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Recensione Sebastiano Vassalli, Amore Lontano di Nicola Moretti Libro strano e affascinante, questo Amore lontano di Sebastiano Vassalli: esso consta di sette racconti incentrati sulla morte di altrettanti poeti ( Omero, Qohélet - il biblico predicatore dell’Ecclesiaste - Virgilio, Jaufré Rudel, François Villon, Giacomo Leopardi, Arthur Rimbaud ), a cui segue una conclusione dell’autore, intitolata “Qualcosa di divino”, epilogo, ma anche strumento di comprensione, a ritroso, delle storie che la precedono. Libro strano perché, a lettura appena finita, lascia l’impressione di una prospettiva “revisionista”, per così dire, delle biografie dei poeti in questione, o meglio delle loro tanatografie: di alcune di esse si analizzano diverse ipotesi, basate su notizie storiche (o ricostruite in base alle suggestioni provenienti dalle opere stesse), ma anche e soprattutto individuando una ragione più profonda, “verisimile” più che positivamente documentata, e per questo – paradossalmente - più poeticamente autentica e vera. Si prenda , ad esempio, il caso della morte di Omero: la sua cecità, la sua miseria e la sua solitudine, nell’interpretazione che Vassalli dà della sua fine, diventano forme estreme di distanza/lontananza, e “condizione ideale per essere poeti: perché sono una forma di silenzio, e le storie e le melodie nascono dal silenzio”; metafora di una “vita che si paga con la vita”, di un privilegio e di una condanna, e del bisogno di risarcimento, rappresentato dalla visione/apparizione di Calliope, la Musa della poesia, che sorride e accarezza la barba del poeta morente, mentre egli nel delirio della sofferenza e dell’abbandono ricorda i versi dei suoi poemi, e ne cerca un senso, tanto più vero e tanto più suo quanto più “lontano” ormai dalla vita che se ne va. Bellissima è la storia del trovatore provenzale Jaufré Rudel, l’inventore dell’ “amore di lontano”. La sua posizione centrale nel libro ( è il quarto racconto dei sette) segnala il valore emblematico della sua figura e della sua modernità: la poesia che “cerca di colmare il vuoto (la distanza) tra le parole e le cose, e qualche volta ci riesce”. L’“amor di lontano”di Rudel per la contessa di Tripoli, la sua partecipazione alla seconda Crociata, l’ipotesi che dietro lo schermo di quell’amore si nascondesse la vera passione del trovatore per una donna vicina e impossibile (Eleonora d’Aquitania, regina di Francia), l’incongruenza delle notizie storiche ( né l’una né l’altra donna in realtà si monacò dopo la morte di Rudel, come riporta l’anonimo provenzale autore della sua Vita), creano una terza ipotesi, che, se è “meno romantica ma, forse, più realistica rispetto a quelle che l’hanno preceduta”, appartiene al dominio della possibilità e del disvelamento di realtà nascoste, disvelamento che compete al poeta e non allo storico. E’ questo il significato dell’ “amor di lontano”, della nostalgia e del desiderio di pienezza, dell’infaticabile e inesauribile ricerca di senso che da Omero in poi, e anche prima di Omero, gli uomini hanno trovato nella poesia: è essa che dà forma al mito (raccontabile e dunque conoscibile), alle forze primordiali della natura e dell’animo umano. Le sette storie sono, allora, variazioni sul tema, capitoli del “romanzo della parola attraverso i secoli”, come recita il sottotitolo; e questo intreccio tra romanzo e storia, queste tanatografie volutamente romanzate dicono molto sulla realtà contemporanea. A questo Vassalli ci ha abituato con la sua narrativa attraversata da una profonda tensione morale scaturita da un’analisi implacabilmente lucida sui mali e sulle ingiustizie della storia, e da una religiosità laica che sa attingere ai toni acri e risentiti dell’indignazione, ma è anche capace di lirismi e delicata pietas. Della vasta produzione di Vassalli, due titoli soprattutto vengono in mente a proposito del discorso sulla poesia: “La notte della cometa ” del 1984, biografia di Dino