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 Responsabile: Angela Maria Basile

 Contatti Contributo per il "Seminario Sul Novecento", Liceo Classico Socrate, 27.02.1998

 

 


Tempo Spazio Linguaggio

di  Lea Borrelli


Questo intervento vuole essere una riflessione sul fatto che stiamo vivendo in un mondo che nel giro di mezzo secolo si è completamente spogliato dei limiti di tempo e spazio che hanno dominato qualcosa come diecimila anni di storia documentata e su come ciò sia strettamente connesso all'avvento dei linguaggi formali.

La funzione fondamentale del linguaggio è quella di sostituire a oggetti, o a concetti, dei simboli. I linguaggi si possono distinguere in naturali e formali. I linguaggi naturali, sono tutti i linguaggi che gli uomini usano quotidianamente per comunicare tra loro e ubbidiscono a regole che spesso ammettono eccezioni e contengono sinonimi e omonimie. Sono linguaggi naturali l'italiano, l'inglese, ecc. I linguaggi formali sono quei linguaggi creati dall'uomo per scopi ben precisi, secondo regole convenzionali che non ammettono eccezioni e non consentono sinonimi e omonimie, il che significa che ogni parola del linguaggio ha un significato univoco; è necessario quindi operare una puntuale eliminazione di equivocità e indeterminatezza (tanto sintattica quanto semantica) che si riscontrano nel linguaggio naturale. Un linguaggio può considerarsi determinato quando sia specificato l'insieme dei simboli ammessi (alfabeto), delle regole che presiedono alla formazione dei termini (ossia di ciò che può fungere da nome) e delle formule "corrette", nonché dei canoni per la loro interpretazione.

L'avvento dei linguaggi formali è legato allo sviluppo della logica cominciato nel XIX secolo con G. Boole (filone algebrico), F.G. Frege (filone logicista) e C.S. Peirce (elemento di passaggio fra i due filoni) e continuato nei primi decenni del '900, soprattutto negli anni '30: in questo periodo infatti A. Tarski riusciva a mostrare come, nel caso di linguaggi formali, fosse possibile una definizione rigorosa delle nozioni di “interpretazione”, “denotazione”, “verità”, “modello”, “conseguenza logica”, e soprattutto, in quegli anni veniva data la definizione di “sistema formale” e precisata la nozione di “algoritmo” (procedura per risolvere un problema mediante un numero finito di regole che specificano ogni singolo passo del calcolo), elaborando teorie in due direzioni diverse: una che assume come fondamentale il concetto di operazione effettuabile con il procedimento algoritmico, nella quale rientrano la teoria delle funzioni ricorsive generali di K. Gödel, J. Herbrand e S.C. Kleene (1936), quella delle funzioni l definibili di A. Church e quella dei sistemi combinatori di H.B. Curry; e l'altra che mira a stabilire direttamente i caratteri generali del concetto stesso di procedimento algoritmico, a cui fanno capo la teoria delle macchine di Turing, la teoria degli algoritmi di A.L. Post e quella degli algoritmi normali di A.A. Markov.

Le proposizioni che servono per progettare un algoritmo vengono rappresentate con variabili logiche che i linguaggi permettono di trattare mediante operazioni logiche. L'insieme delle istruzioni elementari dell'algoritmo che l'elaboratore accetta direttamente a livello di macchina costituisce il linguaggio di base o di macchina, assolutamente complicato e variabile da macchina a macchina. Così a partire dagli anni '50 si cominciano a studiare linguaggi simbolici evoluti, più simili al linguaggio naturale, che hanno incrementato la diffusione dell'informazione e dell'informazione elaborata (informatica).

Questo ha portato ad un radicale mutamento di orizzonti; stiamo assistendo ad una crisi epocale della nostra civiltà, la civiltà basata sulla rivoluzione industriale, sul concetto di progresso, sulla ragione, sulla frattura tra corpo e spirito. Crisi che si manifesta con accelerazioni improvvise dell'evoluzione dei tempi, che portano sia alla speranzosa fuga nel futuro, rappresentata da innovazioni tecnologiche epocali, quali la realtà virtuale e il cyberspazio delle reti mondiali di telecomunicazione, sia al ritorno creativo nel passato.

Le tecnologie digitali stanno attraversando ogni ordine di attività produttiva e culturale del nostro tempo, conducendo a nuovi costumi e abitudini: non sono più una nicchia, non è più una questione di sperimentazione e di specializzazione. Per dirla con Nicholas Negroponte, il passaggio dagli atomi ai bit è irreversibile e inarrestabile.

