR, 2004

·  Haiku, Il fiore della poesia giapponese da Bashō all’Ottocento, a cura di Elena Dal    Pra, Oscar Classici Mondatori, 2005

·  Ezra Pound, Cathai, Antiche poesie cinesi, Einaudi, 1993 

·   Letteratura Giapponese, dalle origini all’età moderna, a cura di Adriana Boscaro, Piccola Biblioteca Einaudi, Saggistica Letteraria e linguistica, G. Einaudi editore, Torino, 2005

·  A.Tassone, Akira Kurosawa, Il Castoro Cinema,  1994

·  O. Khayyâm, Quartine, a cura di Alessandro Bausani, Einaudi, 2005

·  C.Magris, Itaca e oltre, Garzanti 2005

·  Cesare Brandi, Viaggi in Oriente, Editori Riuniti, 1993

·  Murakami Haruki, Dance, Dance, Dance, Einaudi, 2005

·  Murakami Haruki, A sud del confine, a ovest del sole, 1992

·  Murakami Haruki, Tutti i figli di Dio danzano, Einaudi 2005

·  Le memorie di dama Sarashina, (Sarashina nikki), a cura di Carolina Negri, Letteratura Universale Marsilio, 2005

· Y.Bonnefoy, L’Entroterra, Donzelli Editore 2004

· Dario Giansanti, “Bellezza e Commozione, verso una definizione dell’estetica giapponese”, 2002, pubblicato nel sito del Centro Culturale Italo-Giapponese di Napoli

·  Lévi-Stauss, Lo sguardo di lontano, Einaudi 1984

·  Anonimo, Storia di Ochikubo (Ochikubo Monogatari), a cura di Andrea Maurizi, Letteratura Universale Marsilio, 1992

·  Ohran Pamuk, Il mio nome è Rosso, Einaudi 2001

Si indica il sito http://www.hogaku.it, dal quale è possibile iniziare per un’ampia ricerca on line

 

Immagini

 

Kitagawa Utamaro (1753-1806), Giovane donna che legge una lettera

Kitagawa Utamaro (1753-1806), Suonatrice di Shamisen

Katsuohita Hokusai, (1760-1849), La grande onda presso la costa di Kanawaga (Kanawaga oki Namiura)

Foto: Lo stagno dei giardini di Katsura (Giappone)

Vincent Van Gogh, Peschi i fiore, “Souvenir de Mauve”, 1888

Bernini, Il ratto di Proserpina (sec.XVII)

 Tosa Mitsuoki (1617 –1691), Genji conversa con la principessa Asagao, mentre le ancelle giocano con la neve.

Kitagawa Utamaro (1753-1806), Donna allo specchio

 

 

 

 

2003-2004 UCHIUMI KIYOHARU GENJI MONOGATARI MUSEUM

 

spazio giovani

Liceo Classico Socrate -Bari, Via S. Tommaso d'Aquino 4 -70125 e-mail: socrateliceo@virgilio.it