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L'arte
non fa paura
di Emma Favia
Grunewald
Altare di Isenheim, 1512-16 Colmar, Musée d’Unterlinden
L’immagine
tragica per eccellenza, la Crocifissione, toglie il fiato, quasi
impedisce la meditazione. La mistica affronta la brutalità e la
affonda. Rappresentazione della condizione assurda dell’uomo abbandonato
alla sofferenza più cupa. La condizione paurosa
urta la mente e sconvolge il cuore.
Siamo in Alsazia, a un passo dalla
lacerazione della Riforma luterana che la politica impugnerà con violenza
Caravaggio.
Medusa 1600 c.a. Firenze, Uffizi

Dipinta
per la superficie curva di uno scudo da parata orientale, come tipica
figura apotropaica, per ammonire il riguardante.
Il mito di Medusa e dell’ agghiacciante effetto
del suo sguardo si addensa nella verità dei serpenti in movimento,
al punto da identificare il
ribrezzo “oggettivo” con l’oscuro potere magico degli occhi
sgranati, urlanti insieme alla bocca stirata in un cerchio sonoro: sublime
semplificazione dell’artista che assale, ma non provoca.
La paura non satura l’immagine che la riduce a sigla, e così la nega.
Goya.
Los Fusilamientos.
1814 Madrid, Prado
Paura
di una storia chiusa al racconto: gli occhi dell’eroe sbarrati
nell’imminenza di un’ irreversibile sequenza, la notte tuffata nelle
tonalità brune, come le divise dei soldati, il paesaggio quasi una natura
morta. La lanterna, cruda testimone,
invade con la sua luce lo
spettacolo senza tempo dell’insensatezza.
Pitture
nere della Quinta del Sordo 1820-21 Madrid,
Prado
Lungo le pareti nella casa di campagna -la
quinta- si dispiega la visionarietà come percezione di
forza oscura, ritagliata in uno spazio della coscienza che nega
alla rappresentazione il suo statuto classico di verosimiglianza. La paura
è soltanto negazione di verosimiglianza, quindi di verità.
Assunto classicista e illuminista.
L’
arte come pura capacità
espressiva non accoglie la paura, piuttosto la oggettiva come risonanza di
un sentimento primario: l’ autenticità dell’arte diverge
infatti dal reale della vita.
Dalle
temibili figure apotropaiche al repertorio d’immagini
fondato sul rapporto potere-paura di cui ha coltivato la forza,
(caso estremo quello dell’America precolombiana),
si dovrà forse distinguere fra “illustrazione”di un messaggio pauroso
e realtà estetica in sé.
Le
testimonianze di violenza che camere cinematografiche e fotografiche
rilevano e diffondono, “producono” paura
a misura della cruda
autenticità del documento.
Ma ne svanisce ogni traccia se il “reale pauroso” è assunto
dall’occhio del fotografo o del cineasta come pura immagine. La mente
trasfigurante degli artisti crea, infatti, un “altro” dalla vita, che
non è un “doppio”, un innocuo giocattolo
mentale: le storie terribili che si possono rappresentare, se appunto
divenute poesie visive, elidono la paura trasformandola in commozione.
Il
phòbos (terrore) di cui parla Aristotele nell’Arte Poetica,
insieme all’èleos (pietà) della grande tragedia classica induce
alla catarsi (liberante purificazione). Lo conoscono bene dunque gli antichi il processo che parole suoni immagini
realizzano nel ritmo del verso tragico o nelle posture ruotanti degli eroi
feriti. Ma la mimesis si ferma qui
Proprio
nel cuore di questa civiltà
della mimesis, la Grecia antica, l’orrore evocato nelle parole si
trasferisce in immagini idealizzate: e il sentimento divenuto lirica
supera l’oggetto, va oltre. (Lessing nel Laocoonte lo spiegava
limpidamente).
La
paura come emozione morbosa, spettacolo, si convogliava nel mondo antico,
come ancora oggi in molti
luoghi del mondo, nella esemplarità delle esecuzioni capitali.