È interessante notare come la sofisticazione delle tecniche di simulazione della realtà offre spunti per ripensare il rapporto tra la realtà e le sue rappresentazioni, e quanta matematica ci sia sotto queste rappresentazioni, e quanto sia fondamentale il linguaggio in queste operazioni.

Philippe Queau, direttore della Divisione dell'Informazione e Informazione Elettronica dell'UNESCO, in un'intervista afferma che stiamo vivendo un momento eccezionale nella storia della rappresentazione, un momento paragonabile a quello dell'apparizione della stampa; con lo sviluppo delle tecnologie del virtuale, con le autostrade informatiche, abbiamo al tempo stesso un sistema di distribuzione e di accesso all'informazione di una potenza senza pari, ma anche un nuovo modo di rappresentare il mondo. Nessun sistema di rappresentazione è indipendente da una teoria implicita. Evidentemente nemmeno i nuovi sistemi di rappresentazione sono esenti da una nuova teoria implicita, ma è sempre meno semplice decifrarla. Anche il modo di operare di un grande come Leonardo da Vinci, quando si è misurato con la prospettiva, appariva difficile da capire per i suoi contemporanei, perché in un certo senso era la matematica più complessa del suo tempo che egli metteva in immagini. Nelle nuove tecnologie del visuale e del virtuale c'è anche molta matematica, ma una matematica più sottile, più nascosta. La prospettiva, in un certo senso, si dà a vedere in quanto modello di rappresentazione; il virtuale utilizza invece tecniche che sono essenzialmente linguistiche e criptiche per chi voglia comprenderle. Sicché ci sono due facce del virtuale: la faccia visibile e quella invisibile, come in un iceberg. La faccia visibile è quella più piccola, e si lascia scorgere facilmente, ma nasconde appunto, quella che non si mostra. E ciò che del virtuale non si vede nel visuale, ciò che si può solo indovinare o intuire, è il campo più complesso che lo spirito umano abbia mai inventato: da una parte c'è l'aumento incredibile della potenza dei calcolatori e dall'altra l'interconnessione generalizzata dei calcolatori tra loro.

Secondo Queau quattro sono le tappe tecnologiche fondamentali che hannp portato alla rivoluzione del virtuale.

Prima tappa: l'apparizione del trattamento digitale dell'immagine la cui parola chiave è linguaggio. L'immagine ormai può essere generata per mezzo di operazioni linguistiche astratte. Con il digitale ormai l'immagine è diventata un linguaggio non in senso metaforico, ma nel senso stretto della parola, in completa rottura con le tecniche del passato. L'immagine digitale è innanzi tutto una scrittura: si scrivono delle immagini digitando su una tastiera. Non è una metafora. Non è tanto la metafora dell'immagine come scrittura nel senso vago dell'espressione, è veramente la possibilità di giocare con le immagini come si gioca con gli aggettivi, con i verbi, con le parole. L'immagine un tempo era legata alla materialità, alla concretezza del mondo reale: il pittore manipola dei pigmenti, il fotografo e il cineasta lavorano con i fotoni che vanno a imprimersi su una superficie fotosensibile. Con l'immagine virtuale, con l'immagine di sintesi, non sono più dei fotoni o dei pigmenti che creano l'immagine, ma delle pure operazioni linguistiche. E in questo modo l'immagine appartiene interamente al regno del linguaggio.

Seconda tappa: la possibilità di interagire in tempo reale, cioè senza dimensione temporale addizionale. Si può agire sull'immagine nell'immediatezza della volontà di agire.

Terza tappa: il sentimento di immersione nell'immagine grazie alle tecniche di visualizzazione stereoscopica o altre, come gli schermi giganti, ecc.

Quarta tappa: lo sviluppo delle tecniche di telepresenza e di televirtualità, nate dalla congiunzione delle reti come Internet con le tecniche precedenti.

Si tratta quindi di una rivoluzione assolutamente radicale dell'immagine non certo essenzialmente per una ragione tecnologica quanto piuttosto per una ragione di ordine epistemologico o filosofico.

Afferma Queau: «Classicamente, i rapporti tra l'immagine e il linguaggio, l'immagine e il modello, l'immagine e il luogo e infine tra l'immagine e la rappresentazione e più precisamente tra la rappresentazione e la presenza erano caratterizzati dalla distanza. Ormai assistiamo a una specie di fusione nei quattro ordini precedenti: l'immagine e il linguaggio si fondono, l'immagine e il modello dell'immagine si fondono. Il modello del pittore, ontologicamente parlando, non ha la stessa natura dell'immagine che il pittore ne trae. Ora invece, nel quadro del virtuale, il modello è altrettanto virtuale quanto l'immagine generata per mezzo di quel modello. Dunque sul piano ontologico l'immagine virtuale, così come il modello che le dà origine, sono costituiti della sostanza immateriale. […] Ho parlato dell'immagine e del luogo. Se classicamente eravamo posizionati davanti alle immagini, eravamo situati in un rapporto frontale con le immagini, ormai si può entrare "nell'immagine" e anche qui si sviluppa una forma di confusione tra l'immagine come luogo e l'immagine come superficie, tra l'immagine come schermo e l'immagine come spazio.