Campana e impietoso giudizio sul nostro tempo e sull’idea stessa di poesia; e “Un infinito numero” del 1999, romanzo incentrato sulla figura di Virgilio, sui suoi rapporti con Augusto e Mecenate, e sul doloroso dissidio, dibattuto nella sua anima e nella sua mente, tra il bisogno di verità della poesia e l’ inevitabilità della durissima e prevaricante ragion di stato. E a Virgilio è dedicato un racconto di Amore lontano, come se in lui Vassalli vedesse un nodo irrisolto, l’origine del rapporto principe-letterato che attraversa i secoli e giunge, intatto nella sostanza, fino a noi. Perché la febbrile impazienza del poeta che affronta il viaggio in Grecia per chiedere ad Augusto di liberarlo dal ruolo, non voluto, di poeta-celebratore del regime? Perché la sua disperazione nel chiedere agli amici di distruggere l’Eneide? Per le risposte a queste domande Vassalli mette in campo una serie di ipotesi: ci sono innanzitutto le “lacrimae rerum”, le lacrime delle cose che continuano a scorrere anche dopo la vittoria di Ottaviano su Antonio; c’è la morte di Cornelio Gallo, amico di Virgilio che fu sottoposto alla “damnatio memoriae” da parte del principe perché sospettato di complotto; c’è, soprattutto, l’avvertire la fine di un mondo, il “disgregarsi di un gruppo di amici che avevano sognato di cambiare il mondo” (come è vera, e sempre e profondamente attuale questa riflessione!). Il miracolo della poesia - le parole che trattengono la vita, che vengono prima di tutto e danno vita a tutto – stava per infrangersi. Nel frastuono e nell’insensatezza, in un mondo senza Dio. “ Noi, oggi, possiamo spiegare le ultime vicende di Virgilio, perché la nostra idea di poesia è più vicina a questo autore e più problematica dell’idea di poesia che avevano gli antichi”, scrive Vassalli, che in questo modo sottolinea non solo la peculiarità e la modernità di Virgilio, ma anche il senso di una lontananza temporale che si fa vicinanza e contiguità sentimentale e morale. Così Vassalli, con la sua cifra originale e personalissima, inserisce il suo Virgilio, carico del sentimento e del risentimento dell’autore all’inizio del terzo millennio, nella vasta galleria dei ritratti del poeta, che tra ‘800 e ‘900, per dire solo degli ultimi secoli e dei titolo più noti, è tornato spesso, in vari modi e con vari significati, nella narrativa “storica”: dai Mémoires historiques écrites sous le règne d’Auguste di Mar de Vesoul (1803), a Occhio di Sole e Elio Scaleno di Anton Giulio Barrili rispettivamente del 1890 e 1900, a Augusto. Il romanzo della sua vita di Gunther Birkenfeld ( 1937), a Augustus di John Williams (1972), a Augusto. Autobiografia di Alan Massie ( 1988), e, sopra tutti, La morte di Virgilio di Hermann Broch (1958). Ma torniamo ad Amore lontano. Gli altri capitoli-racconti arricchiscono di senso il discorso sulla parola: in “ L’uomo che parlava nelle assemblee” la personalità di Qohélet, a cui si attribuisce il libro dell’Ecclesiaste, è occasione per una riflessione sul rapporto tra innovazione e conservazione, e tra tradizione e legge, sulla deresponsabilizzazione degli uomini, sulla necessità di godere della vita, dell’amore, dell’amicizia; le morti di F.Villon, di Leopardi e di Rimbaud ci restituiscono una sostanza umana vera e nuova, forse più mediocre di quanto ci raccontino biografie e manuali scolastici, ma lontana dalla retorica con cui queste figure sono state viste nei secoli. E in tutti, almeno in un momento della loro vita, risuona la parola autentica, che illumina le tenebre e la mediocrità della storia per lasciare intuire la presenza, la vicinanza di “qualcosa di divino”: grazie a loro “noi possiamo avere un’immagine di noi stessi e dell’insieme di cui facciamo parte, lontana e sfocata come l’amore lontano del poeta provenzale Jaufré Rudel. Quell’ immagine era, è, e continuerà ad essere nel tempo, finché esisteranno degli uomini, la poesia”. Nicola Moretti Agosto 2005 | |||||||||
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