Dove
questa si associava alla
necessità della Legge, della Giustizia, oltre le Leggi Non Scritte, si
allontanava come urgenza esistenziale della persona individuale e si
ancorava ad un livello di astratta esemplarità.
Poi
il dolore, la relazione con questa abissale condizione delle esistenze,
virava la paura nei termini del mistero assoluto, del male assoluto.
Il
mondo moderno dell’Età dei Lumi, oggettivando la paura nella
superstizione, associa questo sentimento all’esito contrario della
Scienza. La scienza essendo
pensata come modello virtuoso del pensare umano. La paura come sostanziale
atteggiamento di sottomissione e di smarrimento di identità dell’uomo
in quanto essere dotato di ragione. Annichilimento dell’intelligenza.
Perdita pura. “Il sonno della ragione genera mostri”
Il Medioevo Latino, quello dei santi, delle agiografie, dei
cicli epici, nel momento in
cui veniva identificato con l’età della sottomissione al dogma
religioso, diveniva perciò stesso, più
che l’Età
per eccellenza della cristianità occidentale, soprattutto l’età
dell’oscurantismo, tragico Leviathano della coscienza critica di radice
classica. Ma non era
paura questa dei mostri infernali
nelle visioni tremende dei santi eremiti che dagli assalti di
quelle visioni, al contrario, uscivano
forti e pacificati. La figuratività simbolica di Abbazie e
Cattedrali, con tutto il
repertorio dei bestiari e
delle sue forme mostruose, lungi dallo scatenare spavento, ammoniva la
mente e soprattutto liberava la fantasia:
cosa che non mancò di rilevare il grande monaco S. Bernardo di
Chiaravalle.
Il
Rinascimento poi, armato di
filologia, conteneva l’irrazionale e riduceva gli spazi della paura.
In
Italia, i demoni infernali del Beato Angelico nelle scene del Giudizio
Universale apparivano irrealtà fiabesca e non facevano paura a nessuno.
Deformazioni caricaturali di figure umane ed animali: la cifra mostruosa
essendo costituita dalla perdita della bellezza intesa come dignità
naturale.
La
dignità nemica della paura che avvilisce l’uomo, lo deprime.
Ma
qui la coralità di un pensiero forte per una comune salvezza, la
benedicente appartenenza ad una comunità di creature libere -il costante
invito del Cristo, “Non temete”- risolve le angosce
dell’ Apocalisse: dalla paura alla gioia che la ragione umana
nella forma superiore di Sapienza
può raggiungere.
Nell’
età della Tecnica, alla linea di confine
verso l’idea di “onnipotenza” che sfugge al controllo delle
mani dell’uomo -alla “misura d’uomo”- si installa l’età della
depressione: donde la ricerca di nuove vie di fuga, tecnologiche
spesso anche queste, dunque vane.
La ricerca di libertà nello spaesamento delle realtà virtuali e
l’approdo alla solitudine: vuoto dell’essere - pura assenza.
Gli incubi della mente travalicanti gli oggetti, la dimensione onirica
come autenticamente vitale, tipico della condizione della modernità
novecentesca, la
concezione estetizzante pervasiva, la ridefinizione dell’attività che
storicamente nel tempo si è definita “arte”, hanno prodotto nel
secolo appena trascorso, - quello della Shoah
di Nagasaki dei Gulag - uno
spettro di ipotesi figurative che dal “ready made” è arrivato alla
brutalità di performances
cruente e autodistruttive.
Sembrerebbe questa una maniera di
esorcizzare la paura assumendone la carica negativa, la
sua fisicità estrema: ma qui l’arte non c’entra,
si tratta piuttosto del discorso sull’arte. Se questo sia ancora
possibile, e se è vero, come pensiamo, che
conoscenza e
commozione nascono nelle
grandi opere, assente la paura.
Emma Favia
-riproduzione riservata-
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