Un'altra forma di confusione è quella tra presenza e rappresentazione. Si può dire che classicamente l'immagine si dà come una rappresentazione dell'assenza, della distanza, della memoria. È un modo per introdurre una pseudopresenza, non è altro che una ri-presentazione. Con l'immagine di telepresenza, di televirtualità, abbiamo a che fare con pure rappresentazioni che sono al tempo stesso delle presenze, dei cloni che ci parlano, come la voce telefonica, che è là nell'orecchio ed esprime una presenza, un ascolto, una realtà ontologica dell'ascolto. In realtà nel campo della televirtualità abbiamo ormai una specie di spazio intermedio di presenza, che è al tempo stesso reale e virtuale. E sempre più il rischio che corriamo è quello della confusione: la barriera tra il reale e il virtuale, la frontiera tra verità e finzione, tende a crollare.» (Per esempio, le stesse tecniche che permettono di realizzare gli effetti speciali per i film di "fiction" sono usate per illustrare servizi dal vero nei telegiornali).

L'interrogativo che ci poniamo a questo punto è: come cambia la relazione tra lo spazio e il tempo e come cambia il nostro rapporto con lo spazio e il tempo?

Già nel Rinascimento l'uso del tempo e dello spazio fu completamente cambiato dall'avvento della stampa e quel cambiamento fu anche di ordine politico.

Anche agli albori della rivoluzione industriale, in Inghilterra, le innovazioni tecnologiche suscitavano delle reazioni che per molti versi erano simili a quelle attuali: sui quotidiani molti sottolineavano come il giorno e la notte non esistessero più, come l'oscurità notturna venisse violata dalla luce delle nuove fabbriche in cui il lavoro procedeva senza sosta. Altri lamentavano che lo spazio e il tempo avevano perduto la loro tradizionale dimensione: ci si poteva trovare a Milano e spostarsi rapidamente a Monza, abitare a Napoli e recarsi a Portici, tanto da ritenere che la stessa persona potesse essere quasi simultaneamente in due luoghi diversi.

Oggi il progresso delle telecomunicazioni sta sviluppando una psicologia atemporale, aspaziale e connettiva. Il satellite é il nostro spazio mentale attuale, é l'ultimo limite dell'uomo, la frontiera.

Mark Dery, critico culturale americano specializzato in nuove tecnologie e controcultura, nel suo "Flame Wars" osserva che chi passa molto tempo a collegarsi con un modem a spazi virtuali attraverso le linee telefoniche racconta spesso di aver provato una particolare sensazione di "spazio"; spostarsi da una conferenza [elettronica] alla successiva origliando le discussioni in corso, assomiglia in modo inquietante all'atto di vagabondare per i corridoi di qualche labirintico palazzo, infilando la testa in una stanza dopo l'altra. «Una delle caratteristiche del Well ( = collegamento ad una bacheca elettronica) che colpiscono di più», osserva un utente, «è che crea davvero l'impressione di essere un posto. Guardo uno schermo di computer, ma ho davvero la sensazione di trovarmi dentro qualcosa, di essere in qualche luogo».

Pierre Levy, professore di filosofia presso il dipartimento Hypermèdia dell'Università di ParigiVIII, si occupa da anni dei problemi connessi all'introduzione delle nuove tecnologie. Levy ha dedicato un libro a quella che definisce “intelligenza collettiva”, intendendo con tale termine il fatto che oggi due persone distanti che sanno due cose complementari, mediante le nuove tecnologie, possono davvero entrare in comunicazione l'una con l'altra, scambiare il loro sapere, cooperare. Intervistato sulle difficoltà che incontreranno gli uomini ad orientarsi in uno spazio in cui non c'è più il prima o il dopo, Pierre Levy risponde che «lo spazio in cui ci situeremo sarà uno spazio alla Moebius, in cui l'interno passa all'esterno e l'esterno all'interno. Ma non soltanto perché lo spazio virtuale sfrutta le onde dello spazio fisico. Il passaggio non avviene più soltanto nello spazio fisico, avviene nello spazio ontologico, per cosi dire, della realtà della rappresentazione. La realtà passa continuamente nella rappresentazione, e la rappresentazione diventa continuamente la realtà stessa». Nel suo ultimo libro, "Il Virtuale", P. Levy si interroga sul timore di una possibile derealizzazione generale, una sorta di sparizione universale, come suggerisce Jean Baudrillard. Siamo forse minacciati dall'apocalisse culturale, dalla spaventosa implosione dello spazio-tempo preannunciata, ormai molti anni fa, da Paul Virilio? P. Levy sostiene un'ipotesi diversa, non catastrofica: «La virtualizzazione in sè non è né positiva, né negativa, né neutra. Il virtuale non sarebbe affatto il contrario del reale, ma un modo anzi di essere fecondo e possente, che concede margini ai processi di creazione, schiude prospettive future, scava pozzi di senso al di sotto della piattezza della presenza fisica immediata. La virtualizzazione non è una derealizzazione; ma un passaggio dall'attuale al virtuale è un "elevare a potenza" l'entità considerata.»

Quando una persona, una collettività, un atto, una informazione si virtualizzano, essi si deterritorializzano; una sorta di disinnesto li svincola dallo spazio fisico e geografico consueto, nonché dalla temporalità dell'orologio, del calendario. Essi non sono totalmente indipendenti dallo spazio-tempo di riferimento, perché devono sempre agganciarsi a supporti fisici (computer, fax) e attualizzarsi qui o altrove, prima o poi. Eppure, la virtualizzazione li ha fatti partire per la tangente. Essi coincidono con lo spazio-tempo classico solo a sprazzi, sottraendosi ai luoghi comuni "realistici". La sincronizzazione rimpiazza l'unità di luogo, l'interconnessione sostituisce l'unità di tempo.

Socializzeremo in un vicinato digitale dove lo spazio fisico sarà irrilevante e il tempo giocherà un ruolo differente.

E proprio Paul Virilio (Scuola speciale di Architettura di Parigi), dopo avere profetizzato l'implosione dello spazio-tempo, oggi, a proposito delle nuove tecnologie della comunicazione, parla di “trauma”, «perché le comunicazioni hanno cominciato a usare la velocità limite (quella della luce, cioè quella massima raggiungibile secondo Einstein). Tutte le società antiche avevano sviluppato delle velocità relative (minori di quella della luce). Anche la rivoluzione dei trasporti nel XIX secolo è evidentemente legata alla velocità relativa del treno, dell'aereo, e, in seguito, dei mezzi di trasporto supersonici. La rivoluzione delle trasmissioni, delle telecomunicazioni usa, generalmente parlando, la velocità assoluta, cioè la velocità delle onde elettromagnetiche. Era già avvenuto con la radio e con il telefono ma ormai avviene anche con la tele-audizione, con la televisione e con la tele-azione o interattività. Ora l'interattività è, in un certo senso, la nascita di un mondo unificato, di un mondo unico. Unito da che cosa? Dal tempo reale, dall'immediatezza, dall'ubiquità, dall'istantaneità. Viviamo dunque un tempo ineguagliabile, un tempo mondiale, che non trova equivalenti nel passato, se non nel tempo astronomico. Tutta la storia delle società si fa nei tempi locali, di un paese, di una regione. La storia di domani, la storia che oggi comincia, si fa in un tempo unico, il tempo mondiale, il tempo dell'immediatezza, quello che si chiama "live", "tempo reale" ». È questo che, secondo Virilio, comporta un trauma: il tempo reale, il tempo mondiale ha il sopravvento sullo spazio reale, sullo spazio-tempo locale, sullo spazio-tempo della storia. Siamo arrivati al tempo istantaneo.

In questo clima diviene forte l'esigenza di impadronirsi delle tecniche di sopravvivenza nel mondo postmoderno, di prendere coscienza di sé e dei tempi storici, consapevolezza della necessità di trasformazione interiore e del mondo tramite tecnologie partecipative. Diviene fondamentale la conoscenza del "linguaggio" per potersi muovere con consapevolezza all'interno del nuovo spazio-tempo.

Lea Borrelli

Bibliografia

Pierre Levy – Il virtuale – Raffaello Cortina Editore 1997

L'intelligenza collettiva – Feltrinelli 1996

Marc Dery – Velocità di fuga. Cyberculture a fine millennio – Feltrinelli

Interviste a:

  • Franco Berardi – Bologna – 18/10/1995

  • Pierre Levy – Parigi - 4/9/95

  • Philippe Queau – Roma - 15/12/95

  • Paul Virilio – Parigi – 5/9/95

 

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